Dormi che ti mangio. Orchi, bimbi e mamme
Le ninne nanne utilizzate per addormentare i piccini sovente raccontano storie d’amore, di magia, di morti, di befane e di streghe cattive. Sembra che il folklore abbia mescolato storie diverse e poi le abbia rese in forma scherzosa.
Le ninna nanne, le dolci canzoni utilizzate per addormentare i bambini, delle quali quasi tutti conserviamo almeno una vaga memoria, sovente hanno dei testi molto più complessi di quanto ci ricordiamo.
Raccontano storie d’amore, di magia, orchi e befane, cuccioli mangiati, battaglie, santi e morti. Spesso infatti sono i resti di testi antichi che appartengono ad altri generi letterari, non dedicati all’infanzia, come i canti erotici, quelli di guerra e i lamenti funebri. Così, considerando le loro insieme alla rassegna delle canzoni italiane, possiamo distinguere vari tipi: le invocazioni al sonno, i riferimenti alla vita quotidiana, i racconti strani legati alla storia del paese o alla vita di santi, le minacce ai bambini, i canti di parola, le preghiere, i racconti a sfondo sessuale e altri ancora.
Sembra quasi che nella costruzione delle ninna nanne il folklore abbia mescolato tante storie diverse e poi le abbia rese in forma scherzosa per cantarle ai bambini. Queste storie parlano, in modo appena mascherato, di amore, di morte e fine della vita. Il legame tra sonno e morte, è stato elaborato da molti popoli, e i latini usavano la stessa parola, nenia, per indicare il canto funebre, le cantilene magiche e le ninna nanne. Una preghiera sarda usata la sera prima di mettersi a letto recita: «Mio Dio, mi corico in questa sepoltura, perché della morte non ho paura».
Le parole sono anche cantate ai bambini per addormentarli. Vi è infatti nelle culture tradizionali un profondo legame tra bambini e i morti, i primi percepiti come al di qua della soglia, gli altri ormai al di là. Ad esempio, è stata raccolta in Sardegna, una ninna nanna stupefacente con la quale, riferendosi al bambino: «Mia chiara luna, viso felice, vivi quelli che sono morti, quelli nelle loro spoglie». Sono i bambini a fare da ponte tra vivi e morti, come in un canto toscano famoso dalla musica leggera, nel quale il bambino che ha perduto la sua mamma si rivolge ad aiutarlo un animale magico, il cavallino, e sale a cercare nei pascoli del cielo, mentre la vecchia luna gli indica il cammino.
A volte i bambini sono anche l’oggetto dell’aggressività degli adulti, come in questo canto toscano: «Fa’ la nanna, che tu crepi/ti portassino i preti/ti portassino l’angiolo santo». E ancora: «Nanna bibì, nanna bibò/il bambino lo do lo do alla befana/me lo tenga una settimana/e lo do all’uomo nero/che lo tenga un anno intero/e lo do all’omino di bronzo/che la sera lo porti a zonzo/e lo do all’omino d’ottone/che paghi la pigione». Questo canto toscano evoca il tema della separazione. Il piccolo è progressivamente allontanato dalla sua famiglia, prima per una settimana, poi per un anno, infine «venduto» per pagare l’affitto di casa.
Il contenuto, così drammatico, è deformato in modo scherzoso, come nelle fiabe, e assume un’intonazione quasi magica e un ritmo musicale ipnotico che alcuni hanno collegato alla modulazione ripetitiva delle antiche formule di scongiuro e incantesimo. In tale modo, elementi anche crudeli e comunque tristi assumono una forma cantilenante adatta a esprimere un senso di paradosso che agita delle paure ma poi ci ride su.
Numerosi testi raccontano di carestie, fame e cannibalismo, come in questo esempio, nuovamente toscano: «E io e la stornello n’ho un tegame/se fusse polpette sarìen buone/ma li stornelli non levano la fame». Oppure, in un esempio calabrese: «Ahò, ahò il lupo si mangia la pecorella/pecorina mia che sei così facisti/quanno ne la bocca del lupo ti vidisti». E ancora: «Pecorina divorata, le coscine di pollo sono immagini che richiamano da vicino il bambino piccolo». Nelle ricette delle streghe, secondo gli inquisitori del 1600, il neonato era un ingrediente frequente per la preparazione di filtri e pozioni. Le leggende di tutta Europa abbondano di personaggi che rubano i bimbi e li divorano. Infine, il tema del bambino divorato è molto comune nelle fiabe, basti pensare a Cappuccetto Rosso, oppure ad Hansel e Gretel. Nelle favole però, alla fine i bambini hanno la meglio e spesso è lui a mangiare il lupo cattivo e i suoi parenti.
A volte i bambini sono l’oggetto dell’aggressività degli adulti e molte filastrocche raccontano di fame e di cuccioli mangiati. Ai piccini è forse destinata la dolcezza della musica, mentre le parole sono proferite da una donna che parla di se stessa.
A volte le donne si sentono divorate da un figlio per via del seno e piange senza sosta. C’è poi un periodo della vita in cui il piccolo è per certi aspetti un alimento mangiato e contemporaneamente un piccolo cannibale: il periodo intrauterino, durante il quale il feto è «frutto» del ventre, vive nella pancia della madre come Cappuccetto Rosso nella pancia del lupo e tuttavia si nutre del corpo materno. Sembra dunque abbastanza facile figurarsi un neonato come un cucciolo di cui cibarsi, come esprime, in modo appena mascherato, questa ninna nanna sarda: «Duru, duru, che questa bimba non muoia mai, meglio che muoia la vacca o la vitella, che sia piccola e grassottella, così ce la mangeremo».
Resta tuttavia da capire come mai le ninne nanne raccontino cose così inquietanti ai bambini. Per tentare una spiegazione occorre tenere presente che, soprattutto un tempo, i piccoli non vivevano una vita tanto diversa dagli adulti ed erano, come loro, a contatto con fame, malattie, morte. Siamo forse noi adulti a credere che il mondo dell’infanzia non ci sia violenza e rabbia, mentre basta pensare al contenuto delle fiabe preferite dai nostri figli per capire quali emozioni e quali paure li assalgano.
Tuttavia, la morte mezzi adulti e fantastici. Ugualmente, gli affetti che vengono agitati con grande libertà e con spirito allo stesso tempo drammatico e giocoso, sono quelli di base: amore, morte.
La possibilità di esprimere anche gli aspetti più distruttivi del rapporto tra madre e figlio, tra adulti e bambini, i momenti di distanza e di ferocia reciproche, sono sulla strada a momenti di pace e di dolcezza, come canta quest’ultimo esempio: «Fai la nanna, figlio mio, che è notte/le pecorelle son rientrate tutte/fai la nanna figlio mio gentile/il letto te l’ho fatto con le viole/per coperta il cielo sereno/e per cuscino lo di mio cuore/bello di mamma, gelsomino, amore».
Articolo pubblicato originariamente in Confini, gennaio 1996, a firma di Manuela Tartari.