Se sofferenza e morte sono i compagni di ogni giorno
Quando mi è stato chiesto di parlare del vissuto emotivo degli operatori sanitari che affrontano quotidianamente l’esperienza del distacco, non pensavo che sarebbe stato così difficile esprimere i pensieri e i sentimenti di chi lavora a stretto contatto con sofferenza e morte. Le riflessioni che condividerò, da un lato, sono il frutto esperienziale del lavoro da me svolto, dapprima presso la Fondazione Faro di Torino e attualmente alle Molinette, nella divisione di Terapia del Dolore e Cure Palliative; dall’altro hanno origine dalle domande, dalle fatiche, dagli scoramenti, ma anche dalle speranze che riempiono quotidianamente la mia vita professionale.
Il questionario-intervista che il gruppo di lavoro della Sezione Piemontese della Società Italiana di Psiconcologia ha formulato e proposto a diverse figure professionali (medici, infermieri e OTA), attraverso sei domande, indaga quali siano le situazioni vissute con maggiore coinvolgimento emotivo in ambito lavorativo, quale sia l’episodio più coinvolgente che affiora alla memoria, quali aspettative siano andate deluse e quali modifiche si siano verificate nella concezione della vita e della morte, mirando a individuare i fattori più importanti di esaurimento psico-fisico degli operatori, e a capire come affrontarli e arginarli.
Alla domanda se questo lavoro abbia o no cambiato il modo di vedere la vita e la morte, molti rispondono affermativamente; viene citato un maggiore rispetto per la vita, un cambiamento dei riferimenti valoriali, una maggiore riflessione sui propri sentimenti nei confronti della morte, una capacità di apprezzare di più il contatto umano. Questo interrogativo, tuttavia, prima ancora che come operatori sanitari ci interpella come esseri umani, ed è per questo che possiamo parlare non solo di vissuto emotivo, ma di «vissuto esistenziale».
L’osservazione dei ritmi della vita stessa, in tutte le sue forme naturali, ci manifesta l’assolutezza e l’ineluttabile necessità dell’equazione vita-morte, ricordandoci che dove c’è vita, là c’è morte, ma anche il contrario: dalla morte prende forma la perfezione della vita. In una recente intervista, in occasione di una relazione dal titolo «L’illusione dell’immortalità», il virologo francese Luc Montagnier, uno degli scienziati che per primo ha scoperto il virus dell’HIV, affermava: «Non siamo fatti per essere immortali. Nascosti nei nostri cromosomi vi sono dei retrovirus endogeni normalmente non attivi; questi retrovirus sono probabilmente fattori di morte dell’individuo». È paradossale: solo delle cellule apportatrici di morte — quelle tumorali — sono immortali, e la morte invece lavora fianco a fianco con la vita per formare un uomo: la mano di un embrione è all’inizio una forma piena; solo grazie alla morte delle cellule non necessarie si formano le dita.
Un grande pensatore come Heidegger ci fa riflettere affermando che se nel nascere il mondo si apre innanzi a noi come spazio delle nostre possibilità, nel dolore e nella morte il mondo si disegna come lo spazio delle possibilità impossibili: nella morte l’uomo sperimenta l’esistenza del proprio limite. L’esperienza di morte in senso stretto, la fine di ogni possibilità, non potendo coesistere con la nostra stessa morte, noi la sperimentiamo nella morte del prossimo: è nella morte dell’altro che all’uomo si annuncia, in vita, la possibilità di morire. Ci comportiamo diversamente nei confronti della sofferenza e morte di coloro che conosciamo ed evidentemente ancor più nel caso di quelli che amiamo: questa è una perdita in cui ognuno perde se stesso.
Salvatore Natoli ricorre ad un esempio illuminante: «Se una paralisi mi inchioda ad una sedia, anche se non sperimento il dolore fisico, vivo in un mondo che ad ogni momento mi invita a camminare, ma di cui non posso usufruire». La sofferenza rende evidente l’insensatezza del mondo e separa dagli altri. Per poterla fronteggiare è necessaria una vera e propria conversione di mentalità, sia da parte di chi soffre, sia da parte di chi sta accanto al sofferente, operatori sanitari compresi. Non è la commiserazione del tecnico spettatore che viene chiesta al sanitario, ma la professionalità delle sue conoscenze e la vicinanza umana dell’immedesimazione, perché il sofferente scopra e liberi dimensioni nascoste ed inedite di sé.
Costanza Calia è oncologo presso l’Unità Operativa Terapia del Dolore e Cure Palliative dell’Ospedale Molinette di Torino.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, gennaio 2004, a firma di Costanza Calia.