Sandro Pertini, la difficile scelta della libertà
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Sandro Pertini, la difficile scelta della libertà

1 Gennaio 2008
4 min di lettura

Il ritratto si apre con una frase tratta da una delle ultime interviste di Sandro Pertini, in cui il Presidente afferma che libertà e giustizia sociale costituiscono un binomio inscindibile: non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà, né vera libertà senza giustizia sociale. Solo così — sosteneva — ogni italiano sentirà la Repubblica come madre e non come matrigna: una Repubblica giusta e incorrotta, forte con i colpevoli e umana con i deboli e i diseredati, da difendere contro chiunque tenti di minacciarla con la violenza. (Citazione di Sandro Pertini parafrasata dalla redazione.)

Questa frase sintetizza, molto più di altre parole, l’essenza del pensiero che mosse fin da subito l’agire umano e politico di una delle figure più rilevanti del socialismo italiano. Nato a Stella San Giovanni (Savona) il 25 settembre 1896, Pertini studiò Legge a Genova e Scienze sociali e politiche a Firenze, svolgendo fin dall’inizio l’attività di avvocato e di pubblicista. Prese parte al primo conflitto mondiale e, nel 1918, si iscrisse al Partito Socialista, passando nel 1922 nelle file del PSU. Antifascista della prima ora, incorse tre anni dopo nel suo primo arresto a causa della distribuzione clandestina di uno scritto, Sotto il barbaro dominio fascista, atto d’accusa nei confronti della monarchia e delle sue responsabilità nell’avvento del regime.

Nel dicembre del 1926 si diede alla macchia e partecipò attivamente all’organizzazione dell’espatrio clandestino in Francia di Filippo Turati, insieme ad altri, tra cui Carlo Rosselli e Ferruccio Parri. Si aprì allora una fase lunga e movimentata: a Nizza diede avvio a una campagna di diffusione delle idee antifasciste tra i lavoratori italiani. Rientrato in Italia sotto falso nome agli inizi del 1929, fu arrestato grazie a un delatore e condannato dal Tribunale Speciale a dieci anni di carcere, da scontare nell’isola di Santo Stefano. Le precarie condizioni di salute e una campagna internazionale dell’antifascismo in esilio spinsero il regime a trasferirlo, nel dicembre del 1931, nel carcere di Turi, dove conobbe Antonio Gramsci. Seguirono il trasferimento a Pianosa nel 1932, il confino a Ponza nel 1935 e poi a Tremiti, dove minacciò uno sciopero della fame, e infine a Ventotene.

Con la caduta del fascismo, nel 1943 Pertini si spostò a Roma, dando vita — insieme a Pietro Nenni e a Giuseppe Saragat — al PSIUP. Dopo aver combattuto le truppe tedesche d’occupazione a Porta San Paolo, organizzò sotto i falsi nomi di Nicola Durand e di Mario Clerici alcuni gruppi armati di combattimento: per questo, il 23 ottobre del 1943, fu arrestato dai tedeschi insieme a Saragat, internato nel carcere di Regina Coeli e condannato a morte. Evaso rocambolescamente nel gennaio dell’anno successivo, raggiunse l’Italia settentrionale per riprendere in mano le fila socialiste della Resistenza. Nominato segretario del PSIUP e rappresentante del partito nel Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, si spostò tra Trieste, Venezia, Bologna, Torino e Genova per stimolare il contributo dell’area socialista alla liberazione del paese.

Con la fine della guerra ricominciò anche la sua attività di giornalista, assumendo la direzione dell’«Avanti!» (dal 1945 al 1946 e dal 1950 al 1951) e di «Il lavoro nuovo» dal 1947. Deputato all’Assemblea costituente e senatore nella prima legislatura, nel 1953 fu eletto deputato per il collegio Genova-Imperia-La Spezia-Savona; dal giugno 1968 al luglio 1976 ricoprì l’incarico di Presidente della Camera dei Deputati. L’8 luglio 1978, in seguito alle dimissioni di Giovanni Leone, Sandro Pertini divenne il settimo Presidente della Repubblica: il suo passato e la grande fiducia che la sua figura suscitò ne fecero uno dei presidenti più amati dagli italiani. Dimessosi dalla carica il 29 giugno 1985, divenne senatore a vita e Presidente della Fondazione di studi storici «Filippo Turati». Morì a Roma, ormai novantatreenne, il 24 febbraio 1990: le sue ceneri furono trasferite pochi giorni dopo, secondo il suo espresso desiderio, nel cimitero della piccola comunità di Stella San Giovanni.

Articolo pubblicato originariamente in Confini, gennaio 2008, a firma di Luca Prestia.

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