La Piovra si traveste di nero
Riti del Mondo

La Piovra si traveste di nero

1 Maggio 1996 · di Redazione Confini Magazine
7 min di lettura

Nell’universo mafioso la vedova doveva indossare, almeno ufficialmente, i panni del dolore infinito. Ma oggi cade anche questo simulacro. La Sicilia è cambiata. E anche Cosa Nostra.

Quante volte le abbiamo viste al cinema, o su qualche foto indulgente al folklore. L’ovale del viso incorniciato dentro il velo nero, donne in gramaglie, urlanti, disperate. Ancora oggi, senza alcun tentativo di comprensione delle asperità dell’universo mafioso, è questa l’immagine che «passa» attraverso il dedalo delle vie di comunicazione, per giungere all’immaginario collettivo. Le vedove della mafia sono «vedove nere», anime spente, vite svuotate di ogni vitalità.

Certo, non si può negare che questa rappresentazione sia il risultato di anni di affrettate inchieste giornalistiche, di «affreschi» dipinti con l’occhio al gradimento del grande pubblico. Ed è anche comprensibile che la mistificazione sia stata agevolata da un certo modo di essere, di vivere e di morire, dei meridionali.

Ricordo perfettamente cosa significasse essere vedove in Sicilia. Ricordo il lutto di mia nonna per la perdita del marito, quello delle mie zie. Vestite di nero sin dall’arrivo del prete e — inevitabilmente — per il resto dei loro giorni. Il nero ha accompagnato generazioni di donne siciliane, calabresi o campane. Il cosiddetto «lutto stretto» (quello per i mariti, per i figli o per i fratelli) durava per sempre. Specialmente per le vedove, che non avevano più diritto ad un altro uomo. Specialmente per le vedove degli «uomini d’onore», che — oltre al loro dolore e al giudizio dei loro cari — dovevano sottostare al severo «esame» dell’«onorata società». La moglie del boss ucciso era rispettata, ancor più se il marito era stato «uomo probo», ma aveva degli «obblighi». In una società dove la rappresentazione — anche la rappresentazione della morte — è tutto, non è consentito trasgredire alle leggi antiche e non scritte. Quindi la vedovanza era un «nuovo stato» della donna, anche giovane, ed era immutabile. E allora, simile a maschere tragiche, vinte ancora una volta (dopo esserlo state per non aver mai potuto scegliere nulla), le vedove indossavano i panni del dolore infinito.

Porto ancora stampata nella mente — saranno passati 25 anni — l’immagine di una povera donna seduta sul balcone, di notte e d’inverno, in una delle borgate più mafiose di Palermo, che gridava tutta la sua disperazione per la morte del marito. Glielo avevano ucciso da pochi minuti e lei non voleva saperne di considerarlo morto. Gli parlava dal balcone (non scendeva per non entrare in contatto con poliziotti, giornalisti e curiosi), intrattenendo un dialogo a senso unico col suo Spiridione. «Cosa gli hai fatto? Perché ti hanno ridotto così?». Al ritmo di un lamento da prefica, riproponeva sempre la stessa richiesta: «Perché non ritorni?». Credo non sia mai più riuscita ad essere «normale».

Tra le regioni del Sud, la Sicilia è forse quella dove è più presente il senso della morte. «La cultura della morte — scriveva il giudice Giovanni Falcone (Cose di Cosa Nostra, Rizzoli) — non appartiene solamente alla mafia: tutta la Sicilia ne è impregnata. Da noi il giorno dei morti è festa grande: offriamo dolci che si chiamano teste come pietra… Quasi fossimo un popolo che ha vissuto troppo e di colpo si sente stanco, spossato, svuotato, come il don Fabrizio di Tomasi di Lampedusa. Le affinità tra Sicilia e mafia sono innumerevoli e non sono certamente io il primo a farlo notare. Se lo faccio, non è certo per criminalizzare tutto un popolo…».

Ecco, anche nel sentimento del dolore, nella elaborazione del lutto, può essere avvenuta quella sorta di commistione tra valori e pseudovalori, di deterioramento (forse anche per logorio temporale) dei «sani principi» che, trasferiti nell’ambito della società mafiosa, finiscono per trasformarsi in veri e propri capisaldi di falsa moralità o della «doppia morale» che può vantare ogni buon mafioso. Per questo non esistono le vedove della mafia, ma certamente donne che possono essere di volta in volta complici degli assassini dei mariti.

Le cronache degli anni di piombo del Meridione d’Italia ci offrono storie diverse e contrastanti, dove la reazione al dolore, alla disperazione per la sopravvenuta solitudine, cambia con la velocità del quotidiano. Storie che non consentono scappatoie di facile comprensione. Storie sostanzialmente opposte, anche se apparentemente simili. La mafia, in sostanza, risente (e come evitare il contagio?) della più generale mutazione (degrado?) che investe l’intera società, prigioniera del frullatore da dove si pretende di estrarre la felicità effimera. Nell’ambito delle storie di malavita dell’Italia «terrona», è accaduto di tutto.

Vedove che sono diventate «boss», come i mariti uccisi. La palma d’oro va a Pupetta Maresca, fiera compagna del camorrista Pascalone ‘e Nola. Il capo muore falciato dai suoi nemici e lei, a soli 19 anni, si sostituisce al marito. La consolerà il figlio Pasqualino, nato in carcere dove Pupetta si trovava per aver vendicato il suo uomo. Donna del Sud, la Maresca non nasconderà mai di aver scelto la vita pericolosa di «camorrista con la gonna». Anche quando si è trattato di difendere la memoria (poco difendibile) di Pascalone.

E che dire di Anna Mazza? È davvero difficile immaginarla col velo nero in testa e lo sguardo basso della «vittima». Il marito, Gennaro Moccia «re» di Afragola, Casoria, Crispano e dintorni, fu spedito lassù da altri «galantuomini» come lui. Donna Anna lo ha sostituito alla grande: non ha esitato ad armare la mano del figlioletto Angelo, 13 anni, inducendolo a vendicare il padre. Davvero uno strano esempio di «vedovanza»: Anna non porta più il lutto, va in giro con vistosi tailleurs e aggressivi occhiali hollywoodiani montati in oro. È spregiudicata, la vedova. Processata e assolta quattro volte, ai giornalisti concede una provocazione: «La camorra è uno schifo».

Ma si può rimanere vittime, anche trasgredendo alle antiche regole. Teresa Concetta Menasò, vedova del capoclan di Palmi Franco Condello, ha dovuto «consolarsi». In pratica è stata costretta a convivere con l’assassino del marito. La spiegazione l’ha data lei: «Ho dovuto soggiacere alla sua volontà per salvare i miei quattro figli». Ma poi ha denunciato tutti.

Forse, però, la storia più bizzarra è siciliana. Maria Stella Gentile è rimasta vedova a 20 anni. Abitava a Sommatino, un centro agricolo del Siracusano. Come da tradizione, avrebbe dovuto chiudersi in casa e piangere, senza porsi troppe domande. E invece Maria Stella si trasforma in investigatrice. Tanto spregiudicata da «rimorchiare» Calogero Mancuso, un giovane che qualche ruolo — nell’assassinio del marito — l’aveva avuto. Lo tiene sulla corda, facendogli intendere che ci sta. Poi esce allo scoperto: «Se mi dici chi ha ucciso mio marito, come e perché, io vengo a letto con te». Mancuso parla e Maria Stella riferisce ai giudici. Tre in carcere, compreso Calogero. Al processo sono stati tutti assolti. Ma la vedova ha già «metabolizzato», e poi: cosa le può accadere ancora? La sua reazione è glaciale: «Sia fatta la volontà di Dio».

C’è un esercito di vedove che non intende rimanere nell’angolo della rassegnazione. Alcune reagiscono facendo ricorso alle risorse morali, allo spirito di ribellione più presente nell’universo femminile mafioso di quanto lo sia tra gli «uomini d’onore», un po’ bacchettoni e tanto ipocriti. Queste sono le cosiddette «pentite»: Piera Aiello, prima di tutte. L’uccisione del marito l’ha spinta a collaborare, ma non per spirito di vendetta. È l’unica che sia riuscita veramente ad uscire «con la testa»: e così si è fatta quasi dimenticare. Poi c’è Giacoma Filippello, la prima «pentita». E poi tante altre che piuttosto che darsi ad una vedovanza mafiosa hanno deciso di passare dall’altra parte.

Abbiamo parlato delle vedove della mafia. Ma esistono anche le vedove di mafia, donne rimaste sole perché i loro compagni si sono dedicati alla lotta contro Cosa Nostra. Vedove di poliziotti, di carabinieri, di magistrati, di cittadini della società civile. Si sono sobbarcate un ruolo ingrato e faticoso: quello di tenere vivo il ricordo perché le loro storie sfortunate divenissero patrimonio comune. Impossibile citarle tutte, tanto lungo è l’elenco dei servitori dello Stato caduti in questa «guerra civile». A loro, vedove piene di ricordi, ha dedicato un bellissimo saggio Renate Siebert (La mafia, la morte e il ricordo, Rubbettino), sociologa all’Università della Calabria. La scrittrice spiega come «ai vivi, nei confronti dei morti, rimane il lascito del dolore, della memoria e dell’elaborazione del lutto». «La morte di una persona amata, come ha ben visto Freud, agisce nello psichico «come una ferita dolorosa che pretende un controinvestimento straordinariamente elevato»». E sono soprattutto le donne ad intrattenere «una relazione vitale con i morti». Ha scritto Maria Minicuci: «I morti non muoiono completamente… non sprofondano nel nulla perché sottratti all’oblio dall’intensa attività onirico-narrativa di coloro che hanno «scelto» come le interlocutrici capaci di viaggiare nel tempo con la memoria».

Articolo pubblicato originariamente in Confini, maggio 1996, a firma di Francesco La Licata.

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