Morire qui, morire altrove
Riti del Mondo

Morire qui, morire altrove

1 Settembre 2007
2 min di lettura

Che cosa significa morire in una terra straniera, lontano dal proprio paese di origine? Queste sono le domande che si pongono molti degli immigrati che arrivano in Italia e che vedono la loro permanenza diventare sempre più lunga. L’incremento della presenza degli immigrati ha fatto sorgere molti problemi nuovi: dal modo di trattare i morenti in ospedale alle diverse pratiche cerimoniali funebri.

In tale panorama, l’antropologia può offrire strumenti e concetti adeguati. Per quell’esperienza inevitabile e culminante dell’esistenza che è la morte, tutte le culture forniscono una serie di risposte. In particolare, nel corso di un’esperienza di vita così traumatica come è spesso quella degli immigrati, le «domande di senso» aumentano di intensità: non ci si chiede più soltanto perché si muore, ma perché si muore altrove.

La diversità delle concezioni funebri emerge dai casi concreti che hanno luogo in ospedale o negli spazi cimiteriali: le nostre regole sanitarie possono costituire un ostacolo ad altre pratiche, come l’esigenza degli islamici di inumare i cadaveri senza bara. Un rischio sempre presente è quello di considerare le concezioni funebri degli immigrati come importazioni integrali delle culture di origine, senza tener conto delle variazioni che la situazione migratoria comporta.

Una questione molto importante è quella del rimpatrio delle salme, oggi eseguito da molti immigrati, in particolare da quelli provenienti dai paesi del Maghreb e dalla Romania. Il rimpatrio è un indice molto interessante per valutare il significato che una persona dà al vivere in Italia: se la permanenza è percepita come temporanea, l’esigenza del rimpatrio emerge con maggior forza. Alla base del rimpatrio si pongono quindi significati identitari e simbolici molto profondi, che ci dicono molto sull’idea che gli immigrati hanno di sé e dell’esperienza migratoria che stanno vivendo.

Articolo pubblicato originariamente in Confini, settembre 2007, a firma di Javier González Díez.

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