Una ferita eternamente aperta
L’11 settembre gli aerei in mano ai kamikaze islamici colpirono il cuore dell’America annientando molte certezze. Era la prima volta che gli Stati Uniti venivano colpiti in casa propria in modo così choccante, così plateale. L’immagine dei due grattacieli che si sbriciolano in diretta televisiva resterà per sempre nella memoria. Ma le vittime? Come ricordare le persone che sono morte mentre erano al lavoro in ufficio, mentre passavano casualmente da quelle parti, mentre tentarono eroicamente di soccorrere gli intrappolati?
Risolvere la questione con un «monumento» è arduo, anche perché la morte per terrorismo sembra essere radicalmente diversa da quella in guerra, negli incidenti umani e naturali. Il terrorismo uccide a caso, mescolando destini disparati che non solo non avevano ideali né valori in comune ma nemmeno conoscenze concrete. Il terrorismo colpisce simboli, «non luoghi», che riuniscono persone che condividono soltanto banali incombenze quotidiane. O, come nel terribile 11 marzo di Madrid, sono nella stessa stazione perché devono prendere lo stesso treno.
Il problema della memoria, del culto dei defunti da parte dei famigliari, si pone dunque in modo più complesso, anche perché il destino non si porta via soltanto la vita dei propri cari, ma anche la vicinanza, spesso addirittura il corpo. Il crollo delle Torri gemelle ha ucciso ufficialmente 2752 persone. Ma solo 1527 sono state identificate. Le altre sono un puro nome, scomparse e confuse nell’immenso sarcofago di macerie e metalli fusi.
Scegliere l’opera giusta per commemorare il piccolo olocausto newyorkese non è stato semplice. Ci sono voluti due anni di discussioni, anche molto accese. Sono stati presentati oltre 5.000 progetti, venuti da ogni parte del mondo. Alla fine ha vinto l’idea di Michael Arad. Il memoriale sorge esattamente nella zona dove un tempo le Twin Towers s’arrampicavano nell’aria. Al posto dei grattacieli, nei due enormi buchi, verranno costruite due grandi vasche quadrate, dieci metri sotto il livello stradale, riempite dall’acqua di cascate perenni. Tutt’intorno ci saranno alberi per simboleggiare la rinascita della vita.
I nomi delle vittime dell’11 settembre, e quelli dei sei morti per l’attentato del 1993, saranno scritti nella pietra, senza un ordine preciso, per riprodurre la brutale casualità del destino. Nessuna croce, nessun simbolo religioso, perché là sotto sono rimasti fedeli di tutte le confessioni, ebrei e musulmani, buddisti e atei. Il titolo dell’opera è «Riflettere l’assenza», quasi a indicare, con studiata crudeltà, che la creazione architettonica non intende cercare balsami al dolore. Le vasche saranno un segno perenne inciso nel corpo della città, non consoleranno i sopravvissuti con l’illusione di una presenza, ma con la certezza dell’assenza.
Alla vittoria del giovane architetto israeliano ha contribuito molto la presenza di uno dei giurati, la cinese americana Maya Lin, che, poco più che ventenne, ideò il monumento ai caduti in Vietnam di Washington, lo spoglio muro con migliaia di nomi incisi nella pietra. La minuta architetta ha convinto i colleghi che il memoriale di Ground Zero non doveva lontanamente somigliare a un urlo eroico. Doveva restare una ferita eternamente aperta. Non doveva celebrare vittorie, ricostruzioni, vendette, ma la malinconia della sconfitta.
Ma come sempre la storia umana è fatta anche di piccole storie. A Ground Zero, oltre all’America ferita, ci sono donne che hanno perso il loro marito, bambini che non hanno più le loro madri. Esseri umani che prima erano un corpo, una voce, una capigliatura, un’immagine. I parenti delle vittime, riuniti in un’associazione, vorrebbero il calore di qualcosa di fisico, di personale: si sarebbe potuto ovviare con il recupero di piccoli oggetti quotidiani, come le scarpe degli ebrei sterminati ammassate nei musei dell’Olocausto. Invece tutto è stato raschiato via, trasportato altrove, come nelle sequenze che Spike Lee ha dedicato a Ground Zero nel suo film «La venticinquesima ora».
È più difficile elaborare il lutto se il corpo, anche soltanto come traccia, non esiste più
Molti studiosi e opinionisti oggi pensano alla dispersione delle ceneri, legata alla pratica della cremazione, come a una forma, benché volontaria, di «sparizione del corpo», e ne denunciano i pericoli: smaterializzazione, mancanza di un luogo dove tornare a piangere. A prescindere dalla differenza evidente rispetto alle esperienze citate sopra (chi disperde ha visto il cadavere e ha deciso di spargere le ceneri in un luogo preciso, a lui noto, dove in realtà può tornare, e ha seguito, nel compiere questo gesto, la volontà del defunto), certo è che molti episodi portano a pensare che la conservazione delle ceneri sia una opzione più rassicurante in funzione dell’elaborazione del lutto. Il corpo rappresenta la persona, e le ceneri, seppure in forma diversa, continuano ad esserne il simbolo. Troppe volte nella storia, e nelle violenze e tragedie collettive del nostro tempo, ci si è trovati di fronte all’assenza dei corpi delle persone care, non solo morte, ma dissolte, disintegrate nel nulla. Chi ha potuto seguire i numerosi articoli usciti sul «New York Times» dopo l’abbattimento delle Twin Towers si è reso conto che i casi più strazianti sono stati quelli in cui nulla che potesse identificare un defunto è stato trovato; e che i vigili del fuoco, consapevoli di questo, hanno fatto l’impossibile proprio per trovare qualche, anche minuscola, traccia di identità. (Marina Sozzi)
Articolo pubblicato originariamente in Confini, maggio 2004, a firma di Bruno Ventavoli.