Sara Menato e il futuro di ciò che resta
Che cosa permette a un’eredità di restare viva? Con Sara Menato, Coordinatrice del dipartimento Interpretazione, Accessibilità e Condivisione del Museo Egizio di Torino, una riflessione sulla memoria, sul tabù della morte e sul patrimonio che consegniamo a chi verrà.
A volte, per attraversare i millenni, bastano dei fiori. Quelli delle ghirlande del corredo funerario di Kha e Merit hanno più di 3.400 anni. Sono fatti di materia vegetale, fragilissimi, eppure sono arrivati fino a noi. Sara Menato sceglierebbe proprio questi oggetti per raccontare ciò che di una persona può sopravvivere alla sua morte.
«Mi colpisce il fatto che siano sopravvissute al tempo proprio delle cose così delicate. Ci raccontano qualcosa della caducità della vita, ma anche della cura con cui gli esseri umani cercano di accompagnare e forse anche opporsi alla scomparsa». Da quelle ghirlande possiamo immaginare l’attenzione con cui Kha ha predisposto la propria tomba e quella della moglie Merit; possiamo immaginare i figli, impegnati nei preparativi della sepoltura. «In quelle ghirlande intravediamo delle relazioni, ed è straordinario pensare che gesti così intimi, compiuti migliaia di anni fa, possano ancora raggiungerci».
È un’immagine da cui partire per chiedersi che cosa significhi lasciare un’eredità e che cosa serva perché qualcuno, molto tempo dopo, possa ancora riconoscerla.
Menato coordina il dipartimento Interpretazione, Accessibilità e Condivisione del Museo Egizio. Storica dell’arte, addottorata all’Università di Padova e con un Master presso la SDA Bocconi, ha affiancato la ricerca alla pratica, in Italia e all’estero.
Il Museo Egizio si è dato l’obiettivo e la visione di operare come un ponte tra generazioni, culture, epoche e luoghi diversi. Un’istituzione che ricostruisce frammenti del passato e, attraverso questi, rende possibili nuove memorie condivise. Conservare rimane una funzione fondamentale, accompagnata da una responsabilità verso chi abita il presente perché la collezione che il museo ospita e cura appartiene all’umanità tutta, e deve potere essere utile alle persone.
Questa responsabilità riguarda anche le domande più difficili. La morte, per esempio.
Al Museo Egizio il confronto scaturisce dalla collezione stessa, dalle testimonianze di una civiltà che ha elaborato un pensiero articolato sul corpo, sulla memoria e sulla possibilità di continuare a esistere dopo la fine della vita. Le possibilità di interrogare e trarre spunto da una collezione di questo tipo attraversano epoche e culture. È questo lo spazio in cui si inserisce “Racconti dall’Aldilà”, il ciclo di incontri nato dall’iniziativa del professor Giovanni De Luna e di SOCREM Torino, accolta dal direttore del Museo Egizio Christian Greco. Il programma metterà in dialogo prospettive diverse sui modi in cui gli esseri umani hanno affrontato la morte e immaginato ciò che potrebbe esserci oltre.
Ogni racconto dell’aldilà è, in fondo, un racconto che viene dai vivi. «Sono i vivi a immaginare ciò che viene dopo, a costruire rituali, a dare forma alle proprie speranze e alle proprie paure». Ascoltare quei racconti significa allora interrogare il modo di stare al mondo di altre persone o civiltà, per scoprire magari che il senso che attribuiamo all’esistenza e le forme con cui affrontiamo una perdita non sono poi così diverse.
Nella società occidentale contemporanea abbiamo progressivamente perso familiarità con la morte e allontanato molti dei rituali che permettevano di riconoscerla come parte dell’esperienza individuale e collettiva. Si sono ridotte le occasioni per parlarne e per costruire un linguaggio condiviso. A rendere difficile il confronto contribuisce l’iperproduttività, che caratterizza questo periodo storico. La morte espone il limite di questa attitudine: ci costringe a riconoscere una fragilità che spesso preferiamo tenere a distanza.
Un museo può offrire un luogo in cui avvicinarsi a quelle domande attraverso le esperienze di donne e uomini vissuti migliaia di anni fa, con le quali mettersi in relazione. Scoprire le paure e le speranze di persone del passato permette di riconoscere interrogativi che appartengono all’umanità tutta. «Un museo può contribuire a riaprire questo spazio, senza pretendere di dare risposte definitive, ma mettendo a disposizione la storia, la ricerca e l’incontro con altre esperienze umane».
All’Egizio questo incontro assume una concretezza particolare quando ci si trova davanti ai resti umani. Quali responsabilità comporta esporli? Come si accompagna lo sguardo del visitatore?
«La responsabilità è enorme», risponde Menato. Il Museo riflette sulle modalità di esposizione dei resti umani da molti anni. Nel 2019 ha inaugurato “Alla ricerca della vita”, uno spazio permanente dedicato alla vita nell’antico Egitto, ai riti funerari e alla vita degli individui mummificati conservati al Museo Egizio, al concetto stesso di aldilà. Il progetto ha offerto l’occasione per approfondire le implicazioni scientifiche, culturali ed etiche dell’esposizione, coinvolgendo anche il pubblico attraverso questionari e interviste. Su questi temi continua a lavorare il Comitato per l’Etica del Museo.
Il valore dell’incontro offre la possibilità di riconoscere un’esistenza: «La sfida è proprio questa: passare dall’oggetto alla persona, dalla classificazione alla possibilità di riconoscere un’esistenza». Dietro quei resti c’è stato qualcuno che ha avuto relazioni, provato emozioni, coltivato aspettative e attraversato le difficoltà del proprio tempo. Restituire questa dimensione umana significa permettere al pubblico di riconoscere nell’individuo del passato un altro essere umano.
Anche gli oggetti richiedono un grande lavoro di restituzione. La materialità degli oggetti può sopravvivere mentre si possono perdere i valori, i legami e i significati che la rendevano comprensibile. La ricerca archeologica e quella storica cercano di ricostruire quei contesti, mettendo in relazione le tracce e formulando interpretazioni che rimangono aperte alla discussione.
Conservare significa dunque lasciare a chi verrà la possibilità di tornare su ciò che crediamo di sapere. Nuove ricerche e nuove domande potranno cambiare le nostre letture, talvolta correggerle radicalmente. È anche per questo che le generazioni più giovani devono poter intervenire nel rapporto con il patrimonio: portano sensibilità e strumenti diversi, capaci di far emergere aspetti prima trascurati.
«Un’eredità è viva proprio quando può essere interrogata e ripensata», dice Menato. Le nuove generazioni partecipano a questo processo portando domande, sensibilità e strumenti propri. Le prospettive più sperimentali del lavoro museale devono quindi approdare a forme di costruzione condivisa dei significati, nelle quali i giovani possano contribuire a definire ciò che il patrimonio rappresenta e come trasmetterlo.
Occorre poi fare i conti con ciò che manca. Le tracce del passato sono diseguali: alcuni contesti hanno lasciato testimonianze abbondanti e ben studiate, altri quasi nessuna; di alcune vite si è ritenuto importante conservare la memoria, di altre molto meno. Il museo ha il compito di rendere visibili anche questi limiti. «I vuoti sono altrettanto importanti dei pieni», osserva Menato. Raccontare ciò che non sappiamo del passato permette di riconoscere quanto sia parziale la nostra conoscenza e quanto possa cambiare quando emergono nuove fonti, o impariamo a leggere diversamente quelle disponibili.
Perché tutto questo diventi un’eredità condivisa, però, le persone devono sentirsi autorizzate a entrare. Menato individua una barriera urgente nell’elitarismo che ancora attraversa il mondo dei musei: l’idea che per visitarli si debba già possedere un certo bagaglio di conoscenze. Affrontare la complessità richiede molteplici chiavi di lettura, percorsi e strumenti diversi, attraverso cui ciascuno possa trovare un accesso al patrimonio e partecipare alla sua interpretazione.
Lo sguardo sul futuro torna così al presente, alle scelte che compiamo oggi. Quando le chiediamo che cosa vorrebbe lasciare a chi visiterà il Museo tra cento anni, Menato pensa al lavoro di decostruzione dei modelli coloniali, al ripensamento delle responsabilità sociali delle istituzioni culturali, all’impegno per un’accessibilità radicale. «Mi auguro che di questo periodo storico resterà anche l’idea che l’accesso alla cultura non sia un privilegio ma un diritto reale».
L’eredità che immagina lascia spazio a chi verrà: «Se tra cento anni qualcuno visiterà il Museo Egizio, vorrei che trovasse un’istituzione capace di continuare a cambiare, di interrogare criticamente il passato e di ripensare al proprio ruolo».

Sara Menato, courtesy of Museo Egizio Torino