Editoriale
Sono trascorsi oltre due anni e mezzo dall’11 settembre 2001 e già una nuova, terribile data si impone alla nostra attenzione: l’11 marzo 2004, il giorno del sanguinoso attentato di Madrid. Ma la memoria di ciò che è accaduto in un passato che incomincia a sembrarci remoto non può e non deve passare: né per noi, né, a maggior ragione, per quanti furono colpiti da vicino nei loro affetti, nelle loro vite. Questo numero, pertanto, si apre con il racconto di ciò che a New York si sta facendo per ricordare l’attentato alle torri gemelle, tra molte discussioni e qualche discreta polemica.
Non è infatti facile trovare il giusto «registro» visivo per fermare nel tempo quel pugno di secondi che ha annientato l’esistenza di quasi tremila persone, differenti per sesso, età, colore della pelle, storie, idee, e unicamente accomunate dall’essere divenute l’inconsapevole bersaglio di un nemico difficile da individuare, e forse anche da conoscere. D’altra parte l’11 settembre newyorchese ci offre l’occasione per una riflessione su cosa significhi, per chi resta, la morte senza il corpo di chi è morto (solo 1.527 persone sono state identificate), sia in termini di elaborazione del lutto che, più in generale, di costruzione e conservazione del ricordo.
Un’utile integrazione al discorso è offerta dall’intervento di Marco Sartorelli, che analizza le caratteristiche che rendono «umano» (e, quindi, in certa misura fonte di consolazione e di rasserenamento dell’animo) un cimitero. Giorgio Di Mola illustra invece nel suo pezzo due progetti finalizzati a riavvicinare i bambini – che oggi ne sono completamente esclusi – al pensiero della morte. Anche in questo modo si costruisce una scuola davvero capace di formare adulti consapevoli ed equilibrati.
Infine, due testi che parlano dell’uomo e del corpo, da due punti di vista molto diversi, ma in realtà tutt’altro che alternativi. Franco Toscani affronta il problema – sempre più importante – del morire in ospedale, una struttura, questa, che non solo in Italia è pensata per i malati acuti ed è organizzata per perseguire la loro guarigione e si trova in seria difficoltà quando deve «soltanto» accompagnare un malato verso il termine della vita. Silvia Forni ci parla della nuova concezione del corpo che le scienze umane stanno oggi imponendo (magari riprendendo idee molto antiche): non più tanto, o soltanto, macchina «naturale», ma costruzione culturale, capace di produrre, o di invalidare, significati. Forse, lo sviluppo di un approccio più ricco, dal punto di vista psicologico e umano, della medicina passa proprio di qui.
Per concludere una nota sul corredo di immagini del numero. Abbiamo scelto di esplorare il paesaggio, un tema immenso, che investe un po’ tutta la storia della pittura. Questa volta, ci siamo però limitati ai secoli d’oro di questo soggetto, e cioè il ‘600, il ‘700, l’800.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, maggio 2004, a firma di Redazione.