Alessandro Galante Garrone, il mite giacobino
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Alessandro Galante Garrone, il mite giacobino

1 Gennaio 2004
3 min di lettura

C’è un verso di Alfred De Vigny che s’intona alla scelta estrema di Alessandro Galante Garrone: «Le ceneri non sono mai sterili». La speranza che un’orma rimanga (resista), prima o poi suscitando l’imitazione o, almeno, il dubbio. In quel frammento lirico è custodito il seme di un Paese che, gobettianamente, «non se la intende col vincitore, non si arrende alle allucinazioni collettive, non ha bisogno di chiamare eroismo la sua ferma coscienza morale». Gobetti, fra i «maggiori» di Galante Garrone: lo scarruffato eroe della rivoluzione liberale e il mite giacobino, quasi coetanei, l’uno del 1901, l’altro del 1909, l’uno nato a Torino, l’altro a Vercelli. Sepolto nel Père Lachaise, Piero, a Parigi; accolto nel cimitero di Coassolo, in Val di Lanzo, Sandro, un mondo a lui oltremodo caro, la piccola patria di Domenico Riccardo Peretti Griva, il suocero, cardine della vecchia magistratura piemontese.

Fra i Maestri e gli amici di Galante Garrone, chi scelse di valicare il tenue muro così, «en cendre»? Giorgio Agosti, il primo questore di Torino dopo la Liberazione, per esempio. E, con Agosti, pochi altri. Ma il filo tra Sandro e i «suoi» («Ognuno riconosce i suoi») che diversamente traghettarono è tenace. Infine eguale. Tutti, come Carlo Dionisotti, possono affermare: «Non siamo nati per fare storia né romanzo della nostra vita, che è tutta consumata nel nostro lavoro». Fino a incenerirsi, così innervando la verità montaliana: «Una storia non dura che nella cenere / e persistenza è solo l’estinzione».

Di volta in volta si delinea il ritratto (l’autobiografia) di Alessandro Galante Garrone. Due figure, almeno, non attesero il naturale epilogo: Gilbert Romme e Giuseppe Manfredini. Romme, l’incorruttibile giacobino «montagnardo», oppostosi alla reazione termidoriana, fu condannato al patibolo, lui e cinque confrères: ma preferirono darsi la morte, a colpi di pugnale. Manfredini, amico di Gobetti, da lui cooptato nel comitato di direzione di «Energie Nove», quindi magistrato: l’ombra di una sentenza sbagliata — l’ossessione di non aver riconosciuto un innocente — lo annichilì, inducendolo a tagliarsi le vene.

Ogni «spina dorsale» è testimone della crociana urgenza: «In ozio stupido la morte non ci può trovare». Croce, una vasta bussola per la generazione di Galante Garrone: un’«enciclopedia» dove scovare il lume che rischiari questo o quel viluppo. «Che cosa è la nostra vita se non un correre alla morte, alla morte dell’individualità; che cosa è il lavoro se non la morte nell’opera, che si stacca dal lavoratore e gli si fa estranea? È, codesta, perfino la gloria, la gloria vera, la sopravvivenza effettiva… ciò solo voglia ma immortale di noi». Le parole di Croce riecheggiano, nitide, in Piero Calamandrei, forse il «maggiore» principe di Galante Garrone: «Tutto è religione quello che dimostra la transitorietà dell’uomo ma la perpetuità dei suoi ideali».

Articolo pubblicato originariamente in Confini, gennaio 2004, a firma di Bruno Quaranta.

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