Il silenzio del ricordo non è oblio
La morte è senz’altro un evento sociale oltre che personale: il rapporto tra la morte dell’individuo e l’identità del gruppo sociale di appartenenza è molto stretto. Anche nella nostra cultura utilizziamo la storia scritta e la denominazione dei luoghi come mezzi per ricordarci chi siamo. Ma vi sono culture, non solo primitive ma contemporanee, come quella degli zingari slavi di etnia rom, che non utilizzano il mezzo della scrittura: la trasmissione culturale avviene per via orale, e di padre in figlio si tramandano valori, costumi e il senso dell’identità etnica.
E i loro morti, come vengono ricordati? La risposta è: in silenzio. Loro non parlano dei morti. Non nel senso che non facciano discorsi in cui si narri di loro azioni o qualità, ma nel senso che non vengono nominati, non se ne fa il nome. Per rispetto. Mentre noi in genere conserviamo i beni del defunto, presso gli zingari il costume è di distruggere tutto ciò che era appartenuto al caro estinto, oppure di tenere alcuni oggetti che però diventano «sacri». Tali oggetti sono definiti «mulè», cioè morti, o meglio appartenenti alla dimensione dei morti.
I morti non vengono dimenticati nel silenzio, ma vengono collocati nel silenzio, che è una dimensione vera e propria, privata e interiore, da rispettare in quanto radice dell’identità zingara. È come se i loro defunti, una volta varcata la soglia che pone fine all’esistenza terrena, scivolassero nel mondo interiore dei vivi, diventando straordinariamente presenti anche se completamente celati.
L’unico rito commemorativo cui partecipa tutta la comunità è la sepoltura; poi il ricordo viene affidato a gesti rituali semplici, non distinguibili dai comuni gesti quotidiani, riconoscibili come atti di devozione solo da un altro zingaro. La peculiarità di questa forma di devozione è da ricollegarsi al fatto che fino a pochi decenni fa gli zingari erano nomadi: lo zingaro non aveva una vita stanziale né la possibilità di avere compagni di viaggio stabili con cui condividere la memoria del passato. Per questo la testimonianza del passato è stata affidata al silenzio, alla dimensione interiore, che può sopravvivere ai continui cambiamenti esterni.
Non fare il nome dei morti è un gesto di silenzioso rispetto, ma è anche il fondamento psicologico dell’essere zingari. Il peggior insulto che si possa rivolgere a uno zingaro è l’accusa di «mangiarsi i suoi morti»: significa accusarlo di profanare con la bocca la dimensione sacra da tutti condivisa, il fondamento stesso della comunità dei vivi. Uno zingaro senza il proprio gruppo è psicologicamente annullato.
Custoditi in una dimensione interiore, assolutamente non nominabili, i morti perdono la loro individualità per diventare una entità che garantisce anonimamente la perennità e la presenza del gruppo dei vivi. Solo i «mulè» sono la forma di autorità da tutti riconosciuta; sono i garanti della legge non scritta. Più che di fedeltà ai morti si dovrebbe parlare di fedeltà al silenzio, in cui oblio e ricordo coincidono. L’autore di riferimento per lo studio dei riti funebri tra gli zingari è Patrick Williams, autore di Noi non ne parliamo, edito da CISU (1993).
Articolo pubblicato originariamente in Confini, gennaio 2003, a firma di Ilaria Bordone.