Che forma ha la fine? Sophie Calle e il tentativo di trattenere ciò che scompare
Arte

Che forma ha la fine? Sophie Calle e il tentativo di trattenere ciò che scompare

24 Ottobre 2026 · di Benedetta Bodo
5 min di lettura

Che forma ha la fine? Cosa accade prima e dopo? In che modo è possibile attraversarla e come può essere trattenuta?

Con queste domande, venerdì 16 ottobre ha aperto al pubblico al MAXXI di Roma Sophie Calle. Matrimoni, Rotture e Funerali inclusi, la più ampia mostra dedicata in Italia all’artista francese. A cura di Simona Antonacci, l’esposizione riunisce otto progetti realizzati tra il 1978 e il 2026, ai quali si affianca una nuova installazione permanente presso il Cimitero Acattolico per gli Stranieri di Roma.

«La linea che separa la vita dall’arte deve essere serbata in modo tanto fluido, al limite impercettibile, quanto possibile».

La frase attribuita a Calle sembra indicare una delle chiavi per avvicinarsi al suo lavoro: l’esperienza personale non è soltanto il punto di partenza dell’opera, ma diventa la materia con cui l’artista costruisce narrazioni, immagini e rituali. Amore, separazione, lutto, desiderio e fallimento entrano così in una pratica che sfida continuamente il confine tra ciò che appartiene alla sfera privata e ciò che può essere condiviso con il pubblico.

Il percorso espositivo comincia nel 1978, in un cimitero della California. Calle ha venticinque anni e fotografa alcune lapidi sulle quali compaiono iscrizioni essenziali, come Mother, Father, Brother e Sister. Sono immagini che mettono subito in relazione la fotografia con l’assenza: una parola incisa nella pietra identifica qualcuno che non c’è più, mentre l’obiettivo registra una traccia destinata a sopravvivere alla persona. La morte del padre, avvenuta l’anno precedente, appartiene al contesto biografico di queste prime ricerche. Ma, più che ricostruire un rapporto di causa ed effetto tra vita e arte, interessa osservare come Calle cominci a confrontarsi con ciò che resta quando una presenza viene meno.

Da allora, la fine assume forme diverse: può essere quella di una relazione sentimentale, di una vita, di un progetto mai realizzato. Può coincidere con un’immagine che non si riesce a ottenere o con un’esperienza che si vorrebbe conservare. Nella mostra, questi temi ricorrono in opere che trasformano episodi intimi in dispositivi narrativi: un conto alla rovescia che traccia una separazione da un compagno, segreti affidati all’artista e sepolti in una tomba, progetti abbandonati raccolti in un inventario. Il percorso non racconta soltanto una successione di perdite: accanto a lutti, fallimenti e tentativi mancati compaiono desideri, riconciliazioni e possibilità di ricominciare. La fine, in altre parole, non è sempre un punto fermo, è una soglia, talvolta un processo, talvolta qualcosa che non si lascia definire.

Tra i lavori più intensi in mostra Non ho potuto catturare la morte, il video realizzato accanto al letto della madre dell’artista durante i suoi ultimi istanti di vita. Calle tenta di registrare il momento esatto della scomparsa, ma l’ultimo respiro le sfugge. La macchina da presa è lì, pronta a testimoniare l’evento, eppure, proprio nel momento decisivo, la registrazione non può restituire ciò che l’artista vorrebbe trattenere. La morte si manifesta così anche come un limite della rappresentazione: si può filmare l’attesa, osservare un corpo, documentare ciò che accade intorno, ma non per questo catturare il passaggio stesso.

Calle ha raccontato che entrambi i genitori impiegarono tre mesi per morire: tre mesi per gli ultimi gesti d’amore, per diventare orfana, ma anche per evitare che l’agonia si trasformasse in un tempo interminabile, fatto soltanto di devastazione. In queste parole il tempo non è una misura astratta ma una durata vissuta, scandita da gesti e presenze, che può sembrare insieme troppo breve e troppo lunga. La registrazione tenta di conservarla, ma non la restituisce intatta. Tra l’esperienza e la sua rappresentazione rimane uno scarto: forse è proprio lì che l’opera prende forma.

A concludere il percorso espositivo è Voir la mer, videoinstallazione realizzata nel 2011 a Istanbul. Calle accompagna al mare alcune persone che, pur vivendo in una città affacciata sull’acqua, non lo avevano mai visto. La telecamera ne registra la reazione di fronte a un paesaggio che per molti è familiare, ma che per loro costituisce una prima esperienza. Dopo aver seguito così da vicino le perdite e le vicende personali dell’artista, lo sguardo si sposta sugli altri. Non si tratta più di trattenere ciò che scompare, ma di assistere a qualcosa che accade per la prima volta. In questo passaggio, il tempo cambia direzione: dalla fine all’inizio, dalla memoria all’esperienza, dall’assenza alla scoperta. Eppure la questione rimane la stessa. Che cosa può fare un’immagine davanti a un momento irripetibile? Può documentarlo, conservarne una traccia, renderlo accessibile a chi non era presente. Non può restituirlo interamente. Forse è proprio in questo spazio tra ciò che accade e ciò che riusciamo a trattenere che il lavoro di Sophie Calle trova una delle sue tensioni più profonde.

Immagine in apertura: la tomba dei segreti di Sophie Calle al Cimitero Acattolico di Roma. Immagine fornita dal MAXXI, comunicato stampa.

Condividi questo articolo
Benedetta Bodo
Benedetta Bodo
Redattrice

Ancora da Arte

Lettere dai Confini

Articoli, letture, documenti d'archivio e appuntamenti per attraversare il presente da un'altra prospettiva.

Iscriviti alle Lettere →