Il cronista arriva sempre dopo
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Il cronista arriva sempre dopo

17 Settembre 2026 · di Giovanni Vagnone
10 min di lettura

Irene Famà racconta il punto in cui la cronaca nera incontra il lutto, mentre chi resta decide se parlare o difendere il proprio silenzio

Il cronista arriva sempre dopo. Dopo l’urto, lo sparo, la valanga, la corsa inutile dei soccorsi. Quando telefona o suona a una porta, la morte ha già compiuto il proprio lavoro e ha lasciato dietro di sé persone che cercano una spiegazione, oppure desiderano soltanto essere lasciate in pace. Il giornalista deve ricostruire il fatto proprio nel momento in cui una famiglia fatica ancora a comprenderlo.

Irene Famà, giornalista de La Stampa, segue da anni la cronaca giudiziaria e ha incontrato molte volte quella zona fragile nella quale il diritto di informare si misura con il dolore altrui. Una morte improvvisa entra rapidamente nel linguaggio delle indagini: luogo, ora, dinamica, responsabilità. Per chi resta, invece, la sequenza degli eventi si mescola alle ultime parole pronunciate, ai gesti mancati e alla domanda che torna quando ogni altra occupazione tace.

«La morte attesa permette di percorrere insieme l’ultimo miglio», osserva Famà. «Di abituarsi all’idea che quella persona non ci sarà più, di condividere le paure, di fare l’ultima confessione. La morte improvvisa ti travolge e lascia una lunga sequenza di rimorsi.»

La cronaca ha bisogno di stabilire che cosa sia accaduto, mentre una parte decisiva dell’esperienza rimane fuori dall’articolo.

«La morte, in un articolo di cronaca, è un fatto e viene analizzata come tale. Resta fuori quella sfera intima di ciascuno, quei pensieri privati difficili da esprimere a parole.»

Il giornalista racconta perciò il movimento prodotto dalla morte tra i vivi: una famiglia che si divide, una comunità che chiede risposte, un’indagine che cerca di separare le circostanze dalle responsabilità.

«A fare i conti con la morte non è mai chi ci lascia. Sono i vivi.»

Quando il dolore chiede giustizia

La ricerca di una responsabilità può diventare parte del lutto, soprattutto quando una morte appare evitabile. La tragedia di Rigopiano, dove il 18 gennaio 2017 una valanga travolse l’hotel ai piedi del Gran Sasso uccidendo ventinove persone, ha attraversato anni di indagini e processi, con sentenze ancora oggetto di successivi passaggi giudiziari.

«La ricerca di responsabilità è umana e si verifica in ogni caso di morte non naturale. Ci sono però delle situazioni in cui porsi l’interrogativo su colpe e responsabilità è necessario. Situazioni, come Rigopiano, ed è scritto nelle sentenze, in cui la morte è la conseguenza di una lunga serie di errori ed omissioni. Non si tratta più di morte, ma di giustizia.»

La giustizia promette di ricostruire la catena dei fatti e di attribuire una responsabilità. Per i familiari contiene anche il riconoscimento pubblico del valore della persona perduta.

«Una frase che ho sentito ripetere spesso è: “Voglio giustizia perché mio figlio, mia moglie, la persona cara se la merita”. E ancora: “Perché certe cose non devono più accadere”. La giustizia come rispetto per chi è morto e come insegnamento per il futuro.»

Una sentenza può diventare un punto fermo dentro una storia sconvolta, pur lasciando invariata la perdita.

«Il rapporto con chi non c’è più è personale e ognuno lo gestisce come meglio crede. La giustizia può rappresentare un punto importante in questo percorso: non allevia il dolore, ma permette di farci i conti.»

Il processo impone però un tempo che appartiene alle istituzioni. Udienze e perizie possono protrarsi per anni, obbligando chi ha perso una persona a tornare ripetutamente sui dettagli della morte.

«Un processo lungo è sempre faticoso per le parti offese, costrette a rivivere la sofferenza in ogni udienza. Si immagini cosa può significare per i genitori, ad esempio, di un figlio ammazzato o seviziato, dover ripercorrere quel calvario per lunghi anni.»

Il diritto deve prendere distanza dall’emozione, perché la responsabilità penale richiede prove e nessi causali. Quella freddezza, spesso dolorosa per i familiari, protegge la decisione dall’arbitrio.

«La morte viene analizzata lontano dalle emozioni e dai sentimenti. Ed è l’unico modo perché ci possa essere giustizia.»

La verità giudiziaria rimane distinta da quella affettiva.

«Non possono coincidere. Una sentenza non riporta indietro chi non c’è più.»

La risposta non è dovuta

Prima del tribunale c’è spesso una telefonata. Il giornalista cerca una testimonianza o un ricordo; dall’altra parte trova una persona che potrebbe non avere ancora pronunciato ad alta voce ciò che è successo.

«Chi segue le vicende di cronaca nera entra nella vita delle persone nei momenti più difficili e per questo ha una grande responsabilità. E questo bisogna tenerlo presente, a prescindere che ci si relazioni con una fonte, un testimone, una vittima secondaria. Figure che possono intrecciarsi tra loro.»

Le reazioni dei familiari vengono talvolta giudicate secondo una morale improvvisata. Chi concede interviste rischia di apparire troppo esposto; chi rifiuta ogni contatto viene descritto come più composto. Famà respinge questa graduatoria.

«Il rapporto con la morte e con il dolore è profondamente intimo. Come si può giudicarlo?»

Parlare può rispondere al bisogno di difendere la memoria del morto o di denunciare ciò che è avvenuto. Può servire anche a mettere ordine in una vicenda ancora confusa.

«Partiamo da un assunto: se una persona non vuole parlare, non lo fa. Se invece si espone, può decidere di farlo per sfogarsi, per confrontarsi, perché lo ritiene importante a seconda dell’episodio accaduto.»

L’intervista obbliga a scegliere una sequenza e a trasformare impressioni sparse in parole.

«Succede molto spesso. Rispondere alle domande, tradurre i propri pensieri in parole, permette quasi sempre di fare ordine.»

Il silenzio non autorizza interpretazioni.

«Le interpretazioni del silenzio sono sempre innumerevoli: riservatezza, necessità di affrontare il lutto da soli. Impossibile darne un’interpretazione univoca.»

Il cronista può formulare una domanda, sapendo che la persona conserva il pieno diritto di sottrarsi. Famà concentra questa regola in una frase che rivolgerebbe a chi comincia il mestiere:

«Non pensare che la loro risposta sia dovuta.»

Il lutto diventato pubblico

I social network hanno trasferito nello spazio pubblico parole che un tempo sarebbero rimaste in una lettera o sarebbero state pronunciate durante il funerale. Il messaggio mantiene spesso un destinatario preciso, benché venga letto da migliaia di persone.

«Credo, più che altro, che i social abbiano cambiato il modo in cui i familiari delle vittime comunicano la morte. Un post su Facebook, una frase su Instagram hanno lo stesso valore di una lettera lasciata accanto al comodino di chi non c’è più oppure letta durante il funerale. Un messaggio che si spera arrivi.»

La pubblicazione di un contenuto lo rende accessibile, senza cancellarne la natura personale.

«L’esposizione del proprio dolore è una testimonianza.»

La cronaca viene accusata spesso di nutrirsi della sofferenza. Famà difende il proprio mestiere da una semplificazione che considera ingiusta.

«Sgombriamo il campo da una narrazione errata: i giornalisti non sono sciacalli. La cronaca non racconta il dolore di per sé, per voyeurismo, ma racconta ciò che è dietro al dolore. In un caso di omicidio, ad esempio, spiega perché è accaduto oppure un fenomeno su cui interrogarci.»

Il dolore offre accesso alle conseguenze umane di un fatto. Il giornalismo perde misura quando lo isola dal contesto e lo usa come elemento emotivo autosufficiente. Nei casi di femminicidio, inoltre, l’esposizione pubblica di un familiare può trasformarsi in impegno civile.

«Non condivido l’espressione “volto pubblico di una morte”. In alcuni casi, semmai, ad esempio dopo alcuni femminicidi, si hanno volti pubblici di una battaglia.»

Anche il pubblico cerca nella cronaca qualcosa che supera la curiosità.

«Credo che il lettore si interroghi spesso. E cerchi risposte alle proprie domande.»

La morte improvvisa degli altri incrina la fiducia nell’ordine quotidiano e costringe a misurare la propria vulnerabilità. Il lettore vuole sapere perché un delitto sia avvenuto e se avrebbe potuto essere impedito.

Il corpo che continua a parlare

Nella cronaca giudiziaria il corpo morto diventa anche una fonte. L’autopsia traduce le lesioni in una sequenza, mentre le tracce biologiche possono confermare oppure smentire un racconto.

«L’autopsia racconta dei dettagli, spiega la dinamica del delitto. La cronaca, semplicemente, la riporta.»

Famà non vive questa trasformazione come un’ulteriore violenza sulla vittima. Vi riconosce una possibilità di testimonianza.

«Mi solleva. Mi spiego meglio. Alla vittima di omicidio, per fare un esempio, viene tolta la possibilità di parlare, di indicare l’assassino. Il suo corpo lo fa per lei.»

Il giornalista deve passare dal lessico dei periti alla lingua comune, proteggendo la precisione senza indulgere nei particolari costruiti per impressionare.

«Semplicemente, dall’uno all’altro riportando fedelmente ciò che dicono. La cronaca, in particolare di certi fatti, non deve scadere nel sensazionalismo.»

A volte la scena più eloquente si trova lontano dal corpo. Nel triplice omicidio avvenuto a Casalotti, a Roma, il 26 giugno 2026, furono uccisi una coppia originaria del Bangladesh e la figlia di otto anni; il principale sospettato, Shahadat Hossain, risultava ancora ricercato nelle settimane successive. Famà ricorda ciò che era rimasto intatto nell’appartamento:

«Il balcone era l’unico spazio della casa in cui si è consumato il crimine ad essere rimasto intatto, ad essersi salvato da quella mattanza. Lì c’erano due sedie, dove la coppia, hanno raccontato gli amici, era solita trascorrere le sere d’estate. Accanto una casa di Topolino, il giocattolo preferito dalla bambina. Quelle sedie, quel giocattolo sono un forte simbolo, descrivono con forza ciò che quell’uomo ha distrutto.»

Le sedie e il giocattolo raccontano la vita precedente al delitto. La violenza rimane fuori dall’immagine, mentre diventa visibile la misura di ciò che è stato cancellato.

La mano che sarebbe stata tesa

Seguire per anni morti improvvise non rende la morte più comprensibile.

«La morte credo non si possa mai comprendere, ma semmai accettare. Anni di cronaca ti portano a considerarla un fatto frequente.»

La frequenza non produce indifferenza. Ogni storia incontra il giornalista in una fase diversa della propria vita.

«Ogni fatto è a sé e scatena diversi pensieri ed emozioni. A seconda, anche, del momento della vita che si sta attraversando.»

L’esperienza insegna soprattutto a evitare modelli e giudizi.

«Ognuno vive il lutto a suo modo e non è ammissibile giudicare.»

Cambia anche il modo di avvicinarsi alle persone.

«L’esperienza permette di capire qual è il modo più rispettoso per avvicinare le persone che stanno vivendo un lutto o un dolore.»

Che cosa può fare bene il giornalismo quando entra in contatto con una perdita?

«Ricordarsi che si sta maneggiando la vita delle persone, il loro privato. E portarne rispetto.»

Tra le molte storie incontrate nel lavoro, Famà sceglie di ricordare una frase. Riguarda Stefano Leo, il trentatreenne ucciso nel febbraio 2019 lungo il Po, a Torino, da Said Mechaquat, un uomo che non conosceva. Al termine del processo, la madre Mariagrazia Chiri parlò con Irene Famà dopo la condanna dell’assassino a trent’anni.

«Stefano non aveva pregiudizi verso nessuno. Se Said l’avesse fermato per chiedergli aiuto, sono certa che lui gli avrebbe teso la mano.»

La frase restituisce il morto alla propria identità, sottraendolo al gesto che ne ha interrotto la vita. Non descrive il delitto. Descrive ciò che Stefano avrebbe potuto fare. In quella possibilità rimasta irrealizzata, la memoria della vittima conserva una forma di libertà rispetto alla violenza subita.

Alla fine della conversazione resta una domanda più ampia. Dopo avere raccontato molte morti improvvise, quale idea ci si fa dei vivi?

La risposta di Irene Famà non riguarda il giornalismo. Riguarda il tempo che precede ogni perdita e le parole che, finché è possibile, possono ancora essere dette.

«Che ogni sera, prima di andare a dormire, dovremmo essere in pace con tutti. Nessuno escluso. Così da non correre il rischio, un domani, di dover affrontare rimpianti.»

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Giovanni Vagnone
Giovanni Vagnone
Direttore Responsabile

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