Vi scrivo da un paese ferito
Società

Vi scrivo da un paese ferito

1 Gennaio 2002
3 min di lettura

La vista che si gode dal mio ufficio al trentacinquesimo piano ha sempre suscitato la meraviglia di amici e visitatori: pare il ponte di una nave la cui prua, orientata a sud-ovest e in asse con Park Avenue, apre una scena di ampiezza hollywoodiana che abbraccia mezza Manhattan: il ponte di Brooklyn, tutto il down town, il fiume Hudson e i bassi rilievi del New Jersey. Fino all’11 settembre, le torri gemelle erano il rassicurante punto di ancoraggio dello sguardo che ogni mattina buttavo sulla città.

Come molti newyorchesi, le torri le ho viste eclissarsi in diretta dalla mia finestra, complice la nitidezza crudele di uno splendido mattino di settembre: prima le ferite nei palazzi, poi il crollo, lentissimo nella sua dinamica d’implosione. Aggrappato alla scrivania del trentacinquesimo piano, mentre le torri si sbriciolavano e migliaia di uomini e donne morivano, si frantumava per sempre un inconsapevole sentimento di invulnerabilità.

Guardavo mesmerizzato l’orrore e tremavo, impossibilitato a muovermi, scosso alle radici da un’adrenalina velenosa. Il peggio è venuto dopo: per almeno cinque lunghissimi, agonizzanti giorni sono stato incapacitato, in senso patologico, a ricalcare i percorsi rassicuranti della quotidianità. Molti come me, in quel tragico «day after», hanno aperto gli occhi su dimensioni dell’esperienza a cui abitualmente si tenta di sottrarsi: non solo la morte fisica, ma l’handicap, la malattia, la depressione, il collasso degli elementi primari che definiscono la nostra esistenza.

Nei quartieri più vicini al World Trade Center si aggiravano centinaia di persone disperate che, con le foto dei «loved ones» in mano, interrogavano i passanti implorando il più piccolo segnale di speranza. Come a Berlino alla fine della seconda guerra mondiale, i muri di New York, le piazze, le stazioni si sono ricoperti di fotocopie a colori e polaroid con i volti sorridenti degli scomparsi, e su quelle povere carte i messaggi ormai muti: «Missing», «Have you seen this man?».

Davanti a questo immenso muro del pianto sono state accese ogni sera candele votive, appese bandiere americane e collocati mazzi di fiori: in una processione lenta e silenziosa, migliaia di newyorchesi hanno pagato un silenzioso omaggio, in un rituale muto di raccoglimento e solidarietà. Il «New York Times» è diventato, con due rubriche aggiornate quotidianamente, protagonista dell’elaborazione collettiva del lutto: «Portraits of grief», epitaffi redatti con rigore giornalistico e umana partecipazione, e «Objects», storie ricostruite attraverso gli oggetti recuperati tra le macerie.

Ho chiesto a un’amica giornalista, che risiede a New York da quindici anni, di raccontarmi cosa aveva provato quel giorno: mi ha scritto di essersi sentita nuda, come strappata al cordone ombelicale che fino a quel momento l’aveva nutrita. Anche dal peggiore degli incubi si esce però, seppure claudicanti: la tragedia ha rivivificato un orgoglioso senso di appartenenza a questa città. Una forma di pacifica resistenza che non è incoscienza né rassegnazione, ma l’unico modo per ricominciare a vivere. Dopo l’11 settembre.

Ennio Ranaboldo è President della società Lavazza USA.

Articolo pubblicato originariamente in Confini, gennaio 2002, a firma di Ennio Ranaboldo.

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