Niente lutto, meglio la Cadillac
In nessuna nazione al mondo come in America le vedove sono protette e viziate. Volano a stormi sulle spiagge della Florida. Sono un popolo, una categoria sociale, forse addirittura una specie animale a parte.
Stupenda nel suo casco di capelli azzurri freschi di tintura e messinpiega, aggrappata al volante della sua Cadillac lanciata a 20 chilometri all’ora verso la chiesa, la vedova trionfa da anni nel cielo crepuscolare della società americana. Antesignana di una liberazione femminile che la sua generazione non poteva realizzare «finché morte non ci separi», la vedova americana non è soltanto una donna che si è liberata con un sospiro di sollievo del marito o che lo ha pianto con inconsolabili lacrime affettuose, come qualsiasi altra vedova al mondo. È una categoria sociale, un popolo, forse addirittura una specie animale a parte, come sospetta chi le vede volare a stormi sulle spiagge della Florida, o saltabeccare accanto alle piscine delle case di riposo, nella ginnastica collettiva del mattino.
In nessuna nazione al mondo come in America la vedova è protetta, coccolata, viziata. E in nessuna nazione essa prospera e fiorisce in pari misura. Forte di una disparità biologica — o semplicemente statistica — che concede alle donne una media di 7 anni di vita in più rispetto ai maschi, protetta da una normativa fiscale che esenta dalle tasse di successione le eredità fino a un miliardo di lire, la signora dai capelli turchini vive circondata da un’attenzione, da un rispetto che probabilmente avrebbe voluto anche prima di perdere il marito, ma che solo la morte del coniuge sembra giustificare.
Quella della vedova anziana, in America, non è soltanto una figura anagrafica, è un’istituzione, un mito e, come tutto in America, un’industria. Miliardi di dollari gonfiano i borsellini di donne che hanno ereditato tutti i beni del coniuge defunto, possiedono la loro casa libera da mutui ipotecari, non hanno più figli da mantenere e di aiutare. Si calcola che la vedovanza femminile «valga», nella brutale contabilità dell’economia, oltre 250 miliardi di dollari, 400 mila miliardi di lire. È un piatto che attira ogni sorta di investitori, speculatori, venditori e rapinatori. Per loro nascono comunità costruite e organizzate per signore anziane sole. Niente convitti di suore, ospizi, case di riposo organizzate come anticamere della morte o pretenziose e costosissime ville ottocentesche ristrutturate, come in Italia. Ma alberghi-ospedale, centri ricreativi, nei quali la signora può fingere una sorta di seconda infanzia, un asilo con l’artrite e le vene varicose.
Ogni anno, duecentomila donne anziane spiccano il volo dalle città del Nord, dove hanno messo a dormire il coniuge, e migrano verso il sud, verso la Florida, l’Arizona, il Nevada, il Texas. È una migrazione di antiche cicogne che cercano un ultimo raggio di sole e spesso trovano predatori all’arrivo. Costantemente, le autorità arrestano truffatori che vendono alle vedove sole loculi di cimitero inesistenti, polizze di assicurazione fasulle, medicine miracolose e lotterie disoneste nelle quali alla vittima viene chiesto di versare pochi dollari, cento, duecento, per vincerne milioni. Milioni che naturalmente non arrivano mai.
Ma non pensate che la vedova sia un piccolo animale fragile esposto agli artigli degli animali feroci. Al contrario, quella donna rimasta improvvisamente sola, quella signora che si credeva incapace d’altro che non fossero la cura dei figli, l’assistenza al marito o il ballo annuale di carità in parrocchia, rivela, lei, artigli inimmaginabili. La signora più importante e influente nel mondo della comunicazione americana, Katharine Graham Mayer, proprietaria del Washington Post, di Newsweek e di una catena di stazioni TV, è una vedova, una donna che ereditò dal marito scomparso improvvisamente un’azienda di cui non sapeva nulla e di cui mai si era occupata. Ma che lei, tra lo scetticismo e i sorrisetti di compatimento dei concorrenti, seppe portare da sola a successi senza precedenti.
La padrona di una delle più grosse multinazionali alimentari, la «Beatrice Foods», con mille e cinquecento miliardi di lire in fatturato annuo, è una vedova, che semplicemente rifiutò di vendere la società creata dal marito, quando lui cadde ucciso da un infarto durante una riunione, e si ostinò a guidarla da sola, portandola a raddoppiare il fatturato. Una proporzione impressionante di vedove che assumono il controllo delle società lasciate loro dai mariti scomparsi — l’86%, secondo il mensile economico Forbes — fanno meglio del coniuge morto e migliorano i bilanci. La moglie di un fabbricante di rubinetteria, che aveva fatto per tutta la vita la massaia e si trovò in grembo l’azienda ereditata, ha triplicato il fatturato della ditta in 4 anni, con una semplice formula: «Ho ridisegnato i rubinetti pensando a come li avrebbe voluti una donna. Chi sceglie i rubinetti in una casa? Le donne».
Le vedove sono un’industria. E le vedove sempre più fanno l’industria. Le vedove amministrano portafogli azionari, investono contanti incassati dalle assicurazioni sulla vita dei mariti. E votano. In alcuni stati come la Florida o l’Arizona, dove si concentrano i cittadini anziani, le vedove sono un partito ombra, «trasversale» come si ama dire nel gergo politico del giorno. In tutto il mondo, ormai, i vecchi votano più dei giovani, e le donne più degli uomini. Dunque, le vedove sono il corpo elettorale spesso decisivo nelle competizioni elettorali maggioritarie vere, non pasticciate come quelle italiane, dove la differenza di pochi voti determina vittorie e sconfitte. Nessun gruppo di elettori è più corteggiato dei vecchi, oggi in America, e quindi delle vedove. Non è un caso se il partito Repubblicano, il centro destra americano, può permettersi di portare come suo candidato alle elezioni contro il cinquantenne Clinton un uomo di 72 anni, come il senatore Bob Dole. Vent’anni or sono, la sua età lo avrebbe squalificato. Oggi, lo privilegia.
Sorridiamo pure, se vogliamo, della caricatura della «widow», della inaffondabile vedovazza yankee. Nelle strade assolate della Florida, nelle comunità per anziani costruite sapientemente accanto alle Disneyworld e ai parchi di divertimento per bambini per attirare figli e nipoti in una doppia visita — alla nonna e a Topolino — si vedono passare le macchiette di questa curiosa nuova specie umana. Improbabili capigliature rossicce appollaiate sopra tricicli da adulti, consigliati dai medici per non rischiare cadute e fratture, incrociano altrettanto improbabili atlete in calzamaglia che marciano sbuffando al ritmo della cassetta che suona negli auricolari del loro Walkman, sorpassate da «colleghe» in decapottabile, foulard e occhialoni neri in viaggio verso la chiesa del Divino Pastore o verso il bingo, la tombola parrocchiale del giovedì sera.
Ma se le vignette care a tutti i registi e a tutta la satira sociale esistono, dietro quelle figure vagamente comiche ci sono un’energia, una vitalità, una voglia di vivere insieme potenti e commoventi. Dice il centro per il controllo delle malattie di Atlanta, il centro che studia le grandi statistiche epidemiologiche, che il periodo a rischio, per le vedove anziane, è il primo anno dopo la morte del marito. In quei dodici mesi, il dolore, il senso di perdita e di solitudine producono depressioni, suicidi, morti più che in ogni altro momento della vedovanza. Ma oltre questa fase dura e rischiosa, per la signora dai capelli turchini, o cremisi, o paglierino, si apre una terra quieta e dolce, nella quale le sarà possibile godersi un ultimo scampolo di serenità e di autentico pensionamento. Non quello del marito, che spesso si traduce per la moglie in un aumento di fatica e di assistenza, ma il proprio. La chance di occuparsi finalmente di una persona e di una soltanto: se stessa.
Niente scialli neri e cammei col volto del caro estinto appuntati sull’abito a lutto. Niente addio alla vita attiva, quando arriva l’ora del distacco finale dal compagno di anni. Il dolore è lo stesso, l’amore e il lutto non guardano passaporti e certificati di nascita. Ma così come la tradizione e la cultura popolare nei paesi meno progrediti vogliono che una vedova cominci a morire il giorno in cui muore il marito, immolandosi un poco con lui, così in altri più moderni a chi resta solo spettano la fatica e il dovere di ricominciare a vivere pienamente. E non è detto che sia un compito più facile.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, maggio 1996, a firma di Vittorio Zucconi.