La cremazione nel mondo ebraico
Riti del Mondo

La cremazione nel mondo ebraico

1 Ottobre 2008
3 min di lettura

Lungi dall’essere uniforme e omogeneo, il mondo ebraico è una realtà assai complessa ed eterogenea, scossa da forti tensioni ideologiche e divisa in correnti all’interno delle quali si possono scorgere ulteriori e sempre più sottili differenze. La divisione teologicamente più importante è quella che mette in contrapposizione il mondo ortodosso — legato all’osservanza della legge biblica e all’interpretazione che ne è stata data nel Talmud di Babilonia e Gerusalemme e negli scritti a essi correlati — con quello di indirizzo riformato e liberale, nato nella Germania della metà del XIX secolo e poi sviluppatosi soprattutto nel continente nordamericano, che pone maggiore attenzione all’aspetto morale e profetico delle Scritture e intende la tradizione talmudica e i suoi corollari di interpretazione legali come non vincolanti.

Nella Bibbia non mancano riferimenti alla cremazione, la quale viene però chiamata in causa soprattutto quale atto di monito estremo, perché la dissoluzione del corpo renderebbe impossibile la resurrezione del defunto, oppure quale pratica funeraria pagana, in quanto tale da aborrire e incompatibile con il more ebraico. In base a ciò, il mondo ebraico ortodosso condanna la cremazione, ritenendola non solo deprecabile perché contraria alla resurrezione finale, ma anche atto di offesa estrema nei confronti del proprio corpo. Completamente diversa è la posizione assunta dal mondo ebraico di indirizzo riformato e progressista, il quale sin dalla seconda metà del XX secolo cominciò ad assumere una più chiara fisionomia teologica e, slegato dalla tradizione rabbinica e talmudica, ha di fatto permesso, anche se non apertamente promosso, la pratica della cremazione.

Vicino per alcuni aspetti al mondo riformato, per altri all’ortodossia e al rispetto della tradizione rabbinica, l’ebraismo tradizionalista — noto anche con il nome inglese di «conservative», sorto negli Stati Uniti come alternativa ai cambiamenti promossi a cavallo tra XIX e XX secolo dal movimento riformato — non ha mai avallato l’uso della cremazione, mostrandosi però più accondiscendente nell’accettazione delle ceneri dei defunti ebrei entro il perimetro di cimiteri ebraici. Se nei confronti della cremazione l’ebraismo riformato non pone alcun ostacolo di natura teologica o legale, è altrettanto vero però che alcuni dei suoi aderenti sentono nei confronti di tale pratica un ostacolo emotivo piuttosto forte, dovuto, com’è facile immaginare, alle immagini della Shoah e al ricordo dei campi di sterminio nazisti.

Per quanto netta possa sembrare la posizione di ciascun gruppo ebraico nei confronti della cremazione, le opinioni che si incontrano all’interno di ciascuna corrente possono essere spesso sorprendentemente diverse. Il fatto probabilmente più clamoroso avvenne in occasione della morte, nel 1911, del rabbino capo di Roma, il professor Vittorio Castiglioni, che sin dagli inizi del secolo scorso si era espresso insieme ad altri maestri dell’ebraismo italiano ed europeo a sostegno della liceità — proprio dal punto di vista della legge ebraica — della cremazione: egli circa la cremazione era stato oggetto di avallo e raccomandazione. Nell’Italia di inizio secolo, la cremazione aveva incontrato il favore di non pochi settori del mondo ebraico, tra cui numerosi studiosi e biblisti, come David Castelli, un vero e proprio «partigiano della cremazione», e Samuele Colombo. La morte del Castiglioni diede vita a un vivace dibattito sulla cremazione, argomento su cui una parte non indifferente del rabbinato ortodosso non aveva in realtà a lungo espresso un giudizio chiaro e netto. Il sostegno da parte dell’ortodossia ebraica scemò gradualmente proprio dopo la morte del Castiglioni, venendo a mancare completamente nel dopoguerra.

Articolo pubblicato originariamente in Confini, ottobre 2008, a firma di Piergabriele Mancuso.

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