SOCREM News — Gennaio 1996
Le lettere che qui pubblichiamo, tra le molte che i lettori ci hanno inviato, affrontano temi importanti e pongono domande alle quali è impossibile rispondere in poche righe. Lo faremo nei prossimi numeri attraverso articoli, inchieste e interviste. Grazie a tutti coloro che ci hanno scritto.
Lettera firmata (Torino)
Egregio Direttore, innanzitutto desidero rivolgere a Lei ed ai suoi collaboratori i miei complimenti per la rivista, così preziosa e «unica», nonostante i vari tentativi di imitazione. Mi permetto di sottoporre a Lei e ai lettori un quesito. Più di vent’anni fa, Simone de Beauvoir — nel suo libro «La vieillesse» (tradotto in Italia col titolo un po’ ardito «La terza età») — scriveva che in certe tribù africane i vecchi cercavano di farsi annegando, per lasciare le scarse risorse alimentari alle nuove generazioni. «Vecchi che, a 30-35 anni, accettavano di mettere fine ai loro giorni, per garantire la continuità della specie; mentre le figlie li «aiutavano» a morire, posando il piede sul loro capo, quando si immergevano nello stagno, perché non avessero dei ripensamenti.
Le chiedo, e chiedo agli amici lettori: era più civile quella società tribale o è più civile la nostra società che spesso, di fatto, abbandona i suoi vecchi malati cronici non autosufficienti alle famiglie, negando la continuità delle cure ospedaliere e gli interventi sanitari, costringendo i congiunti a sostenere carichi assistenziali e umanamente insopportabili, 24 ore su 24, 365 giorni all’anno, oppure a pagare rette altissime per il ricovero in cronicario? Diceva mio padre (nato alle soglie della guerra del ’15-18; soldato in Africa; richiamato per la seconda guerra mondiale; sposo e padre negli anni della ricostruzione) che «non siamo mai stati bene come adesso». Eppure, anche oggi come nell’Africa tribale, c’è chi pensa che garantire agli anziani malati cronici non autosufficienti per tutto il tempo che si rende necessario sia un lusso che il Paese non può permettersi… (Ho usato la P maiuscola; ma un paese che si comporta così coi suoi cittadini più deboli merita quest’attenzione?)
Elena Cattaneo (Milano)
Egregio Direttore, leggo con attenzione e curiosità la sua rivista dal primo numero, e mi rivolgo a lei per sottoporle un dubbio che ho da qualche tempo. Si è detto spesso che i giornali e le televisioni insistono troppo sui temi cruenti e sugli argomenti tragici, a me pare invece che non ci sia più rispetto per i temi dolorosi e sacri dell’esistenza. Non c’è più rispetto neppure per la morte: voi pubblicate articoli sulla morte collegata a temi futili, come la comicità o addirittura i fumetti. Qualche tempo fa i quotidiani hanno pubblicato la storia di una ragazza che ha voluto pubblicare, da viva, il proprio necrologio su un quotidiano locale, e c’era pure la fotografia. Ho persino letto di un negoziante di Castellammare di Stabia che ha tappezzato la città con manifesti a lutto, con tanto di Cristo in croce, per affermare la onestà dei prezzi». Signor Direttore, dica la verità, non è che voi giornalisti state esagerando? La morte è una cosa seria…
Antonio Cavelli (Asti)
Caro Direttore, leggo con molto interesse la sua rivista. Essa mi ricorda una cosa troppo spesso dimenticata nella nostra società: che cioè parlare di morte è anche parlare di vita, e non voler vedere una delle due facce della medaglia significa svalutare anche l’altra. Oggi la società occidentale è congelata in una cultura che nega la vita, la morte e il divenire, per perseguire solo un presente immutabile, agghiacciante, «minerale». Proprio a questo proposito, mi piacerebbe che voi esaminaste l’esempio più plateale e terribile della nostra sottocultura: la negazione dell’infanzia. Bambini che non nascono, certo, come ci ricordano le infinite lamentazioni sulla denatalità, ma anche 650 neonati abbandonati nei cassonetti della spazzatura in due anni, come ho recentemente letto sui giornali, e milioni di bambini «negati», violentati, uccisi, fatti crescere troppo in fretta in un mondo di adulti che non vuole sentirsi ricordare che sta invecchiando e dovrà morire. Una gigantesca rimozione dello stato di natura, una bella storia di innocenti che si mette assai oltre i «confini» dell’umano, illudendoci di essere arbitri di vita e di morte e preparando una profonda, ineluttabile, disperazione di massa. Ben vengano le voci, come «Confini», che lottano contro questa deriva. Auguri.
Anna Di Luca (Conegliano Veneto)
Nota della Redazione. A corredo di questa pagina, la pubblicità istituzionale SOCREM Ente Morale Torino — «Chi pensa sa scegliere. Cremazione: la terra ai vivi» — riportava i dati sulla diffusione della cremazione: Australia 46,9%, Canada 34,2%, Europa 30,7%, Stati Uniti 19,8%, Italia 2%. Numero Verde 167-233771.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, gennaio 1996, a firma di Redazione.