Volando, senza musica
Una storia inedita di Gabriele Romagnoli. Una strana corsa su un’autostrada deserta in gara con un carro funebre. E con un arrivo imprevedibile.
Quando si dice una giornata di sogno. Ha tutto quel che desidera per farsi piacere l’esistenza: un’auto a nolo, una bella auto che non conosce ma che sta imparando a manovrare con curiosità e delicatezza, sfiorandola prima di premerne i comandi con decisione; una strada davanti, una strada di cui vede l’inizio ma non può e non vuole immaginarne la fine, se poi una fine l’avrà e non sarà il circuito del mondo; una musica che fra poco uscirà dall’autoradio, aspetta ancora ad accenderla, lascia che il silenzio sia una vigilia che può far terminare quando vuole, semplicemente girando una manopola, con uno scatto che la porti a fine corsa, musica come uno scroscio di doccia che ti ricopre. E via. Sorride, a se stesso, all’auto, alla strada, alla musica che verrà, al cielo sopra Torino, imprigionato nello specchio retrovisore perché i cartelli verdi annunciano Villanova km 4 ed è ormai autostrada: Asti, Alessandria, Piacenza, Parma, Bologna, Rimini, Ancona, Pescara, Bari… non è a dove sta andando che vuole pensare adesso, ma solo al fatto che sta andando, che angeli lavavetri hanno raschiato via tutte le nuvole dal cielo regalandogli questa lastra d’azzurro che declina verso un orizzonte magicamente libero dal traffico, benché sia estate, vacanza, esodo, dicono. Lui, dice, ripete a se stesso che è una giornata di sogno e rallenta perché è arrivato al casello d’ingresso.
Preme il bottone, ritira il tagliando e scivola via, lento. Dall’ombra del casello a fianco sbuca un’altra auto che si immette sulla corsia di sinistra, lo supera e gli si piazza davanti. Una station wagon nocciola. Più precisamente, un carro funebre. Vede la bara sporgere dal finestrino posteriore, appena il coperchio e, come fosse un ciuffo di capelli del passeggero, l’immancabile corona di fiori con allegato nastro di rivendicazione. Guarda la targa: TO. Al bivio tra Milano e Bologna la vede proseguire per Bologna, come lui. Le resta dietro fino alla fine della rampa, poi schiaccia l’acceleratore. Il gioiello a nolo risponde con voluttà alla sollecitazione, schizza nella corsia di sorpasso e si distende con un fremito. Per un istante affianca il carro funebre e ne guarda il conducente. L’uomo si volta verso di lui: cappello con visiera nera calato sugli occhi coperti da occhiali scuri, grandi baffi neri, un sorriso che scatta improvviso. Istintivamente piega l’indice e il medio della mano destra e con la mano così contratta si tocca i testicoli. Ricambia il sorriso con una copia molto più tirata e insincera, poi fila via, lontano, verso Piacenza km 148, i ponti sul suo cammino e la rassicurante scritta «Dio c’è» sui pilastri.
Accende l’autoradio e porta la manopola a fine corsa preparandosi a ricevere una cascata di musica sul viso e su tutto il corpo. Silenzio, invece. Preme tasti, ruota cursori. Silenzio. Guarda l’antenna sul cofano e la vede regolarmente in piedi, a prendere schiaffi dal vento. Spegne e riaccende: niente da fare. «Sarà un tratto isolato», pensa guardando sospettoso le colline che qualcuno ha ripassato con l’evidenziatore buon mattino per farle splendere sotto il sole di luglio. In una giornata così, nessun malumore è ammesso. Spegne la radio e si mette a cantare, tamburellando sul volante e sperando che non bagni per quando arriverà al gran finale, dandosi il tempo con il piede che stantuffa sull’acceleratore e procedendo a scatti sulla corsia fortunatamente deserta. Decine di chilometri così, dando fondo al repertorio, mangiando spazio e tempo, senza mai guardarsi alle spalle, cacciatore di ritmi e voci. Fino a Voghera km 2, quando, continuando a volare in corsia di sorpasso, si ritrova ad affiancare un carro funebre nocciola. Lo lascia sfilare per vedere la targa: TO. Si porta all’altezza del conducente e quello si gira: cappello con visiera, occhiali scuri, baffoni neri, sorrisone. «Echeccazzo! E questo quando mai mi aveva superato?». Schiaccia a tavoletta e lo guarda scomparire nel retrovisore. «Sarò stato troppo occupato a cantare per accorgermene», pensa. Resta in silenzio e guida concentrato, ogni tanto guarda nello specchietto: il vuoto. Si tranquillizza e dimentica. Pensa ad altro. Pensa a lei, inevitabilmente. A lei che è rimasta a Torino. Allunga una mano sull’altro sedile, fruga nel cassetto portaoggetti, le trova nella tasca della giacca appesa al gancio: sigarette ultraleggere Bianchi, sottili fili per legarsi a distanza, le sigarette che fuma lei e lui, che non ha mai fumato, fuma solo quando è lontano. Ne porta una alla bocca e sente qualcosa che assomiglia al suo sapore. Pigia l’accendino elettronico. Passano secondi, minuti, non scatta. Lo estrae: spento. Rotto. Lo rimette al suo posto con stizza e solo allora si ricorda che lei ha smesso di fumare, che non ha più nulla per portarla con sé, niente che possa stare tra le labbra e dentro un sospiro. Butta via l’ultraleggera, ultrasottile, ultrainutile. Prende il telefono cellulare, compone il suo numero. Silenzio. Il display lo informa che nessun contatto è possibile. «Ancora isolati?», si chiede guardando con crescente diffidenza le colline che cominciano a tingersi di ombre.
Arriva al casello di Piacenza, prepara i soldi per il pedaggio, una cifra che conosce a memoria. L’addetto non c’è. Sorride ritrovando il buonumore. «Saranno in sciopero», pensa. E va, verso Bologna, dove è nato, trentasei anni fa. I cartelli gli annunciano: «Area di servizio Arda Ovest km 5». Pensa: «Telefono da lì». Quando la vede, svolta. Nel piazzale ci sono poche auto, conducenti solitari con i visi stravolti, un pullman carico di bambini tristi. «Dev’essere l’estate, vacanza, esodo», pensa, salendo i gradini a due a due. Improvvisamente assetato va al banco e cerca di farsi servire un tè freddo. Il barista sembra non sentirlo, non lo guarda neppure. Dopo dieci minuti perde la pazienza e se ne va. Trova gli apparecchi telefonici, inserisce una scheda: smagnetizzata. Ne prova un’altra: smagnetizzata pure questa. Cerca di comprarne una, la cassiera serve prima l’uomo che gli sta alle spalle. Bestemmia ed esce.
Il carro funebre è lì, nella piazzola assolata, il motore che ronfa, nessuno dentro. Stava per andare al bagno poi s’immagina la scena: l’uomo dell’orinatoio di fianco che si gira lentamente verso di lui, il cappello con la visiera, gli occhiali scuri, i baffoni neri, il sorrisone. Corre verso la sua bella auto a nolo, mette in moto e riparte, a tutta velocità. Non si ferma più, Fiorenzuola, Fidenza, Parma, Modena, a Modena voleva fermarsi, invece, perché ci compra ogni volta lo stesso aceto balsamico che vendono nella gastronomia sotto casa sua, stavolta invece accelera, addirittura, senza preoccuparsi dei limiti, fino a Bologna, la sua Bologna, che non è il posto dove sta andando eppure segue i cartelli che indicano l’uscita «Bologna Km 4,5» e scivola via scoprendo solo allora che non lo sa dov’è che sta andando, che non si ricorda perché è partito, dove ha noleggiato questa bella auto bianca che non ha lo stemma di alcun autonoleggiatore e soprattutto qual è la sua meta. Toglie il piede dall’acceleratore, perplesso.
Arriva al casello, vuoto. Stavolta nessuna euforia lo prende. Dal finestrino abbassato urla verso l’interno del gabbiotto, ma nessuno si affaccia. Con il suo inutile tagliando in mano non gli resta che procedere verso l’uscita dove lo aspetta il carro funebre nocciola parcheggiato in una piazzola di sosta, l’autista appoggiato alla portiera, il cappello calato sul viso, gli occhiali scuri, i baffoni neri e un sorriso che ora, mentre gli si avvicina, capisce essere di comprensione. «Ben arrivato», gli dice. E lui scende. Scende e guarda oltre, dove c’è il nulla. Non la strada, neanche una nebbia, il nulla. Bologna e poi nulla. «Fine del viaggio», gli dice l’autista. E poi, comprensivo: «A ognuno è concesso di farlo come vuole, l’ultimo viaggio, tu volevi l’auto a nolo, altri hanno diverse preferenze» e gli indica la soglia del nulla a cui si avvicinano una ragazza bionda su una bicicletta olandese, un anziano signore sul Mosquito, una coppia non più giovane in tandem e il pullman dei bambini tristi. Più consapevole che rassegnato guarda la bara e capisce che una parte di sé è tornata a casa, l’altra l’ha accompagnata. Incuriosito, guarda la corona di fiori e legge la scritta sul nastro sperando di trovarci il nome di lei. Invece: «I condomini addolorati». Si volta, deluso. L’autista allarga le braccia e gli offre una sigaretta ultrasottile, mostrandogli l’accendino già in funzione. Lui dice: «No grazie, io sfumo». L’autista sorride, si porta la mano alla visiera in un saluto militaresco e lo guarda svanire. O ripartire, nel tramonto di una giornata di sogno.
(Torino, una sera di giugno del ’95, bevendo Ballantine e ascoltando Radio Montecarlo Night).
Articolo pubblicato originariamente in Confini, ottobre 1995, a firma di Gabriele Romagnoli.