Ugo Foscolo e l’invenzione degli italiani
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Ugo Foscolo e l’invenzione degli italiani

25 Ottobre 2026 · di Giovanni De Luna
5 min di lettura

Gli italiani non esistono in natura. Non sono un segmento biologico o razziale, ma una costruzione politica. Ce lo ricorda la famosa frase attribuita a Massimo D’Azeglio, “fatta l’Italia, bisogna ora fare gli italiani”. È stato e sarà sempre così. La classe dirigente dell’Italia liberale per questa “costruzione” pensò a un progetto in cui far confluire quello che c’era già (il territorio, una antica tradizione artistica e letteraria e pochissimo altro) e quello che andava “costruito” ex novo (soprattutto una lingua, che non fosse uno dei mille dialetti parlati nella penisola, ma anche una comune appartenenza stimolata da inni, bandiere, genetliaci dei Savoia, padri della patria come Mazzini, Garibaldi, Cavour, Vittorio Emanuele II, feste civili, ecc…).

Il fascismo ci aggiunse del suo, sul piano ideologico, aggrappandosi alla romanità, al culto del Duce, a una completa militarizzazione degli italiani (i fatidici 8 milioni di baionette).

Dai frantumi di questo progetto, a seguito della disastrosa sconfitta nella Seconda guerra mondiale, nacque l’Italia repubblicana, con la Costituzione “più bella del mondo”, i partiti di massa, il tentativo dei democristiani e dei comunisti di rompere le barriere del “familismo amorale” che ci condannava ad isolarci nell’angusto perimetro recintato da slogan come “tengo famiglia” e “mi faccio i fatti miei”.

Nell’Italia post risorgimentale ci fu quindi grande spazio per la ricerca dei precursori, per quei nomi di “poeti, santi e navigatori” che avevano parlato o scritto dell’Italia quando questa era solo un’”espressione geografica”. Di qui l’interesse per Ugo Foscolo, per la sua opera letteraria e per la collocazione delle sue spoglie mortali. Un interesse ora rinverdito da Giovanni Battista Magnoli Bocchi in un suo libro (L’esilio del poeta. L’avventurosa storia delle spoglie di Ugo Foscolo, Carocci, 2026) che, sull’esempio di alcuni suoi illustri predecessori (uno per tutti, Sergio Luzzatto), riattraversa il percorso di quello che restava del corpo del poeta dopo la sua morte (1827) e dopo la sua esumazione dal cimitero londinese di Chiswick, dove era stato originariamente sepolto in una tomba priva di sfarzo ma almeno dignitosa, vista l’indigenza in cui allora versava il defunto.

Diciamolo subito. Siamo totalmente d’accordo con la tesi dell’autore. Il mito di Foscolo poggiava le basi su una di quelle tradizioni inventate alle quali Eric Hobsbawn e Terence Ranger hanno dedicato un mirabile saggio, pubblicato in Italia da Einaudi (L’invenzione della tradizione, 1987).

Foscolo non era italiano. Era nato, nel 1778 a Zante, un’isola greca appartenente allora alla repubblica veneziana, da una madre pure lei greca e padre di Venezia. Quando parlava dell’Italia non si riferiva certo all’intera penisola ma soltanto a quella parte settentrionale che ben conosceva. L’Italia che sognava non era quella voluta e costruita dalla monarchia dei Savoia quanto, piuttosto, quella federale desiderata da Cattaneo.

Ma tant’è. Quando si inventa una tradizione non si va tanto per il sottile. Foscolo era un materialista illuminista. Era un amante furioso e ribelle e non si trovava certo a suo agio nell’Italia papalina e sessuofobica voluta dai Savoia. Non era cattolico e non credeva nell’aldilà. Le tombe e i sepolcri erano utili soltanto ai vivi, se erano capaci di ispirarsi alla grandezza di chi vi era sepolto. Solo la poesia poteva però assicurare l’immortalità a chi ne era il protagonista. Pure aveva scritto i Sepolcri e tanto bastava per annoverarlo di diritto tra i precursori, una qualifica che strideva con la modestia della sua tomba londinese. Di qui l’urgenza di far ritornare in Italia le sue spoglie e onorarlo come si deve. Dopo il 1861, l’Italia, che aveva appena raggiunta la sua unità politica, aveva l’impellente necessità di miti che potessero rinsaldare, anche sul piano sentimentale, i legami tra i suoi cittadini. Per molti, che in precedenza erano stati sudditi, era un compito improbo. Il corpo di quell’esule, morto povero in terra straniera pur di non sconfessare il patriottismo dei suoi ideali, poteva e doveva dunque diventare un oggetto di culto in grado di rinsaldare la fragile fibra dell’italianità.

Fu così che i resti mortali di Foscolo arrivarono alla basilica di Santa Croce, in Firenze, (1871), dove riposano oggi accanto a personaggi celebri legati alla scienza, all’arte, alla musica e alla letteratura, come Michelangelo, Macchiavelli, Galileo, e, si spera, abbiano trovato la pace e la serenità tanto agognate, in vita, del poeta. Mezzo secolo dopo (1921), un’altra salma traslocò dalla sua tomba all’Altare della Patria, quella del Milite Ignoto. Magnoli Bocchi ci propone una solida analogia tra le traslazioni dei due cadaveri, sancendo così la fine, anche sul piano simbolico, dell’Italia liberale.

Da allora in poi, a “fare gli italiani”, per venti lunghissimi anni, ci avrebbe pensato il fascismo.

Immagine: François-Xavier Fabre, Ritratto di Ugo Foscolo, 1813, Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Wikimedia Commons, pubblico dominio.

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Giovanni De Luna
Giovanni De Luna
Responsabile culturale

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