Le voci dei morti
I morti «parlano», ma possono comunicare messaggi diversi a seconda di chi li ascolta. Come dimostra anche il caso recente dei due figli di Saddam Hussein, le foto dei cui cadaveri hanno fatto il giro del mondo, sulle televisioni e sui giornali.
È umano, è lecito, è eticamente giustificabile, è «utile» esporre alla pubblica vista i cadaveri, diffondere le loro immagini attraverso le televisioni, i giornali, la rete informatica globale? Se l’universale rispetto che circonda i corpi morti impone circospezione e cautela al proposito, limitando l’esposizione del rito funebre, dopo che i cadaveri hanno subìto una qualche forma di intervento estetico, ci si può chiedere quali ragioni, quali profonde motivazioni (sempre che ce ne siano) giustifichino eventuali eccezioni. Vengono subito in mente corpi sfigurati dalla morte che hanno segnato importanti pagine della storia del nostro paese: Benito Mussolini, appeso per i piedi a piazzale Loreto a Milano; Aldo Moro rannicchiato nel cofano di un’auto a Roma; Carlo Giuliani disteso in piazza Arimonda a Genova. La cronaca più recente ci offre altri esempi in proposito, tra cui vorrei sceglierne uno che mi è parso particolarmente significativo.
Sul finire di luglio, giornali e televisioni del mondo intero (con significative eccezioni, anche in Italia) hanno diffuso le immagini dei cadaveri sfigurati, coperti di sangue, tumefatti, osceni e ributtanti di Uday e Qusay, figli del dittatore iracheno Saddam Hussein, uccisi dall’esercito americano in una villa di Mosul. I loro volti appena riconoscibili, distesi su sacchi di nylon grigi, accanto a guanti, stracci e secchi d’acqua – oggetti del tutto profani, quasi a escludere visivamente ogni forma di attenzione rituale per quei corpi segnati dall’infamia – hanno fatto in breve il giro del mondo. Davanti a quei volti l’opinione pubblica (e giornalistica) si è divisa. Alcuni hanno criticato la rottura del tabù della morte che impone rispetto per i cadaveri, anche quando furono corpi di criminali efferati. Secondo l’insegnamento di Antigone, ricordava nell’occasione Tommaso di Francesco su «Il Manifesto» (25 luglio 2003, pagina web), occorre avere «il coraggio di coprire il volto dei morti e dei perdenti che, se potenti sono stati, il corpo senza vita rende alla fine umili». Gli faceva eco dalle colonne di «La Repubblica» (25 luglio 2003, pagina web), Tahar Ben Jelloun: «L’orrore è senza parole e senza suoni. Viaggia nell’aria, si posa come un velo di vergogna su quei volti senza espressione: ombre di uomini, di resti umani. Come se dei cani affamati fossero in attesa dietro gli obiettivi per divorare queste carcasse bruciacchiate, che non somigliano più a niente, che sono stati i corpi di ragazzi viziati, che hanno abusato di tutto, del potere e del resto, ma che oggi sono un cumulo di cenere».
Altri commentatori si appellavano invece alla funzione «didattica» che l’immagine del cadavere può assumere in un mondo mediatico che nasconde la vera portata distruttiva, mortifera della guerra. Il cadavere, «la morte presente», la «morte che agisce» come diceva l’antropologo francese Louis Vincent Thomas («Le cadavre», 1980), squarcia con la sua presenza emotivamente sconvolgente la cortina di fumo mediatica che nasconde l’orrore della guerra, lasciando intravedere sullo sfondo un paesaggio di corpi sfigurati di bambini, di donne, di uomini martoriati dalla violenza. «C’è qualcosa di didattico in queste immagini che mi pare prezioso con i tempi che corrono. Perché esse parlano della guerra. Quella vera, che è sempre sporca», scriveva Antonio Tabucchi («Il Manifesto», 27 luglio 2003, pagina web).
Al di là delle posizioni pro o contro la pubblicazione di immagini di cadaveri in tempi di guerra come quelli in cui stiamo (molto inconsapevolmente) vivendo, mi pare interessante riflettere su ciò che i volti morti e decomposti di Uday e Qusay hanno comunicato o «avrebbero dovuto» comunicare al mondo. Perché, come scrive il filosofo francese François Dagognet in un dialogo con Tobie Nathan («La mort vue autrement», 1999), i morti «parlano». Nelle società «primitive» i morti parlano attraverso i posseduti e le sedute mediatiche; nella società moderna parlano attraverso la gran cassa dei media globali. I volti morti di Uday e Qusay, nelle intenzioni dell’amministrazione americana che ne autorizzò la pubblicazione, dovevano «dire» alcune, importanti parole da un lato agli iracheni e dall’altro agli occidentali.
Agli iracheni e in generale al temuto mondo mediorientale, essi dovevano «dire» che il regime di Saddam era irrimediabilmente finito. Quei volti avrebbero dovuto parlare della loro stessa morte, congedarsi, testimoniare la loro nuda realtà di cadaveri, evitando di divenire simili a quelle ombre erranti che si chiamano Bin Laden e Saddam Hussein e che turbano l’Occidente più della fame, delle malattie, delle guerre che insanguinano una parte non ristretta del pianeta. Le voci dei morti, tuttavia, spesso sfuggono al controllo e possono comunicare messaggi diversi a seconda di chi li ascolta. Così, alcuni commentatori (per esempio Filippo Ceccarelli, «La Stampa», 25 luglio 2003) paventarono il rischio che l’esposizione dei volti potesse rendere i figli di Saddam dei martiri. Nel mondo islamico, quel mondo che frettolosamente l’Occidente ha costruito come un Altro da sé, un’alterità compatta e irriducibile, i volti morti e scoperti appartengono solo allo shahid, il «testimone» che legittima la propria vita di fede per Allah con il sacrificio. Lo shahid è puro agli occhi di Allah e per questo il suo cadavere può essere esposto, durante i funerali, a volto scoperto. Secondo questa prospettiva, Uday e Qusay, ribellandosi ai loro uccisori, avrebbero potuto parlare di sé come di martiri alle folle islamiche che amiamo supporre succubi di un pensiero unico. A posteriori si può osservare che non fu così: le culture, anche quelle di matrice islamica, non sono di norma folle senza pensiero che agiscono mediante una logica di stimolo-risposta. Non basta un volto scoperto (per di più da altri) per fare un martire! Due ragazzi viziati, che abusarono del successo e del potere quanto e forse più del padre, non potevano parlare di sé come di «eroi».
Oltre che agli iracheni, quei resti privi di umanità dovevano parlare alle folle occidentali e dire agli statunitensi scettici, agli europei scettici di questo Occidente, che la guerra era stata giusta e giustificata perché aveva portato libertà laddove vi era tirannia. Soprattutto, i morti Uday e Qusay dovevano dire al mondo occidentale che la guerra era finita o in procinto di terminare con la caduta di alcune delle carte più pregiate del famoso mazzo. Una guerra iniziata senza alcun accordo internazionale non poteva che legittimarsi con il raggiungimento del suo fine dichiarato, riportare libertà al popolo iracheno, sopprimere Saddam e i suoi collaboratori, mostrare «efficienza» anche al di là della giustizia. A cadaveri si doveva affidare il compito di pronunciare un discorso chiaro e conclusivo al proposito. In realtà, come molti fatti che frettolosamente, di questi tempi, giudicano «storici», anche la morte e la pubblica esposizione dei cadaveri dei figli di Saddam è stata una notizia dalla vita breve. Le operazioni in Iraq non sono terminate e il futuro del paese è ben lontano dall’apparire roseo. Le voci dei criminali Uday e Qusay si sono rivelate flebili e i paragoni con l’esposizione pubblica dei cadaveri di Che Guevara, dei Kennedy, di Mussolini, dei Ceausescu si sono rivelate affrettate e irriverenti, adatte forse a malinconici salotti televisivi d’estate. Un tardivo ripensamento dell’amministrazione statunitense ha affidato un giorno dopo alla pubblicazione dei volti ricomposti di Uday e Qusay, sottoposti a un’evidente plastica facciale e a quei trattamenti funebri che prendono il nome di tanatoprassi, un messaggio concernente una qualche pietas nei confronti dei criminali morti.
A chi scrive, antropologo, l’immagine dei volti cadaverici dei figli di Saddam ha suggerito piuttosto il riattualizzarsi delle antiche pratiche di caccia alle teste. Attività diffusa e sfuggente, la caccia si colloca a metà strada tra il rito e la prassi guerriera, tra la violenza cieca e la violenza appena un po’ sfumata delle guerre tradizionali e dei loro codici di comportamento. La caccia alle teste si svolge tradizionalmente nell’ambito di una logica della vendetta per la quale sangue chiama sangue. L’esposizione del trofeo placa la sete di morte di una parte, accrescendo quella dei rivali. Finché – almeno così andavano le cose tra i «selvaggi» dell’Oceania – appare all’orizzonte un big man, un «maestro della pace», come veniva localmente definito, che pone fine al conflitto e inaugura un’epoca di prosperità e benessere generale. Una figura, il maestro della pace, che appare ben lontana dal manifestarsi nello scenario attuale.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, settembre 2003, a firma di Adriano Favole.