Torino, crocevia del mondo
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Torino, crocevia del mondo

1 Maggio 1997 · di Redazione Confini Magazine
8 min di lettura

Uno scatenato rullio di tam-tam è il primo suono che si ode avvicinandosi al capannone immerso nell’oscurità della sera, appena a un paio di chilometri dal cimitero generale. Nella sala, un centinaio di neri sta festeggiando un compleanno nigeriano. Le donne indossano elaborati e coloratissimi vestiti, e sfoggiano studiate acconciature e pesanti monili dai mille riflessi. Gli uomini vestono lunghe tuniche e papaline, oppure esibiscono completi stile Chicago anni ’50, con tanto di coppola o cappello a lunghe falde. In mezzo alla pista, nel frastuono generale, un gruppo di donne balla – totalmente posseduto dalla musica – attorno alla festeggiata. Una pioggia di dollari, regalo di amici e parenti, scende sul suo capo, accompagnata da una selva di gridolini di gioia.

Cambio di scena: stavolta siamo al Bowling Mirafiori. È un lunedì sera e la mezzanotte è scoccata da poco. Una cinquantina di giovani e giovanissimi cinesi si riversano nel locale: i maschi hanno lunghi cappotti scuri, qualcuno è in giacca e cravatta. Le ragazze vestono elegante ma sobrio, alcune indossano morbide maglie di angora, oppure gilet di pelle o stivaletti e minigonna. I giovani dagli occhi a mandorla iniziano a destreggiarsi con disinvoltura tra le palle da bowling. Sono le ragazze le più brave a colpire i birilli. Altri si affrontano al ping-pong, in un clima rilassato ma pieno di risate e battute. Infine, tutti nella sala del karaoke, per ascoltare i più intonati del gruppo. Dal nulla si materializza una catasta di dischi cinesi. La musica parte, accompagnata da immagini con ideogrammi cinesi sullo schermo gigante. La ragazza di turno canta con dolce sicurezza, e tutti la ascoltano rapiti.

E infine, ci spostiamo prima in una palestra e poi in un parco cittadino: nella prima, due squadre di filippini si stanno affrontando senza risparmio di energie in una partita di basket. Il team vincente sarà designato rappresentante torinese dei cestisti filippini, e si qualificherà per le «finali nazionali» coi compatrioti delle altre città italiane. Nel prato del parco, invece, un drappello di peruviani corre al galoppo attorno a un pallone, esibendo di tanto in tanto finezze di classe e «tocchi» da professionista.

Sono questi alcuni scorci metropolitani che testimoniano la realtà di una Torino inedita, resa ormai da tempo più ricca, diversa, complessa dalle tante presenze che la affollano. Difficile contare tutte le lingue parlate all’ombra della Mole: oltre a quelle europee, per strada può capitare di udire idiomi slavi, il cinese, l’arabo nei suoi tanti dialetti, il persiano, il somalo, per arrivare sino al wolof parlato dai nigeriani (composto di termini locali innestati su un impianto di matrice inglese) o al bambara dei senegalesi. Un’occhiata alle stime degli stranieri residenti a Torino consente di stendere un primo, approssimativo quadro della situazione… tenendo presente che, soprattutto nel caso di alcune comunità, numerosi sono i clandestini e quindi le cifre ufficiali lasciano un po’ il tempo che trovano. Un drappello di stranieri «comunitari» (726 i francesi residenti, seguiti da 353 inglesi, 307 spagnoli, 294 tedeschi, 232 greci, 120 svizzeri, più rappresentanze minori degli altri, con un record di presenze negative che spetta senz’altro ai nordici, appena 30 gli svedesi e 16 i danesi) è seguito da 162 nordamericani e un centinaio di russi e di giapponesi. I numeri «importanti», però, vanno cercati in altre comunità: 6153 sono a Torino i residenti marocchini, 1270 quelli peruviani, 1192 i cinesi (circa il triplo nella realtà), un migliaio i provenienti dalla ex Jugoslavia; ondeggiano – sempre secondo cifre che rispecchiano in modo relativo la presenza reale – tra 500 e 1000 gli stranieri provenienti da Albania, Brasile, Nigeria, Egitto, Romania, Senegal, Somalia, Tunisia e Iran (i dati sui residenti provengono dai servizi demografici comunali e sono aggiornati al febbraio 1997).

Gli americani e i giapponesi presenti in città lavorano nella maggior parte dei casi per aziende operanti nel campo dell’alta tecnologia. Comunità come quella cinese sono soprattutto attive nel campo della ristorazione (imitati dai pochi indiani e curdi presenti in città). Brasiliani e filippini hanno dato vita a cooperative che offrono una vasta serie di servizi, dalla manovalanza alla consegna a domicilio di cibi tradizionali. Molte, poi, le colf tra le donne filippine e peruviane. Giordani, libanesi e russi sono invece attivi soprattutto nel campo dell’import-export.

A proposito di russi: non tragga in inganno il loro numero ridotto (un centinaio di elementi) a Torino. In Piemonte la loro presenza è «decentrata», sempre un po’ in sordina, ma si aggira in realtà sulle 2500 unità. Provate a presenziare a uno dei concerti di musica tradizionale russa organizzati periodicamente al Café Procope dall’associazione culturale Russkij Mir: lo vedrete di certo affollato di russi entusiasti, magari anche cogli occhi un po’ lucidi.

Un certo numero di iraniani, africani e nordafricani sono poi andati specializzandosi nel campo della vendita di tappeti o di artigianato etnico. Interessanti gli esperimenti condotti dall’Alma Mater – associazione che raggruppa diverse comunità di donne straniere – che ha dato vita ad attività come la gestione di un hammam (bagno turco) per tutte le esponenti di sesso femminile, e ancora di cucina etnica a domicilio, baby-sitting e così via.

Singolari sono poi le attività dei polacchi a Torino: alcuni di loro hanno laurea o diploma in Business Administration e sono attivi nei campi più disparati. I «poveri», invece, si trovano soprattutto nei mercati, intenti a vendere residuati dell’ex Ddr (dai colbacchi ai visori all’infrarosso), macchine fotografiche Zenit, binocoli. Molti di questi polacchi, però, non abitano qui e sono degli «itineranti». Anzi, ufficialmente «turisti»: vicino a quelli che affollano periodicamente con la loro merce il corso centrale che sbocca a Orbassano da Torino, si può vedere parcheggiato un pullman che reca in bella mostra la scritta «Turistikznij» (o qualcosa del genere). Ma alle dogane c’è ancora qualcuno che ci crede?

Ciò che rende però caratteristica e palpabile la presenza di tante comunità straniere in città è proprio quella nicchia di attività e servizi gestiti da stranieri per gli stranieri: macellerie islamiche, parrucchiere e sarti africani, supermarket «etnici», noleggio di videocassette cinesi. Sarà comunque presto in libreria una guida divertente e utile (Torino esotica di Andrea Bocco e Maria Albrescia, edizioni Lindau) che aiuterà a districarsi con cognizione di causa nel fitto panorama di mercatini, ristorazione «etnica», artigianato, corsi, negozi, e ancora associazionismo, sport e pratiche salutistiche orientali.

Torino ha poi una vivace tradizione culturale. Nelle università sono molti gli studenti stranieri. La loro presenza si è fortemente accresciuta grazie alle attività del Bit, con le sue attività di formazione e cooperazione internazionale e il più recente programma di «Staff College» per il perfezionamento dei quadri dirigenti delle Nazioni Unite. A tutto ciò si è aggiunta da poco un’istituzione prestigiosa come la scuola per i manager dei Paesi dell’Est. Realtà nuove come il Centro Interculturale, luogo di incontro, di formazione, di scambio culturale, permettono invece ai torinesi – e soprattutto agli studenti – una migliore e più approfondita comprensione dei valori della diversità.

Non potevano mancare, a questo punto, anche i luoghi di preghiera tradizionali, come ad esempio le moschee; o più semplicemente, le messe cattoliche officiate però in lingua inglese e secondo le usanze dei vari gruppi di stranieri. È il caso della funzione serale della domenica (ore 18,30) alla chiesa dei Santi Pietro e Paolo di San Salvario, frequentata da filippini, nigeriani, camerunesi ecc., e durante la quale si possono spesso udire canti tradizionali gospel o swahili. Gli ortodossi sono più prudenti: tanto i fedeli russi quanto i rumeni (ben 778 a Torino) hanno un loro sacerdote. Curiosa, infine, la presenza dei mormoni. Molti tra i missionari di questa Chiesa sono giovani ed entusiasti americani. Di tanto in tanto, organizzano corsi di inglese gratuiti nelle loro sedi. Vi verranno a visitare volentieri a casa per parlarvi della loro fede. E se avete un pianoforte, non mancheranno di portare qualcuno che lo sa suonare: tra un canto religioso e l’altro, potrete così assistere all’esecuzione live di un repertorio che spazia da dignitosissimi brani classici alle più spensierate ballate country.

Il panorama, come si vede, è amplissimo. Più si scava, più si trova. Le regole per farlo? Uno spirito aperto, amichevole e tollerante. E tanta, tantissima curiosità.

Per approfondire lingue e culture

Associazione Amici del Brasile (corso Peschiera 140/8): corsi di portoghese, con metodi didattici innovativi (anche con l’aiuto di testi musicali brasiliani) e secondo orari personalizzati. Organizzazione di viaggi in Brasile e corsi di spagnolo a tutti i livelli.

Associazione Ceco-Italiana Doba (via Accademia delle Scienze 11): corsi di ceco, organizzazione di soggiorni-studio nella Repubblica ceca e scambi culturali. La scuola è l’unica del genere in Italia.

Centro Studi di Danza, Musica e Cultura Orientale Aziza (corso Regina Margherita 236): corsi di lingua araba, di egittologia, di danza orientale, di ritmi e percussioni.

Cesmeo (via Cavour 17): corsi di lingue asiatiche moderne (cinese, giapponese, tibetano, hindi, indonesiano e thai) e antiche (sanscrito ed egizio antico), conferenze e attività culturali.

Comunità Ebraica (piazzetta Primo Levi 12): presso la Comunità vengono organizzati corsi occasionali di ebraico moderno a vari livelli, con durata annuale.

Russkij Mir (via Lagrange 7): corsi di lingua russa (a tutti i livelli, con corsi periodici di alfabetizzazione gratuiti), corsi di canti tradizionali russi, organizzazione di soggiorni-studio e attività culturali.

Articolo pubblicato originariamente in Confini, maggio 1997, a firma di Andrea Giordano.

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