Sempre insieme
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Sempre insieme

1 Settembre 1996 · di Redazione Confini Magazine
7 min di lettura

Una storia delicata e tenera scritta da un grande giornalista. Un inedito per «Confini» di Igor Man.

Il dott. rag. Crescentino R., pensionato del ministero delle finanze, respirava a fatica. Non riusciva più neanche a deglutire. Crescentino R. era in preda a una viva emozione. Una emozione insolita e violenta che frustava tutti i suoi nervi, che percorreva, annichilendolo, il suo corpo minuto, le sue ossa pietosamente coperte da una pelle diventata lucida perché lungamente, forse eccessivamente, usata: ottanta e sei anni di vita. Crescentino R. era emozionato. Si sentiva morire. Giù per i lombi sentiva scorrere via la vita, il calore, le residue forze. Come un fluire lento e inesorabile che gli asciugava ogni cosa, dentro, e creava fra di lui e il resto del mondo una intercapedine impalpabile, invisibile, e tuttavia spessa, compatta. Ebbe un gemito e con la mano scarna fece un gesto per squarciare la soffocante ragnatela che coagulava il suo sangue povero.

Tiepide dita afferrarono le sue e, rapide, esercitarono una lieve ma energica, affettuosa pressione. Aprì gli occhi: Assuntina gli sorrideva di lontano, oltre la cortina di nebbia che velava la stanza e isolava il letto. Assuntina aveva sempre avuto un modo carino di svegliarlo: gli prendeva una mano tra le sue e premeva, con forza e insieme con delicatezza, sin quando lui non apriva gli occhi. A quel punto Assuntina sorrideva: «Amore», diceva, «è tardi. Alzati dormiglione». Anche questa volta Crescentino attese che la moglie gli dicesse le parole di sempre, ma Assuntina taceva sicché il vecchio si torse, a fatica, di tre quarti, per guardarla meglio, per fissare il suo sguardo in quello di lei.

Assuntina piangeva. Sulle sue guance vizze, lungo un solco scavato da ottanta e quattro anni di vita, scorrevano grosse lacrime, una dietro l’altra. Gli occhi rossi, senza più palpebre, ne traboccavano ed esse, le lacrime, percorso il viso della vecchia, cadevano, dopo un attimo di esitazione, sulle coperte. Una pioggerella lenta, cheta ma disperata, inesorabile. «Crescentino», mormorò Assuntina e una lacrima più grossa delle altre cadde sulle loro mani intrecciate per le dita.

«Ah… ho capito», sorrise a se stesso il vecchio, «stavo sognando. Sono qui a Caprile, ci sono i giuochi d’acqua e tra poco giungerà Assuntina con il nonno e la sorella. Bisogna che mi svegli».

Il custode della «grotta del diavolo» era d’accordo: Crescentino gli aveva dato una buona mancia e nel momento opportuno, ad un segnale convenuto, avrebbe aperto i rubinetti. Gli zampilli d’acqua si sarebbero alzati a formare uno sbarramento fra il nonno e le nipoti. E lui avrebbe potuto parlare ad Assuntina. Ecco, nella penombra della grotta mille gocce d’acqua accendono il «diavolo» che ammicca brutto. Il vecchio signore lo squadra bravamente, col monocolo incastrato nell’orbita, sostenendo il suo sguardo liquido. Assuntina e la sorella ridacchiano nervosamente; tutt’intorno i commenti si incrociano ammirati. Crescentino cava il fazzoletto di tasca, le due ragazze fanno un passo indietro e: zac lo zampillo spiccia impetuoso.

«Signorina Assunta, pongo il mio cuore ai vostri piedi. Ditemi, la mia modesta persona vi è forse indifferente? Oggi, giungendo in carrozza a Caprile non mi avete sorriso». «Tutt’altro, signore. Gli è che voi mi turbate con la vostra insistenza». «Oh, ma io non bramo che di farvi mia sposa».

Pesaro: 1910. Da Scroco i migliori sorbetti della città. Un cantastorie recita i suoi versi strambi; le carrozze tagliano allegre i rumorosi crocicchi; nell’aria corre un alito d’estate incipiente che illanguidisce e consola. «Caro». «Cara». «Sposati: non sembra un sogno? Siamo uniti per la vita. Per la morte».

Vita-morte. Com’è strano che queste due parole si incontrino di continuo. Due parole che fanno a pugni tra di loro, due parole che si odiano. Morte-vita. Ma sempre insieme. In punto di morte si pensa subito alla vita; e i ricordi più lieti ci richiamano immancabilmente alla morte. Eterna contraddizione dell’uomo, povero piccolo stupido animale che non ha capito mai niente e che se ne va, al termine del suo frettoloso viaggio, senza essersi reso conto della meravigliosa avventura capitatagli durante lunghissimi anni. Ma, forse, a un certo momento codesta apparente contraddizione si spiega. A un certo momento con tutta probabilità l’un concetto (vita), si fonde con l’altro (morte). Si amalgamano, si completano ed è allora che, finalmente, si varca il confine della banalità.

«Gesù, Crescentino: come sei colto. Quante idee ti frullano per la testa». «Eh, l’ho sempre detto: altro che il Ricevitore Capo, il filosofo dovevo fare io, il filosofo». «Ma io ti preferisco così: alto funzionario autorevole e stimato. Non sei forse contento della tua condizione? Non sei contento di me, dei nostri ragazzi?». «Certo mia cara, dicevo per dire. Ma un giorno, quando i figli si saranno sistemati, ci ritireremo a Urbania. Là trascorreremo la nostra seconda giovinezza: una casa, il giardino. Tu le tue piante, io i libri di filosofia».

Strano come, a volte, tutto si avveri, scrupolosamente, nella vita. Erano andati a Urbania, ad abitare in una bella villa. Crescentino aveva cinquantadue anni, Assuntina cinquanta. «Siamo due ragazzi, ancora, due colombi. Ecco il vantaggio d’essersi sposati giovani». E Crescentino aveva voluto far varcare la soglia ad Assuntina sollevandola sulle braccia, di peso. La sera, nel salone avevano ballato un valzer, al riverbero del caminetto. Poi lui l’aveva condotta su, nella stanza occupata dal grande letto, alto contro il muro. I loro cuori battevano precipitosamente, come la prima volta. La vera felicità è sempre banale.

«Ah…», sospirò il vecchio, «com’era bello, un tempo, spogliare una donna. Emergeva, piano piano, da un nugolo di trine, siccome Venere dalle spume del mare. Era un rito, dolce e sacro. Io, marito, amavo mia moglie, la mia compagna, la madre dei miei figli, la mia tenera amica. Poveracci, i giovani di oggigiorno. La donna ha perduto ogni mistero per loro, si è svelata subito. E troppo. Spesso vanno vestite all’«antica», infrasciamate in gonne lunghe (e sporche), ma è peggio che se fossero ignude, e c’è da scommettere che, prive di indumenti, è come se fossero vestite. Hanno sempre qualcosa indosso, quasi una patina: la disinvoltura, o l’impudicizia, forse, le ragazze cosiddette moderne. Non sanno indossare la nudità perché hanno perduto la poesia. E il sorriso? Come farà a sorridere, una donna, oggi, al suo uomo, se non ha fatto che scoprire i denti tutta la giornata? Addio intimità. Oggi tutto è evidente, previsto, scontato in partenza. Non ci sono più incognite, né trepidi misteri. Gli angoli in penombra che la luce incerta dell’abat-jour creava intorno, non esistono più: il tubo fluorescente penetra dappertutto, uccide l’intimità, crudele alleato d’un altro implacabile tubo. Quello catodico (si dice così?). Nessuno osa più parlare: c’è la televisione che grida. Interminabilmente».

Crescentino R. sospirò di nuovo. Strinse la mano di Assuntina e sentì correre lungo il filo della schiena l’antico brivido che, raggiunta la nuca, esplose, come una volta esplodeva, incendiandogli il sangue: «Assuntina», farfugliò.

La vecchia, più che sentire, intuì. Interpretò il vivo movimento delle labbra sbiadite. Rispose con una stretta più forte, posò il viso smaltato di lacrime sul petto di suo marito: «Gesù, caro, dolce Gesù», pregò disperata e tenera, con la forza dei semplici e degli innamorati. «Signore mio Dio. Abbiamo vissuto sempre insieme, fa che insieme si possa morire».

«Assuntina», continuò il vecchio, e forse pensava di parlare (il che, poi, è lo stesso in quel preciso momento) poiché le sue labbra non articolavano più suono alcuno, «così, io e te, sempre insieme», e in un ultimo ritorno di forze levò una mano e la posò sui capelli radi della moglie. Piano, per non svegliarla.

Già, perché Assuntina dormiva. Si era addormentata. Definitivamente. Ed anche lui, Crescentino, fermò il suo cuore su quello di lei. Così come si fa con un orologio, per regolarlo. Ma di colpo la molla si spezza.

Articolo pubblicato originariamente in Confini, settembre 1996, a firma di Igor Man.

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