Va in onda il malocchio
Società

Va in onda il malocchio

1 Ottobre 1995 · di Redazione Confini Magazine
8 min di lettura

Sono centinaia le minuscole televisioni private che infestano l’etere con maghi e con cartomanti. E sempre più spesso si affibbia a qualche disgraziato la fama di menagramo. L’Italia in fondo non è molto diversa da Haiti.

Ricordo benissimo quella donna. Si chiamava Giuseppina, aveva i capelli crespi, la faccia da contadina e veniva da un paese non lontano da Roma che si chiama Ronciglione. Veniva a casa nostra durante la guerra e subito dopo, con il marito, qualche pollo vivo legato per le zampe, primizie e uova. Veniva per riconoscenza, credo, nei confronti di mio padre che aveva aiutato il marito ferroviere. Ma veniva anche per levarci il malocchio. Mia madre lasciava fare, insospettita, incuriosita, infastidita, ma passiva. E Giuseppina riempiva un catino d’acqua su cui versava olio. Dal comportamento delle macchie, se si univano o disunivano, traeva una diagnosi di magia nera. Io provavo un senso di orrore e di nausea. Mia madre rideva, ma diceva che non si sa mai, hai visto mai, in fondo che c’è di male. Mio padre, ingegnere ragionevole e razionale, si chiudeva in studio con i suoi progetti di locomotive e sbuffava di conseguenza.

Molti anni dopo mi sono trovato in una campagna buia. La temperatura torrida malgrado la notte. Urla e grugniti in lontananza. Alcune donne giravano in tondo recitando preghiere. Una cadde in trance e poi prese un candido colombo che prese a carezzare con amore finché con un morso tranciante non gli staccò e divorò la testa. Poi mangiò anche piume e carne. Il console italiano ad Haiti, dove ero andato a filmare la magia nera, ci fece sapere che avevamo salvato la pelle per miracolo. I turisti che corrono la notte dei Caraibi in quella terra, spesso finiscono inghiottiti nel nulla nero visitato dai santeros, dalle mostruose divinità che scimmiottano santi e stregoni, pupazzi di carnevale e di morte. Certo, sembra che anche Benedetto Croce abbia detto «Non ci credo, ma è vero» e conosco molte serie e rispettabili persone che si fermano di fronte a un gatto nero e preferiscono parcheggiare attendendo che qualcun altro passi, beccandosi l’infortunio che quel gatto avrebbe seminato.

Avendo i capelli rossi, faticai non poco da bambino per capire che c’era gente che considerava (e, suppongo, considera) jettatorio un tal colore di capigliatura. A Roma ero perseguitato da una filastrocca da caccia alle streghe che mi inseguiva in un turpe sussurro. «Roscio malpelo, schizzaveleno, magnapagnotte, schiatta stanotte». I rossi, imparai, portano male. E schizzano veleno, come i rospi. I miei amici più cari erano bambini di ghetto, ebrei romani inseguiti da analoghe e ben peggiori infamie. Fu così che fondammo una alleanza tra ebrei, rossi e rospi. Le imprese della Santa Inquisizione, in Italia, almeno in quella che fece parte dello sterminato impero di Spagna, sono tessute di spunti stregoneschi e sentenze diaboliche che derivano dalla condizione fisica e di nascita, etnica, religiosa e di colore della pelle degli esseri umani.

Io personalmente non provo alcuna simpatia, neanche in senso canzonatorio e burlone, per alcuna delle attività, sentimenti e pratiche magiche. La prima delle quali, il livello zero pericolosissimo in partenza, si trova nei segni zodiacali. Trovo sempre più imbecilli che mi chiedono, insieme al codice fiscale, il segno zodiacale con ascendenti e discendenti. Ho anche imparato a rispondere cortesemente, perché inalberarsi è inutile: si incontra un muro di allibita scontrosità.

E poi, livello uno o forse due, non faccio che trovare persone dette «di cultura» che affibbiano a qualche disgraziato la fama di menagramo e si rifiutano di pronunciarne o scriverne il nome. Alcune di queste persone entrano in uno stato di sofferenza perenne e senza possibilità di difesa. Alcune finiscono per suicidarsi, o comunque per collaborare con la propria morte. A questo proposito vorrei rintracciare la parola che ho disperso nella memoria e che indica «colui che porta sventura a se stesso», l’autojellatore. Quest’ultima è forse l’unica persona realmente portatrice di una forma autentica di danno (a se stessa) perché i sintomi della depressione, dell’angoscia e del desiderio di morire, si manifestano spesso con atti minuscoli che conducono alla morte. Lo sanno i fumatori e i grandi bevitori, come i grandi mangiatori. Ma nessuno troverebbe «popolare» attribuire al pacchetto di sigarette la capacità di attrarre il malocchio, visto che attrae il cancro.

La leggerezza con cui si distribuiscono e si accreditano le patenti di iettatore è spesso inversamente proporzionale all’intelligenza. Nella letteratura, fra i giornalisti e nel rutilante mondo dello spettacolo vengono spesso emesse sentenze di morte civile. Quando il presidente della Repubblica Giovanni Leone fu sorpreso dal fotografo a fare le corna dietro la schiena nel corso di una cerimonia ufficiale, una torma di ipocriti mascalzoni si accanì contro quel perfetto Pulcinella, trattandolo da guitto, del tutto indegno di sedere dove sedeva. Credo viceversa che con quel gesto, mai un Capo dello Stato abbia meglio rappresentato la condizione di minorità della sua gente, che consumava e consuma ogni sorta di superstizione aggressiva.

Esiste infatti anche una forma naturale dell’atteggiamento magico che ha a che vedere con i sogni, l’esperienza interna del presagio e del timore, con eventi che appaiono inspiegabili o soverchianti. Ma quel che ne deriva è semplicemente una manifestazione di smagamento e di insicurezza che poi la condizione adulta e il consolidamento della personalità permettono di fronteggiare. Così, sono milioni le persone che in cuor loro, e in solitudine, praticano cabale di numeri, decidono che porta male muovere per primo questo o quell’altro piede, oppure camminare sull’incrocio delle righe delle mattonelle o delle giunture sui marciapiedi. Si tratta di forme di microassicurazione che ognuno di noi stipula con la sorte nel tentativo di raggiungere un risultato (l’esame, una prima, un concorso, un appuntamento, una visita medica).

Ma la faccenda cambia brutalmente quando le forme di microassicurazione si trasformano in atti di aggressione. Secondo il codice penale non può essere perseguita la morte di qualcun altro, attesa alla via altrui con pratiche di pretesa magia. E ovviamente non si può trascinare dal giudice per tentato omicidio un tizio che si diverta a punzecchiare un fantoccio con le vostre sembianze. Ma non sarebbe affatto male se il codice penale, e dunque il Parlamento che lo può modificare, prendesse in considerazione la possibilità di sanzionare in qualche modo chi aggredisce il prossimo con pratiche magiche alle quali lui, l’aggressore, annette importanza.

Naturalmente la prima e più automatica autodifesa di fronte a questo argomento è quello di alzare le spalle e magari toccarsi le palle. E questo perché la velatura magica lambisce e avvolge in qualche misura quasi tutti, è accessibile al più basso livello di credulità, è suggestiva, coalizza rapidamente contro gli intrusi. Infatti è facilissimo, o meglio dovrebbe essere facilissimo per tutti vedere che l’aggressione di tipo magico funziona esattamente con gli strumenti dell’aggressione razziale. L’aggressione razziale prevede l’isolamento dell’intruso, la demonizzazione della sua personalità, la coalizzazione della società che si sente violata e che si stringe in un patto di emozioni collettive e condivise. Quindi passa all’attacco che consiste nell’espellere o liquidare l’altro.

Nei conflitti razziali succede in genere che gli attaccati stipulino fra loro un patto simmetrico, uguale e contrario, opponendo un fronte di emozioni aggressive collettive e condivise che hanno lo scopo di fronteggiare quelle opposte. I conflitti razziali e quelli di derivazione magico-infantile e magico-primitiva non sono mai solubili, ma solo controllabili. La permanenza delle pratiche magiche, pur essendo convinto di una loro sopravvivenza inevitabile, e voler provvedere a estirpare ogni sorta di superstizione, anche minima, anche buffa, persino quelle più innocue, garantisce di fatto la permanenza del carattere tribale che ha bisogno di sacrifici rituali umani e di roghi: il critico letterario o la cantante solleggiati dalla tribù come creature diaboliche e colpiti dall’anatema; il compagno di scuola o di lavoro; il debole e spesso l’handicappato (lo «scemo del villaggio», si diceva una volta) che vengono caricati di sospetti su pratiche e opacità che sconfinano nei due regni proibiti della morte e del sesso.

Così, facendo zapping di notte sulle centinaia di reti private minuscole che infestano l’etere con maghe, cartomanti, fattrici di oroscopi, ho maturato la convinzione per nulla sbrigativa di un paese, il nostro, che non è molto diverso da Haiti se non per materiale merceologico ed ipocrisia. Che cosa fare? Si può fare molto: vietare per legge la lettura di ogni sorta di oroscopo nelle televisioni del pubblico servizio radiotelevisivo e sottoporre a tasse pesantissime le emissioni di questo genere. Introdurre la razionalità e il suo primato come materia di studio elementare insieme alla lingua inglese. Perseguire i persecutori e imporre loro brevi ma intensi periodi di detenzione in appositi locali attraversati da gatti neri e dove non sia possibile evitare il passaggio sotto le scale. Ogni cella dovrebbe avere ben scritto sulla porta il numero «17». No, d’accordo: mi sono fatto prendere dal moralismo. Rinuncio alla richiesta di pene corporali, ma non a mostrare il giusto disprezzo.

Articolo pubblicato originariamente in Confini, ottobre 1995, a firma di Paolo Guzzanti.

Condividi questo articolo
Redazione Confini Magazine
Redazione Confini Magazine
Staff editoriale

Ancora da Società

Società

Racconti dall’Aldilà

Il programma completo di un ciclo di otto incontri, alla sua prima edizione, che si propone di indagare, nell'assoluta concretezza, come l'umanità si sia affacciata al più esistenziale ignoto e all'insondabilità della…

Voci

Il cronista arriva sempre dopo

Il cronista arriva sempre dopo. Dopo l’urto, lo sparo, la valanga, la corsa inutile dei soccorsi. Quando telefona o suona a una porta, la morte ha già compiuto il proprio lavoro e ha lasciato dietro di sé persone che…

Lettere dai Confini

Articoli, letture, documenti d'archivio e appuntamenti per attraversare il presente da un'altra prospettiva.

Iscriviti alle Lettere →