Asili Notturni: il confine passa dentro la città
Una conversazione con Sergio Rosso, presidente degli Asili Notturni Umberto I di Torino, sulla cura e sulla possibilità di ritrovare un posto nella vita comune.
Per mangiare servono i denti. Sergio Rosso arriva a questa considerazione mentre racconta della mensa degli Asili Notturni Umberto I, e nella semplicità della frase si trova una spiegazione di come sia cresciuta questa istituzione torinese. Preparare una cena porta a domandarsi se chi la riceve riesca a masticarla; offrire un letto significa accorgersi che qualcuno vi si corica senza aver mangiato. Seguendo le necessità delle persone, l’accoglienza si allarga e incontra problemi che nella vita quotidiana si presentano insieme, benché gli uffici incaricati di affrontarli abbiano indirizzi e competenze differenti.
Gli Asili nacquero nel 1886, in una Torino dove il lavoro attirava persone che spesso faticavano a trovare una sistemazione. Attorno allo storico dormitorio di via Ormea si è sviluppata una rete che comprende la mensa serale, gli ambulatori gratuiti e il sostegno a famiglie che conservano una casa, ma hanno bisogno di aiuto per continuare a viverci. L’accoglienza abitativa e la formazione professionale hanno ampliato ulteriormente il campo d’intervento. La storia dell’istituzione segue quella dei bisogni ai quali ha cercato di rispondere, mentre la città cambiava e la povertà assumeva forme diverse.

Durante il nostro incontro Rosso parla di circa duecento persone a cena ogni sera, di una presenza italiana divenuta prevalente (dopo anni a prevalenza straniera) e delle donne che si rivolgono, più numerose, agli Asili. Racconta anche degli alimenti distribuiti alle famiglie, in casa loro: persone la cui difficoltà rimane spesso nascosta dietro una porta che continua ad avere un nome sul campanello. La perdita dell’alloggio può arrivare al termine di un lungo tentativo di resistere, quando un reddito insufficiente o una spesa imprevista compromettono un equilibrio già fragile.
Sergio Rosso è un imprenditore del settore finanziario che ha dedicato una parte importante della propria vita agli Asili. Nel colloquio il racconto si sviluppa soprattutto attraverso il lavoro da compiere: edifici da recuperare, medici da coinvolgere, attività da organizzare perché un aiuto possa durare. L’esperienza imprenditoriale trova qui un’applicazione concreta, nella capacità di mettere insieme risorse e persone, assumendo la responsabilità di ciò che viene avviato.
Nel suo ricordo, il recupero del dormitorio occupa un posto decisivo. La struttura portava i segni dell’abbandono e rimetterla in condizioni di accogliere significò osservare più da vicino chi vi trascorreva la notte. C’erano persone che andavano a dormire a stomaco vuoto. Il bisogno di una mensa si impose attraverso quelle presenze; successivamente, l’attenzione si allargò alla salute. Ogni attività permetteva di vedere meglio ciò che mancava ancora.
La questione dei denti torna nella conversazione con una precisione che merita di essere ascoltata. Una bocca danneggiata limita l’alimentazione, può provocare dolore e modificare il rapporto con gli altri. Parlare, sorridere, presentarsi a un colloquio sono gesti ai quali chi li compie senza difficoltà dedica raramente un pensiero. Per chi ha perso molti denti possono diventare occasioni di disagio e restringere ulteriormente le possibilità di trovare un impiego e la sanità pubblica non può sostenere investimenti importanti, come impianti o protesi.
Rosso racconta di una donna palestinese che aveva perso tutti i denti in un incidente di guerra. Conosceva cinque lingue, una competenza preziosa per lavorare a contatto con persone provenienti da paesi diversi, ma le conseguenze di ciò che aveva subito pesavano anche sulla possibilità di presentarsi agli altri. Agli Asili le ricostruirono la dentatura con gli impianti. In seguito, trovò un posto in una nota e prestigiosa catena alberghiera e, nel giro di poco tempo, arrivò a dirigere la reception.
Colpisce quel sapere che la donna portava già con sé. Le cinque lingue appartenevano alla sua storia e potevano diventare una risorsa per il futuro; occorreva intervenire su una ferita perché tornasse a usarle nel lavoro. È un episodio che dà consistenza alla parola dignità: poter parlare con gli ospiti di un albergo, assumere una responsabilità, essere riconosciuta per la propria competenza. La cura aveva contribuito a riaprire quel passaggio.
Rosso distingue la relativa facilità dell’assistenza dalla difficoltà della cura. Rispondere a una necessità immediata richiede mezzi e organizzazione; accompagnare una persona comporta un tempo più lungo, durante il quale occorre comprenderne le condizioni e cercare insieme una strada praticabile. La distanza fra un intervento e un percorso si misura nella possibilità di tornare a decidere qualcosa della propria vita.
Il confine fra una vita dignitosa e una vita ai margini passa anche attraverso questa possibilità. Si può ricevere aiuto e continuare a sentirsi esclusi dalla vita comune. Il lavoro, quando è accessibile e sostenibile, permette di esercitare una capacità e di ricevere un reddito sul quale costruire qualche scelta. Per questo Rosso insiste sulla formazione e racconta delle attività di via Ravenna, dai percorsi legati alla pasticceria alla preparazione per il lavoro di sala e al commercio elettronico. L’obiettivo è favorire l’inserimento professionale, riconoscendo che chi chiede sostegno porta con sé anche risorse da sviluppare.
La sede di via Ravenna prese forma durante il Covid, quando occorrevano spazi per l’accoglienza. Gli ambienti furono sistemati rapidamente e vennero allestiti posti letto; in seguito, il progetto si sviluppò verso l’abitare sociale, affiancato dalle attività sanitarie e formative. Nel racconto di Rosso, l’emergenza fu un punto di partenza al quale seguì un lavoro di trasformazione. La risposta doveva continuare a essere utile anche quando il bisogno iniziale avrebbe cambiato forma.
Lo stesso orientamento emerge parlando degli ambulatori e della prevenzione. Ci sono persone per le quali accedere alle cure è difficile, e il rischio è che una visita arrivi soltanto quando il problema si è aggravato. Rosso cita l’attenzione al diabete, una malattia che richiede controlli e continuità terapeutica, legati anche alla possibilità di alimentarsi adeguatamente e di organizzare la propria giornata. Una difficoltà economica può tradursi in un controllo rimandato o in un disturbo sopportato troppo a lungo, fino a rendere più complesso ciò che avrebbe potuto essere affrontato prima.
La città osservata dagli Asili comprende inoltre i comuni che la circondano. Rosso descrive un afflusso dall’area metropolitana, dove i servizi possono essere meno disponibili o più difficili da raggiungere. Torino diventa il luogo nel quale cercare una risposta e i numeri cambiano, seguendo gli arrivi e le condizioni di chi si presenta. La distribuzione dell’assistenza sul territorio assume così un’importanza concreta: dalla distanza fra una persona e un ambulatorio può dipendere la possibilità di curarsi con continuità.
Fra i progetti in preparazione, Rosso racconta di un intervento a Chieri sostenuto dalla Fondazione Azimut, con alloggi destinati a madri in difficoltà, ambulatori e una scuola di cucito. Anche qui l’intenzione è avvicinare l’accoglienza a occasioni di autonomia. Avere un luogo dove abitare permette di ricostruire una quotidianità; imparare o riprendere un mestiere può darle una prospettiva.
Quando parliamo di chi rimane in strada, il discorso incontra il limite dell’accoglienza. Rosso osserva che alcune persone rifiutano le soluzioni proposte o pongono condizioni che le strutture non riescono a soddisfare. Accade, per esempio, quando entrare significa separarsi dall’animale con il quale si condivide la vita in strada. Per una struttura ci sono regole, spazi e responsabilità; per chi cerca riparo, quel legame può essere una delle poche sicurezze rimaste.
Comprendere un rifiuto richiede di conoscere ciò che lo precede, anche dal punto di vista psichiatrico, quadro spesso complesso. Chi offre un posto vede la protezione che potrebbe garantire; chi lo rifiuta può temere di perdere qualcosa che sente indispensabile, o avere proprie ragioni insondabili razionalmente. La cura deve misurarsi anche con questa distanza, con decisioni difficili da interpretare e con esperienze delle quali un osservatore esterno conosce soltanto una parte. È uno dei punti in cui l’organizzazione dell’aiuto incontra la storia particolare di chi dovrebbe riceverlo.
Esiste poi un caso estremo nel quale la mancanza di mezzi e di relazioni continua a produrre conseguenze dopo la morte. Quando una persona muore senza qualcuno che possa occuparsi del suo commiato, l’intervento pubblico rende possibile la sepoltura o la cremazione. Rimane però la domanda su chi sarà presente, chi conoscerà qualcosa della sua vita e ne conserverà memoria.
È una questione che va oltre l’attività degli Asili e che la cronaca torinese ha già portato alla luce. Nel gennaio del 2018 il Corriere della Sera riferiva di dieci salme, oltre a quella di Mohamed Hamed (clochard morto in quel rigido inverno), nell’obitorio del cimitero di Torino Sud: alcune erano lì da settimane, altre da quasi due mesi. Per molte, il ritardo dipendeva dalle verifiche sulle condizioni economiche dei familiari che avevano chiesto un funerale a carico del Comune. Quel caso riguardava dunque anche persone che una famiglia l’avevano, ma la cui famiglia faticava a sostenere la spesa del commiato.
La stessa ricostruzione riportava l’impegno del servizio cimiteriale a garantire pari trattamento agli altri defunti. L’intervento pubblico assicurava una responsabilità essenziale, mentre l’assenza di una comunità personale poneva un problema ulteriore. Chi accompagna una persona che nessuno reclama? Chi può ricordarla, rispettarne le convinzioni, dare al suo nome il seguito di una storia? Sono domande che meritano un futuro approfondimento di Confini, seguendo il percorso dall’obitorio alla sepoltura e ascoltando chi si assume il compito di essere presente.
Il colloquio con Rosso rimane soprattutto dalla parte dei vivi, lungo la soglia che si attraversa quando le proprie risorse smettono di bastare e bisogna affidare un bisogno a qualcun altro. Agli Asili quella domanda può ricevere una prima risposta in una cena o in una notte al coperto, per proseguire attraverso una cura e arrivare, talvolta, a un luogo di lavoro. Fra i racconti dell’incontro resta la donna che conosceva cinque lingue. Dopo le cure, quelle conoscenze avevano trovato spazio dietro il banco di una reception, nell’incontro quotidiano con persone alle quali poteva offrire la propria competenza. È lì che il confine diventa visibile, nel momento in cui una persona torna ad avere qualcosa da dare e un futuro al quale pensare.