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1 Maggio 2003
2 min di lettura

Mentre scriviamo queste righe, la guerra in Iraq pare giunta alle battute conclusive. Per molte settimane ciascuno di noi è stato investito da un flusso quasi costante di immagini di distruzione e di morte, prevedibili da un certo punto di vista, ma non per questo meno atroci, qualunque sia stata e sia la nostra opinione riguardo al conflitto.

D’altra parte la morte è divenuta da tempo un appuntamento fisso dei mezzi di comunicazione di massa, che non ci risparmiano neppure i particolari raccapriccianti di delitti appena compiuti o la «rappresentazione» delle pubbliche esequie di personaggi pubblici. Tutto ciò accade mentre il morire — quello singolo, che ci riguarda direttamente e individualmente — si trasforma ogni giorno di più in oggetto di interdizione e di rimozione, in oggetto davvero «osceno», di «cattivo augurio», da confinare in un’oscura e desolata terra di nessuno.

A questa apparente contraddizione è dedicata una parte importante di «Confini», che ospita sull’argomento tre interventi (di Guido Michelone, Fiorenza Gamba, Pia Massaglia). Il lettore non mancherà di notare che il panorama che risulta da questi testi è più variegato di quanto non ci si sarebbe immaginato. Per esempio la presenza della morte su Internet è caratterizzata da un intrecciarsi di obiettivi, di «tagli» e di stili di comunicazione sorprendentemente diversi, in alcuni casi dissacranti, in altri liberatori. Ma ciascuno potrà formarsi la propria opinione.

Due altre segnalazioni sono d’obbligo. L’articolo che Marina Sozzi, direttore scientifico della Fondazione Fabretti, ha dedicato al concetto della «buona morte» ci permette di seguire il variare nel tempo e nelle culture dello stesso concetto di morte e, ovviamente, di vita. Se si muore da sempre, non si muore sempre nello stesso modo; la morte non ci appare sempre con i medesimi connotati. Il pezzo di Gianluca Ligi, che descrive gli usi di una popolazione di pastori nomadi della Scandinavia settentrionale, affronta una questione centrale: il rapporto fra «spazio dei vivi» e «spazio dei morti», decisivo non soltanto per le sue ovvie ricadute pratiche, ma anche e soprattutto per la sua portata di ordine simbolico. Con questa riflessione prosegue quel lavoro di scavo che «Confini» ha avviato sul tema della memoria, e che riteniamo uno dei tratti qualificanti del nostro percorso.

Articolo pubblicato originariamente in Confini, maggio 2003, a firma di Redazione.

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