Morte e cremazione fra le due guerre
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Morte e cremazione fra le due guerre

1 Settembre 1998
3 min di lettura

Nel 1941, in piena guerra, il Comitato centrale della Federazione Italiana per la Cremazione invia a tutte le società federate un questionario da proporre ai soci «allo scopo di conoscere e divulgare a titolo istruttivo e propagandistico le idee dei nostri aderenti sulla Cremazione». In realtà ai soci viene richiesto di rispondere a un solo quesito: «Perché voglio essere cremato».

Al momento disponiamo di una parte delle risposte, provenienti in prevalenza da Torino. Il campione è di notevole interesse sia per la natura delle risposte, sia per i modelli di scrittura articolati e differenti che emergono. La tragedia della guerra incombe sulle risposte e ne influenza fortemente il contenuto, dal bisogno di nuovi spazi per coltivare grano e patate negli orti di guerra, fino a precisazioni che introducono aspetti inquietanti e forse consapevolezze anticipatrici sulla tragedia della Shoah.

Se per la ricostruzione del periodo precedente gli studiosi si sono potuti avvalere di fonti prevalentemente di natura scritta e archivistica, per il periodo fra le due guerre possiamo contare sulle fonti di memoria scritte e orali, che ci permettono di ampliare le ipotesi interpretative e di studiare le mentalità e le forme di trasmissione generazionali. In molti casi non vengono più negate appartenenze un tempo inconciliabili, come l’essere credente e nello stesso tempo accettare per sé e i propri cari il rito della cremazione, che nei primi decenni era quasi esclusivamente motivato da appartenenze laiche, anticlericali e di tradizione massonica. Sembrerebbe emergere una sorta di identità plurima, in cui convivono diverse appartenenze.

Le fonti di memoria, in particolare quelle orali, ci permettono inoltre di ricostruire le forme rituali, gli aspetti simbolici e le pratiche legate alla morte durante il periodo fascista. Attraverso un questionario proposto ai soci nel 1994 stiamo ricostruendo interi gruppi familiari che nel tempo hanno continuato ininterrottamente a scegliere la cremazione per motivazioni ideali o politiche, riconducibili a tradizioni liberali, repubblicane, socialiste e anarchiche.

Dalla ricerca emerge inoltre, nel periodo considerato, una sorta di valorizzazione di rituali e pratiche legate alla morte di cui oggi sentiamo sempre più la necessità, per dare un senso alla morte e alla vita di chi resta: fiori, discorsi, parole, uso dei canti e della musica, epigrafi che affermano l’identità di chi ha vissuto con «una fede in cor». È una scommessa cui la Società di Cremazione non si sottrae, perché la riflessione sulla morte fa parte della ricerca sul senso della vita che prima o poi ognuno di noi deve affrontare.

[L’articolo si chiude con un appello ai lettori: chi possieda documentazione scritta e fotografica sul periodo fra le due guerre — lettere, memorie, testamenti, fotografie di funerali, epigrafi — è pregato di mettersi in contatto con il Centro Studi Ariodante Fabretti, garantendo l’utilizzo previa autorizzazione e, se desiderato, il completo anonimato.]

Articolo pubblicato originariamente in Confini, settembre 1998, a firma di Marcella Filippa.

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