«Sono fritto, mi danno l’olio santo»
Il più spiritoso? Petrolini. Le battute celebri dei moribondi fanno da contraltare sul versante dell’ironia e della dissacrazione alle frasi drammatiche o commoventi. E spesso non solo contengono altrettanta verità, ma possono esprimere la forza della vita nel momento supremo.
Mentre stava per morire, vedendo il prete entrare nella sua camera da letto con l’olio santo tra le mani, Ettore Petrolini esclamò: «Adesso che sono fritto».
L’uso gergale di definire «fritto» l’individuo che non ha scampo, sembra che abbia ispirato più di un morente. Pare che a Petrolini: un maledizione francese del secolo XVII, molto malandato, sentendo le parole del medico curante che diceva all’infermiera: «È purtroppo un uomo morto, potete continuare a somministrargli del bollito, pare risponderebbe: «Perché darmi del bollito se non sono che fritto».
Anche nei secoli andati, al tempo dei martiri, non mancava la grinta: San Lorenzo messo sulla graticola nel 258, con molta ironia mista a gran coraggio, apostrofò il suo giustiziere: «Da questa parte sono cotto, voltami dall’altra».
E Pietro l’Aretino, dopo aver ricevuto l’estrema unzione, pare avesse esclamato con un perentorio: «Guardatemi dai topi ora che sono unto». Anche se questa battuta fa una maliziosa messa in giro dai suoi detrattori, e una verità storica, nondimeno rientra a buon diritto nella rassegna delle battute celebri dei moribondi che fanno da contraltare, sul versante ironico e dissacratorio, alle frasi drammatiche o commoventi, e spesso contengono non solo altrettanta verità, ma possono esprimere la forza della vita nel momento supremo.
Cosicché, per inaurirti anche in questa serie alimentare culinaria giocata sull’uso di dare l’olio santo a Gesù, come narra Giovanni evangelista, fu dato l’aceto davvero possiamo dire morendo… l’insalata è fatta.
Ma la tradizione delle battute umoristiche non solo sulla morte ma in punto di morte è ricca e variegata e c’è solo l’imbarazzo della scelta. Infatti, se è vero che la morte è la caratteristica principale della condizione umana è coerente con lo stile di quel grande scrittore.
In punto di morte ci sono poi quelli che fanno finta di godersela come quel signore di cui parla Nicolas de Chamfort che, al momento finale sghignazzava tutto contento: «Il dottore è fregato». Ma di costui non si può proprio dire che sia stato capace di vera ironia bensì esempio di invidia portata all’autoironia: piuttosto che dirsi soddisfatto mi danneggio, se non posso godere io non godrai neanche tu!
Ma lo stesso Chamfort nelle sue «Massime e pensieri» racconta anche di quel tale, alle prese con la morte, al confessore che gli diceva «Vengo a esortarvi a morire in pace», rispose con un più che comprensibile moto di stizza: «E io vi esorto a lasciarmi morire in pace».
Tremendo invece a Claudio Villa, con eleganza tutta teatraverina dichiarava «Morte mi fai schifo», Oscar Wilde, per possibilista, («La classe non è acqua!») sosteneva «Odio la morte. Tranne che a letto, oggigiorno si può sopravvivere a tutto. Stalin si consola con la scienza preferendo moltiplicare il problema in una sorta di originale interpretazione del detto mai comune mezzo gaudio, infatti se: «Una morte è una tragedia, un milione di morti è statistica. Per parte sua Borges ottantenne parlando della morte disse, «La sola cosa che mi preoccupa, è l’immortalità dell’anima. Se uno proprio deve morire è molto meglio che lo faccia completamente». Anche perché, come osserva Nietzsche, augurare una durata eterna …a questa vostra bella coscienza non è presunzione? Non pensate a tutti gli altri che dovrebbero sopportarvi per l’eternità».
Ma la morte è poi così brutta come la si dipinge? No che non lo è. Lo scrittore spagnolo Jardiel Poncela perché: «Perfino la morte produce qualcosa di piacevole. Le vedove, che infatti sembrano non soffrire molto la perdita del loro caro marito a meno che non le si lasci senza denaro poiché, come ricorda, sempre in Spagna, un proverbio di origine giudaica «Se vuoi che tua moglie pianga dopo la tua morte lasciala povera». Ma morire è poi così difficile? No che non lo è.
Certo però che la morte qualche problema lo crea: non tutti sono ottimisti (a proposito: di un ottimista si dice che la miglior morte sia di morire colpiti da un fulmine a ciel sereno). Infatti se il cantante Claudio Villa, accanto a Johnny Depp…
Sic transit gloria mundi. Notava un anonimo: «Durante la vita l’uomo respira, aspira, cospira, sospira, traspira e… spira». Più profondamente Alexandre Dumas rifletteva: «L’uomo nasce senza denti, senza capelli e senza illusioni e muore di nuovo senza capelli, senza denti e senza illusioni». Ancor più discreto la sapienza popolare ebraica: «L’uomo viene al mondo con i pugni chiusi come dicesse: La terra mi appartiene. Muore con le mani aperte, come per dire Non porto via nulla con me».
Comunque, una volta conclusa la nostra vicenda terrena, che cosa resta poi sia perché: «La salma è la virtù dei morti» come osserva Alessandro Bergonzoni, sia perché ne pu’ tutti speriamo che, si dica di noi ciò che Stanislaw Lec — noto autore di fulminanti aforismi — fa dire al signor G: «Il fatto che sia morto non significa che sia vissuto».
Articolo pubblicato originariamente in Confini, gennaio 1996, a firma di Giorgio Blandino.