Volontariato: una ricetta per vivere meglio
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Volontariato: una ricetta per vivere meglio

1 Maggio 1999
6 min di lettura

Quando sentiamo parlare di volontariato ci viene subito in mente un’attività che ha a che fare con la sofferenza degli uni e con la pietà — a tratti eroica — degli altri. Nulla di più lontano dalla realtà. Forse questa è l’immagine cui i media ci hanno abituato e che continuano a suscitare. Chi non è mai venuto a contatto con il variegato mondo delle istituzioni del cosiddetto Terzo settore, non si accorge di fare volontariato, a volte, semplicemente con il senso civico con cui affronta i problemi di ogni giorno.

Il fondatore e attuale presidente del Gruppo Abele, don Luigi Ciotti, che di volontariato se ne intende, nel descriverne l’attività usa poche e semplici parole: «Ciascuno a seconda delle proprie capacità». Probabilmente è proprio questo il punto: tutti, sollecitati da un forte senso civico, da una profonda fede o da chissà cos’altro, possono prestare la loro opera, la loro esperienza al servizio degli altri, in maniera spontanea, senza per questo sentirsi degli eroi. Fare volontariato non significa allora soltanto partecipare a imponenti progetti destinati al terzo mondo, ma anche semplicemente ripulire le spiagge del proprio paese piene di immondizia, aiutare il figlio del vicino in difficoltà a fare i compiti, organizzare un incontro culturale presso la parrocchia del quartiere o denunciare soprusi e inadempienze.

Stesso discorso si può fare per le organizzazioni di volontariato: se un giorno non saranno solo più le organizzazioni del Terzo settore a fare volontariato, ma questo diventerà un’iniziativa spontanea, una condotta di vita etica e improntata alla solidarietà diffusa, allora quel giorno finalmente il volontariato avrà centrato il suo obiettivo, avrà vinto la battaglia contro l’indifferenza e l’egoismo.

I mille volti del volontariato. Secondo l’ultima indagine sul volontariato condotta nel 1997 e divulgata pochi mesi fa dalla Fivol (Fondazione Italiana per il Volontariato), ci sono in Italia 363.000 volontari e 12.909 organizzazioni. Esiste quindi una associazione di volontari ogni 3.500 cittadini. Questi volontari operano prevalentemente nel campo dei servizi: il 75% opera nei servizi socio-assistenziali e sanitari, il restante 25% — un dato in costante aumento negli ultimi anni — è invece impegnato in servizi di tipo educativo, nella protezione civile, nella tutela dei beni culturali e ambientali e nella promozione sportiva. La componente femminile è maggioritaria (50,3%), il titolo di studio medio-basso. Solo il 14% è costituito da laureati.

Ma il dato più rilevante che emerge dall’indagine è il rapido cambiamento nella matrice ideale dichiarata dalle associazioni. Se nel nostro paese il volontariato ha in origine profonde radici nel mondo cattolico, oggi sono in forte crescita le realtà aconfessionali. Nel 1993 il 40,4% delle organizzazioni si dichiaravano cattoliche, nel 1997 questa percentuale è scesa al 36,3%, mentre quelle aconfessionali sono passate dal 57,5% del 1993 al 61,2% del 1997. Contemporaneamente è aumentato il collegamento e la collaborazione con le istituzioni pubbliche e il coinvolgimento in progetti di prevenzione e recupero sociale, e non più solo di mera assistenza. Tutto questo è sintomo di una crescita di coscienza civile del paese.

Il rapporto Stato-associazioni. Di fronte a un fenomeno in espansione e all’intensificarsi delle relazioni tra associazioni e pubblica amministrazione, le istituzioni si sono poste il problema di regolamentare il variegato mondo del volontariato. L’11 agosto del 1991 è stata approvata la legge 266, «legge quadro sul volontariato», diciotto articoli che riconoscono il valore sociale e la funzione dell’attività di volontariato e ne disciplinano i rapporti con la parte pubblica. Ma il mondo dell’associazionismo, se da una parte non può che sentirsi lusingato da queste attenzioni, dall’altra ha paura di essere strumentalizzato. Accanto all’intervento sul campo, alla gestione dell’emergenza anche in collaborazione con istituzioni pubbliche, il volontariato rivendica il diritto-dovere di concorrere alla definizione di politiche efficaci.

Altro punto chiave del rapporto volontariato-amministrazione pubblica è la prossima costituzione dell’authority per le Organizzazioni non lucrative di utilità sociale (Onlus). Il timore sollevato da buona parte delle associazioni interessate è che questo possa diventare uno strumento governativo che, magari involontariamente, limiti la libertà e creatività del volontariato. Libertà e creatività che da sempre contraddistinguono questo settore, capace, spesse volte, di indicare ai servizi pubblici nuove strade e nuovi servizi da offrire. Le prime comunità che si sono prese cura dei malati terminali di AIDS, per esempio, sono state strutture gestite da associazioni di operatori sociali e volontari.

Non solo cattolici: la Fratellanza Militare di Firenze. Centoventitré anni di attività volontaria, migliaia di soci e oltre 27.000 interventi all’anno: questo è il biglietto da visita della Società di pubblica assistenza e mutuo soccorso «Fratellanza Militare Firenze», che dal lontano 1876 raccoglie quanti sentono forte il senso della fratellanza e della solidarietà. Nata come associazione di reduci dalle guerre d’Indipendenza, ha annoverato tra i suoi aderenti anche Giuseppe Garibaldi. Una caratteristica precipua dell’ente è l’intendere il soccorso come atto solidaristico anziché caritatevole, l’attività di volontariato come impegno civile di ogni uomo indipendentemente dalla fede religiosa, dalle convinzioni politiche o dalla condizione sociale. Ultima iniziativa in ordine di tempo, l’istituzione al suo interno di un Comitato per la cremazione, organo nato per informare, aiutare e sostenere quanti sono convinti del diritto di ogni cittadino di decidere la destinazione del proprio corpo.

Anziani: da lavoratori a volontari. Da qualche anno è attiva l’Associazione di volontari «Vela» (Volontariato esperienza lavoro), nata dall’Unione gruppi anziani Fiat e dal Gruppo dirigenti Fiat. La peculiarità di quest’esperienza è che i soci volontari hanno tutti i capelli grigi: una quindicina di pensionati over 60 mettono a disposizione la propria esperienza attraverso consulenze gratuite a imprese in difficoltà. Un’indagine Istat su dati del ’93-’94 rivela che le persone tra i 65 e i 75 anni d’età attive in associazioni di volontariato sono ben 283.000. La cosa più interessante è che all’anziano «fa bene far del bene»: come dimostrano recenti ricerche, il buono stato di salute dell’anziano si mantiene e si consolida se si svolge una qualche attività.

Volontariato per i beni culturali e artistici. Le forme di solidarietà a favore del patrimonio storico e artistico nazionale sono, all’interno del più vasto fenomeno del volontariato, numericamente tutt’altro che trascurabili e in forte crescita. Nel Secondo rapporto sul volontariato per i beni culturali e artistici in Italia (Solidali con l’arte, a cura di Maria Pia Bertolucci, Edizioni Fondazione Giovanni Agnelli, 1997) sono state censite ben 1.623 associazioni, che raccolgono in totale da 600 mila a 1 milione di cittadini direttamente impegnati nel rilancio della gestione dei beni culturali. Nel 1995 per la prima volta la presidenza del Consiglio dei Ministri, alla luce della rilevanza del fenomeno, ha organizzato un incontro di tutte le associazioni di volontariato per i beni culturali.

Articolo pubblicato originariamente in Confini, maggio 1999, a firma di Maurizio Dematteis.

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