Un medico torinese a Flossenbürg
«C’era nel campo un professore, un medico di Torino – Diena si chiamava – che, dove oramai la legge era quella del «si salvi chi può», ancora andava a imboccare quelli che essendo troppo deperiti non avevano più la forza di mangiare. È stato una delle figure più belle che si possono immaginare. E quello è morto di bastonate, lì a Flossenbürg». Un testimone ricorda così nel libro La vita offesa (di Anna Bravo e Daniele Jalla, con prefazione di Primo Levi) la luminosa figura del professor Giuseppe Diena, un noto medico torinese, ebreo, antifascista, arrestato nel 1941 e condannato dal Tribunale Speciale a sei mesi di carcere per diffusione di materiale clandestino. Nuovamente arrestato nel 1944 in seguito a una delazione, Diena fu deportato a Flossenbürg, dove venne ucciso nel marzo del 1945.
Il medico torinese aveva scritto in una lettera dell’anno precedente: «È mio desiderio che i miei funerali siano eseguiti nella massima semplicità e che non vi siano fiori. Vorrei essere cremato. Però se mia moglie esprimesse desiderio contrario voglio che sia ubbidito il suo desiderio: desidero, in quel caso, che il mio feretro sia trasportato a Carmagnola, nella tomba di famiglia. Non esprimo nessuna volontà sulle funzioni religiose: che esse siano scrupolosamente eseguite nel caso che dessero un senso di pace ai miei più cari, e da essi fossero desiderate». In effetti, il cadavere del medico venne poi cremato, proprio come Diena desiderava. Ma questo avvenne, tragicamente, in un forno crematorio nazista.
«Mio padre, ebreo laico e massone, aveva frequentato con amichevole assiduità padre Girotti, un domenicano poi morto a Dachau – racconta oggi il figlio del medico scomparso, l’ingegner Giorgio Diena – . Forse fu proprio il religioso a rivelare con ingenuità alla persona sbagliata il suo segreto, ossia che frequentava un ebreo. Probabilmente accortosi di quanto era accaduto, il domenicano invitò mio padre a fuggire e a nascondersi a Cavoretto». Il dado, però, era ormai tratto: una squadra di repubblichini comandati dal questore di Brescia ma in abiti civili si reca al convento di Girotti. Al religioso viene detto che «un figlio del professor Diena è grave» (in un’auto parcheggiata di fronte al convento un giovane recita la parte del finto ferito con un braccio bendato). Girotti abbocca alla trappola e conduce gli uomini a villa Bona, dove Diena si era rifugiato da amici. Scatta l’arresto che lo porterà alla morte nel campo di deportazione.
«Nonostante tutto, mio padre non perse mai la fiducia nell’essere umano, e si rifiutò di vederlo come cattivo o malvagio anche quando si incarnava nelle figure dei suoi aguzzini» spiega Giorgio Diena. «Quanto alla sua scelta che il suo cadavere finisse in cenere, essa non poté certo essere messa in discussione da mia madre. Ma lei fece ben di più: prima di morire, nel 1985, a novantasette anni, in segno di amore e di rispettosa memoria per il marito dispose – lei, cattolica credente e praticante – che anche il suo corpo, proprio come quello di mio padre, fosse cremato. Il suo fu un funerale religioso… anzi, si potrebbe quasi dire ecumenico. Dietro il sacerdote cattolico, infatti, c’era Isacco Levi, ebreo praticante e nota figura della comunità ebraica torinese, che recitò per lei il Kaddesh».
Giorgio Diena, ex partigiano, racconta con emozione una stagione di ricordi fatta di fughe, scontri a fuoco, incursioni, carestie in clandestinità, e vissuta nell’amarezza di veder cadere, senza potervi far nulla, gli amici e le persone più care: «Io che oggi racconto sono uno dei sopravvissuti. Ma non è stato così per tanti, e in particolare per mio padre e per mio fratello». Compagno di numerose, rischiose avventure (e protagonista insieme a Giorgio di un carteggio epistolare col padre, dove i due fratelli si firmavano Lina e Gina, fingendosi due maestrine di paese e raccontando tutto in codice), Paolo Diena sarebbe infatti morto da partigiano ed eroe nello stesso, maledetto ’44. Giorgio Diena mostra un libretto di Giustizia e Libertà che celebra la scomparsa del fratello. Lì si ricorda come Paolo, egli pure con preparazione medica, si prodigava instancabilmente per lenire le sofferenze dei suoi compagni partigiani: magari «raccogliendo dagli alberi, ad una ad una, le gocce di rugiada sulle foglie degli ontani per lavare la siringa delle iniezioni», o ancora lanciandosi in spericolate missioni solitarie per «riportare trionfante un sacco di pane secco al luogo dove, trepidanti, lo aspettavano come un salvatore i suoi protetti».
Aggiunge Giorgio Diena: «Poco prima di essere catturato in un’imboscata, condusse, sostenendolo, per tre giorni di cammino tra le montagne, un compagno ferito, sino a Torre Pellice». Anche l’ex partigiano sopravvissuto sa per esperienza cosa voglia dire sentirsi braccati come animali: «Capitava di camminare sulla neve con le scarpe al contrario, per far perdere al nemico le tracce. Una volta fui avvertito di un imminente rastrellamento dei tedeschi, che si diceva venisse effettuato coi cani. Corsi a procurarmi dell’ammoniaca per confondere il loro fiuto e la sparsi a gocce in terra. Non so se poi i cani siano mai arrivati». Diena ricorda i tempi in cui sentiva «fischiare le pallottole attorno a lui». Tempi di coraggio e di gloria, ma anche di lutti e di morte: «Ora capisco ancor meglio la scelta di mio padre di non voler riposare nella tomba di famiglia. Quanta vanità nell’ambizione di conservare un corpo, magari nell’ostentazione di un mausoleo, per distinguersi dagli altri! Tutto spazio sprecato. Ho disposto anch’io di farmi cremare, e del resto sono un laico. Ma penso comunque che, nell’esperienza della vita, nulla ci dice che – ammesso che vi sia un’anima che sopravvive parzialmente o totalmente dopo il morire – cambi qualcosa se il cadavere è stato cremato o no. Altrimenti, in qualche modo, lo sapremmo. Chi avversa oggi la cremazione lo fa invece in nome di preconcetti, di interpretazioni a senso unico delle scritture religiose. No. Oggi so che mio padre aveva ragione».
Articolo pubblicato originariamente in Confini, ottobre 1997, a firma di Andrea Giordano.