La morte negata? Un mito del nostro tempo
Da circa trent'anni mi occupo di tanatologia: studio come le persone pensano e temono la morte, come muoiono, come piangono e onorano i loro defunti, come riprendono a vivere dopo una perdita. In tutto questo tempo nei libri, negli articoli, nei convegni e nei corsi di formazione, ho sempre ritrovato una tesi ricorrente, articolata in modi diversi a seconda delle diverse discipline, ma così riassumibile: la “società occidentale” nega la morte più di ogni altra cultura che l’ha preceduta, e più di ogni altra cultura “non occidentale”. Secondo tale tesi, la morte sarebbe nel nostro tempo rimossa, nascosta, indicibile, con gravi conseguenze per chi muore (male) negli ospedali e per chi subisce una perdita (e resta solo con il proprio dolore).
Si è trattato di una tesi che all’inizio del mio percorso avevo fatta mia, ma che oggi, alla luce di molte altre esperienze e pensieri, non posso più condividere. Proviamo a tracciare una breve storia di questa idea della negazione della morte. Come e quando nasce? Il primo a proporla fu, nel 1955, il sociologo inglese Geoffrey Gorer, che pubblicò sulla rivista “Encounter” un articolo di poche pagine, The Pornography of Death. Sosteneva che la cultura vittoriana del secondo Ottocento aveva messo al bando il sesso ma non la morte, mentre il Novecento avrebbe fatto l'inverso. Era un testo non molto approfondito, che si basava su impressioni personali e sull’evidente nostalgia per i costumi del lutto che aveva appreso nella sua infanzia. L’articolo di Gorer avrebbe potuto restare ignorato, ma ebbe invece un successo che lo stesso autore non poteva immaginare.
Lo storico francese Philippe Ariès lo riprese e ne fece una chiave di lettura generale della sensibilità nei confronti della morte maturata nel Novecento: per i suoi contemporanei la morte era “capovolta”, mentre l’ideale di riferimento era quello della morte medievale “addomesticata”. Quell'età dell'oro remota nel tempo era ricostruita soprattutto su fonti letterarie, nelle quali i cavalieri morivano in pace con le braccia incrociate sul petto affidando l’anima a Dio. Ariès dimenticava, dell’epoca medievale, le pestilenze, la vita brevissima, la possibilità di morire per un nonnulla, un taglio al dito o un parto, con l'assenza di qualunque terapia antalgica.
Negli Stati Uniti le idee di Gorer alimentarono il Death Awareness Movement. Poi vennero altri autori che ripresero e modularono la tesi della negazione della morte in molti modi diversi. Si tratta di una tesi che si è sposata da un lato con la critica delle sinistre al capitalismo (Jean Baudrillard, per esempio) e dall’altro con la critica sociale di matrice cattolica, nostalgica di un’epoca senza secolarizzazione; e si è pertanto diffusa a macchia d'olio. Di scritto in scritto si è formato un conformismo intellettuale, e si andava ripetendo: tabù! Michel Vovelle lo notava già con ironia negli anni Ottanta: non è stano che un tema indicibile sia sbandierato così frequentemente?
Tre errori
Rivista da vicino, la tesi della negazione della morte contiene almeno tre errori.
Il primo è storico, e consiste nel pensare che gli uomini del Novecento e i nostri contemporanei siano un'eccezione antropologica, i primi e forse gli unici a fare della morte un tabù. Al contrario, tutte le società hanno avuto un rapporto travagliato con l’evento più temuto, e hanno dovuto ideare risposte per proteggere i propri cittadini da un contatto troppo ravvicinato con la morte, al fine di non paralizzare la vita e l’azione. In molte culture, inoltre, non si può menzionarla, perché significherebbe chiamarla a sé e magari farla accadere. Gli eufemismi per dire che qualcuno è morto, oggi indicati come un sintomo della negazione contemporanea, non sono in realtà una nostra invenzione, ma esistevano già nei necrologi di epoca vittoriana. E la «congiura del silenzio» attorno al morente, che si fa risalire all’epoca in cui Tolstoj scrisse la Morte di Ivan Il'ič, attraversa in realtà tutta la storia della medicina, a partire da Ippocrate, che raccomandava di non dire mai a un malato di essere morente.
Il secondo errore è geografico. Dove comincia e dove finisce l'“Occidente” in un mondo globalizzato? Tra Stati Uniti, Canada, Australia, Europa settentrionale e meridionale, e perfino tra Italia delle metropoli e della provincia, e tra nord e sud, le differenze di usanze sono enormi. Parlare di “occidente” non ci aiuta a comprendere le specificità di ogni luogo.
Il terzo errore è stato messo in luce dai sociologi. Già nel 1984 un giovane Allan Kellehear osservava che un individuo può negare la morte, ma una società non può permetterselo. Deve fare i conti con la ferita che la morte rappresenta per la collettività, se non altro perché deve occuparsi dello smaltimento dei corpi. E nessuna cultura, del passato o del presente, si è mai liberata dei cadaveri senza un apparato rituale. Parlare di negazione di un’intera società pare così essere una forma di antropomorfizzazione.
Perché ci definiamo come “negatori”
“La morte, comunque la si giri, è una brutta storia”, scriveva Giada Lonati in L’ultima cosa bella: è una realtà misteriosa, dura da accettare per gli esseri umani. Nessuno, in nessuna cultura, si è mai riconciliato senza angoscia con la prospettiva della propria fine o con la perdita dei propri cari. Su questo non siamo diversi dai nostri antenati. Un certo grado di tabù è ineludibile nel consesso umano: non potremo mai fare della morte un argomento di conversazione comune, al bar o sul treno.
Marc Augé lo diceva con semplicità: se negare significa non pensare alla propria morte, è un atteggiamento diffusissimo, e da tempo immemorabile. In questo la nostra epoca non innova.
Ciò che è nuovo, semmai, è il senso di colpa. Per millenni gli esseri umani hanno negato la morte senza ritenerlo strano o deplorevole. Perché nel secondo Novecento ci siamo improvvisamente definiti «negatori»? La mia ipotesi è che la tesi del tabù e lo sviluppo delle cure palliative siano due volti di uno stesso processo. L'allungamento dell’aspettativa di vita, dovuta agli straordinari progressi della medicina, ha prodotto un gran numero di malati cronici in fase avanzata, sofferenti e costosi per i sistemi sanitari. Perché potessero pensare alla qualità della vita residua, e rinunciare all'illusione di un prolungamento indefinito, occorreva cambiare mentalità e orientarli verso le cure palliative, le uniche in grado di accompagnare le malattie inguaribili in modo adeguato. Per ottenere questo cambiamento, e indurre le persone a considerare pensabile la fine della propria vita, si cominciò a ritenere che la negazione fosse un errore da superare.
Che cosa abbiamo costruito
Se guardiamo senza pregiudizi a come oggi affrontiamo la morte, vediamo che il tabù, invece di crescere, si è affievolito. La morte è entrata nel discorso pubblico: libri, film, serie TV, festival, Death Café, conferenze. Chi desidera riflettere sulla mortalità, può farlo.
Abbiamo inventato modi nuovi per salutare i nostri morti, con riti laici e personalizzati che celebrano la biografia di chi se ne va, adatti al nostro tempo. Chi fatica a uscire dal lutto trova il sostegno della psicologia o dei gruppi di auto mutuo aiuto. E nel lutto siamo più liberi di un tempo: liberi di esprimere o non esprimere il dolore, senza codici imposti dall'esterno.
Ma soprattutto abbiamo le cure palliative, che in Italia la legge 38 del 2010 riconosce come un diritto. Interpretano il dolore come «dolore totale», tenendo conto di tutte le sue componenti, fisica, psicologica, sociale e spirituale. Non resistono alla morte: la accompagnano, curando ogni esistenza fino all'ultimo respiro e sostenendo chi resta. Ne ho fatto esperienza anche come familiare: le ho viste trasformare l'ultimo tratto di vita di persone che amavo, e ne ho avvertito la mancanza quando nessuno aveva pensato ad attivarle. Sono la buona novella per chi muore nel ventunesimo secolo.
La mia ipotesi, allora, è questa. E se, invece di negare la morte, stessimo costruendo un modo nuovo di convivere con la sua ineluttabilità, adeguato alle nostre società? Forse abbiamo strumenti più efficaci di quelli del passato, e in ogni caso il rimpianto per i grandi riti collettivi e per le comunità “naturali” non ci aiuta a capire il presente.
Cosa resta da fare
Abbandonare la tesi del tabù non significa dire che tutto va bene. Il morire resta segnato da ingiustizie e diseguaglianze. Robert Kastenbaum, e dopo di lui la Commissione Lancet sul valore della morte, hanno parlato di “sistemi della morte”: le reti di persone, luoghi, istituzioni e simboli attraverso cui una società media il rapporto di ciascuno con la fine. Guardati da vicino, questi sistemi mostrano chi è più esposto alla morte, chi riceve cure peggiori, chi non ha accesso alle cure in generale, e alle cure palliative in particolare.
Proprio per l’esistenza di queste disuguaglianze il cliché del tabù è un fardello inutile. Vuole spiegare tutto e quindi non chiarisce niente. Le cure palliative non ne hanno più bisogno. Occorre, semmai, guardare con precisione dove i sistemi funzionano e dove no.
Nonostante siano infatti ormai pensate come un diritto umano, le cure palliative, secondo il Globas Atlas of palliative care del 2026, appena uscito, restano ampiamente insufficienti: nel mondo ci sono 73,5 milioni di persone con sofferenza grave legata alla salute. L’80% vive nei paesi a basso e medio reddito, e la risposta globale è appena del 14%. Più di dieci milioni delle persone con bisogni di cure palliative sono bambini, la maggior parte dei quali vive in Africa. Credo che la nostra attenzione debba concentrarsi su queste disparità.
Immagine: Odilon Redon (1840–1916), L’enfant prédestinée, Ophélie, dettaglio.