Un armonico approdo oltre il disordine della vita
Società

Un armonico approdo oltre il disordine della vita

1 Maggio 2004
4 min di lettura

Cercavo la quiete e la trovai in un piccolo camposanto di paese, dove tutto afferravo con uno sguardo: i successivi interventi a lenire le ingiurie del tempo; le cripte di famiglia, le lapidi dei primi anni del ‘900 ormai sbiadite. Un’oasi, la pace. Cercavo la quiete e la trovai nella necropoli, vero polis dei morti, città nella città: smisurata, cantiere in divenire, corpo in crescita. Apparentemente inconciliabili, due mondi diversi, mi avevano placato con la stessa sensazione di essere approdato al porto che ripara dal mare in tempesta.

È dunque possibile che anche ciò che a prima vista appare enorme (meglio: abnorme), il cimitero di grandi dimensioni al quale sono costrette le città, possa mantenere una «misura d’uomo» che lo renda vivibile sia materialmente (la visita ai propri cari deve essere agevole), che psicologicamente (vedo migliaia di tombe ma, nonostante ciò, percepisco che ogni morto conserva la propria incancellabile unicità).

Affinché la necropoli non dia spaesamento, occorre che alcune condizioni – apparentemente banali – siano rispettate. Facile, ad esempio, deve essere raggiungere le lapidi, cambiare i fiori sulla celletta; le strade interne devono essere ben definite, come le indicazioni degli ampliamenti e dei nuovi settori. Al cimitero, infatti, non si chiede di rinnovare il dolore per la perdita di una persona cara, ma la capacità di rappresentare sulla terra il luogo della pace, raggiunta in cielo o nella memoria di chi resta.

L’ordine, dunque, si addice didascalicamente al cimitero, ché il sovvertimento delle cose, lo stravolgimento, il caos, il vano divenire perpetuo, e principalmente l’ingiustizia, sono invece di questo mondo. Insopportabile diventa perciò la vista che interrompe l’ordine cimiteriale: massimamente un cumulo di terra scura, rivoltata su se stessa, che mostra lapidi frantumate dall’acciaio della pala meccanica. Ma al cimitero la fase di transizione, di passaggio dal disordine all’ordine, non è tollerabile: servirebbe l’occultamento del lavoro necessario, un paravento, uno schermo che nasconda la verità, mai sostenibile dallo sguardo: «Tutti sono diretti verso la medesima dimora: tutto è venuto dalla polvere e tutto ritorna nella polvere» (Ecclesiaste, III, 20).

Perché noi sappiamo che anche la sistemazione «definitiva» in cimitero è provvisoria, sulla lunga durata. Bisogna per questo concedere al transeunte l’illusione che esista invece un capolinea materiale (il cimitero) intoccabile, «sacro», al quale corrisponde un capolinea ideale (il regno dei cieli, o il ricordo dei vivi). La manomissione all’ordine, pur minima, si svela come sacrilega perché tocca il «camposanto».

Ma se nel piccolo cimitero l’ordine è implicito nella dimensione (alla semplicità della struttura corrisponde la facilità della sua gestione), appare evidente che nella necropoli il suo raggiungimento debba essere la meta. Ciò che è ordinato permette infatti di essere conosciuto e vissuto. Il dominio dello spazio nella vastità del cimitero deve apparire certo: qui dove si susseguono cripte, altarini, tombe, lapidi, cellette, ampliamenti, sotterranei e lucine, bisogna evitare che emerga il senso di spersonalizzazione, proprio nel luogo che celebra gli esseri umani nella loro individualità e irripetibilità.

Alla necropoli, come al piccolo camposanto, non si concedono dunque le imperfezioni che invece si tollerano nella città dei vivi: nei primi esigiamo il silenzio, nella seconda patiamo l’assordamento; nei primi pretendiamo la pulizia, nella seconda sopportiamo la sporcizia che s’accumula; nei primi cerchiamo indicazioni certe, nelle seconde vaghiamo imprecando. Nei cimiteri ogni dissonanza, ogni stonatura incide nell’animo: già il fiore appassito è intollerabilmente memento mori, e paradossalmente si ricorre a quelli di plastica, che regalano l’illusione di una fioritura perpetua; lo scolorire delle fotografie ricorda troppo la dissolvenza della materia e la corruttibilità della carne.

Inevitabilmente bisognoso di pace – di quiete – è l’animo di colui che varca in visita la soglia del camposanto o della necropoli: stremato dal dolore, appeso alla speranza ultramondana, certo solo della sorte che tutti affratella, non chiede che respirare senza affanno, dimenticare il tempo e lo spazio e sostare di fronte all’inebriante precipizio senza fondo dell’eternità.

Articolo pubblicato originariamente in Confini, maggio 2004, a firma di Marco Sartorelli.

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