Uno spazio per l’accoglienza e per la cura
Società

Uno spazio per l’accoglienza e per la cura

1 Ottobre 2008
4 min di lettura

Il termine hospice ha una lunga storia: indica ospitato e ospitante, ha in sé concetti come interscambio e ospitalità, dare e ricevere; nel Medioevo gli ospizi tenuti dai monaci erano posti di ristoro dove si veniva accolti, alloggiati, talvolta feriti e malati, e dove si assistevano i morenti. Cicely Saunders negli anni Sessanta, con intuito e coraggio, costruì in Inghilterra il primo hospice per la cura dei malati terminali, quando di loro nessuno si occupava: ha introdotto il concetto di dolore globale, riaffermando l’unità fisica e psichica della persona, e ha costituito gli hospice quali luoghi in cui la cura del malato tenesse conto di tutti gli aspetti della sofferenza umana. Da questi concetti nasce l’idea della ristrutturazione di Villa Sclopis a Salerano (Ivrea).

La villa ha sede in un pregevole parco con alberi ad alto fusto, con una chiesetta e un’antica torre spagnola, ed è stata data in gestione all’Associazione Casainsieme affinché potesse progettare e realizzare l’Hospice del Canavese (Salerano), la cui autorizzazione formale risale al 27 febbraio 2007. Il centro residenziale di cure palliative funziona grazie al lavoro congiunto dell’Associazione Casainsieme – Onlus, dell’ASL TO4, dell’Assessorato alla Sanità della Regione Piemonte, dei comuni di Ivrea e Salerano e di professionisti come l’architetto Michele De Lucchi. L’hospice è luogo di accoglienza e cura per le persone in fase avanzata e terminale di malattia: cura dei sintomi, terapia del dolore e sostegno psicologico ai malati e ai loro familiari. È un luogo di vita simile all’ambiente domestico, con spazi personali adeguati e confortevoli e con i propri cari anch’essi ospiti, parte integrante del processo di cura, spazio prezioso quando non sia possibile l’assistenza domiciliare.

Nel corso dell’anno sono state accolte 74 persone malate, provenienti per la maggior parte dall’ASL TO4: avevano un’età media di 69,8 anni e ciascuno è stato ricoverato per circa 25 giorni, arrivando più frequentemente dall’ospedale che non dal domicilio. All’hospice di Salerano non si realizzano eventi di solidarietà e di intrattenimento: ad esempio una sera alla settimana i volontari, gli operatori ed i familiari cenano insieme, usando il momento conviviale come occasione di incontro e di scambio. Si ricerca con costanza la collaborazione tra le varie componenti interne dell’hospice e con i collaboratori esterni, e si è in progetto di avviare percorsi formativi insieme ad altro personale che si occupi di oncologia e di cure palliative.

A me, osservatore che ne ho conosciuto la storia, balza immediatamente agli occhi come questo progetto nasca da una profonda sinergia tra persone che attraverso emozioni e relazioni profonde hanno condiviso il sogno di cercare di alleviare la sofferenza insita nel percorso del malato, del familiare, dell’amico, per migliorare la qualità della vita specialmente quando le speranze di vita sembrano attenuarsi. Singolari e intense, ad esempio, le motivazioni che hanno spinto un architetto noto quale Michele De Lucchi a occuparsi della ristrutturazione della villa: quando incontrò gli amici di Casainsieme, sua madre era appena morta dopo una lunga e penosa agonia, il padre stava morendo della stessa malattia, ed egli racconta di essere rimasto colpito dalle parole che i committenti usavano per parlare di morte e di come le idee messe in campo abbiano rappresentato per lui quanto di più profondo e coinvolgente potesse ascoltare in quel momento. Dice De Lucchi: «Probabilmente parlare apertamente di questi temi mi aiuta a esorcizzare la morte dei miei genitori, ma sicuramente il tema mi colpiva bene oltre e sentivo il desiderio di fare qualcosa che mi facesse sentire il pensiero della morte meno lontano da quello della vita». La ristrutturazione ha ottenuto un risultato splendido: il nuovo edificio, con otto camere singole con bagno, la cucina nel seminterrato, gli ampi soggiorni, la cappella al piano terra e il parco, appaiono ora un complesso omogeneo, discreto e sensibile, come sembra necessario in un luogo dove si lavora per accogliere, accompagnare, alleviare la sofferenza. D’altra parte, il patrimonio scientifico di cui la medicina oggi dispone è per gli operatori sanitari di questa struttura il mezzo necessario per conseguire il fine stesso di questa disciplina, cioè uomini che si occupano di loro simili con competenza e responsabilità, non rinunciando a curare quando è impossibile guarire. Questi operatori sono l’esempio di come il bene dell’altro possa essere un’autentica spinta ideale.

Articolo pubblicato originariamente in Confini, ottobre 2008, a firma di Laura Arpino.

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