Allegro come un crisantemo
Riti del Mondo

Allegro come un crisantemo

1 Ottobre 1995 · di Redazione Confini Magazine
8 min di lettura

Lutto o amore. Ogni fiore è il simbolo di un sentimento. Ma i significati possono cambiare a seconda delle epoche e dei luoghi geografici. Con risultati a volte paradossali.

Lei riceve un mazzo di fiori, ci sono orchidee, giunchiglie e tulipani. «Che pensiero gentile!» dice, ma non immagina che chi le ha regalato quel bouquet le ha voluto comunicare qualcosa e, precisamente, «Sei la persona più importante della mia vita». In questo caso: orchidee, ovvero lusso, ricercatezza; giunchiglie, palpito d’amore; tulipani, dichiarazione d’amore. Il messaggio è chiaro, eppure quasi nessuno conosce il linguaggio dei fiori. Ed ecco un’altra profumata «lettera floreale»: rose gialle, verbene e caprifoglio, ovvero, «Sono stato infedele, ma non ho mai smesso di amarti» (in ordine, infedeltà, affetto sincero, legame amoroso). Le possibilità sono praticamente infinite, come innumerevoli sono le varietà dei fiori.

Il linguaggio dei fiori ha origini molto antiche, come confermano gli scritti del francese Mallevaut, che nel suo poema «I fiori» spiega il significato simbolico di quelli più noti. Ma anche in Italia, già nel XVI secolo, lo scrittore mantovano Fulvio Murato affronta l’argomento in un trattatello dal titolo esplicativo «Dei colori e dei mazzoli», in cui illustra vari esempi di romantici messaggi da inviare all’amata con un singolo fiore o una composizione.

Secondo i testi più antichi l’usanza di associare un preciso significato simbolico a ciascun fiore è originaria delle regioni orientali e giunse in Europa con le prime crociate, per entrare in breve tempo nei costumi della cavalleria. Così, quando un condottiero in procinto di partire per una lunga spedizione si mostrava ad una donna con il cappello circondato di viole del pensiero, il muto messaggio era inequivocabile: «Non dimenticarmi!». Il significato era il medesimo se porgeva all’amata un mazzetto di miosotis, meglio conosciuti come «Non ti scordar di me». E la dama spesso non disdegnava di rispondere con lo stesso sistema. Di fronte ad uno spasimante impaziente, per esempio, si circondava il capo di piccole margherite, lasciando intendere che le occorreva altro tempo per prendere una decisione. Se invece si appoggiava sul petto una rosa bianca la risposta era senz’altro affermativa, benché frenata da una pudica timidezza.

In seguito, ispirati dai cavalieri, scrittori, poeti e cantanti adottarono il linguaggio simbolico per elogiare le virtù fisiche della donna del cuore. Il giglio fu paragonato all’incarnato pallido e vellutato, il miosotis alle pupille trasparenti e limpide, la rosa rossa alle labbra, e via elencando. Nel XIII secolo il giglio si trasforma poi in un simbolo di potere, ornando lo stendardo reale. Illuminato d’oro, invece, apparve più tardi sulla bandiera dei Borboni, e solo molto tempo dopo tornò ad essere semplicemente il simbolo dell’innocenza e della castità ispirato alla tradizione levantina.

Con il trascorrere degli anni ed il mutar delle mode, alcuni fiori hanno cambiato significato, come accade per il crisantemo, tipico fiore usato per ornare le tombe dei defunti, ma che in realtà simboleggia pace, gioia e vitalità, proprio come suggeriscono i cinesi. Originario della Cina, dove era coltivato già nel 500 a.C., il crisantemo dopo circa quattro secoli si diffuse anche in Giappone, divenendo subito l’emblema dell’imperatore. In Oriente, ancora oggi, è il fiore preferito dalle spose. In Europa, invece, forse perché fiorisce verso la fine di ottobre, è riconosciuto come il fiore dei morti, stravolgendo completamente il suo significato originale. Al crisantemo è legata una curiosa leggenda: diversi secoli orsono, nel lontano Giappone, un giovane guerriero viene chiamato nel regno dei morti. La sua sposa, disperata, chiede alla divinità che così aveva deciso, di lasciarlo accanto a lei per tanti giorni quanti erano i petali di un crisantemo. Il dio acconsente e la ragazza escogita uno stratagemma: con un paio di forbici divide i petali del fiore moltiplicandoli e aumentando quindi il soggiorno in vita dello sposo. Riconoscendo la scaltrezza della giovane e mosso a pietà da tanto amore, il dio decide di lasciare in vita il ragazzo accanto alla sua sposa.

Anche la splendida camelia nasce in Giappone da dove fu importata in Europa intorno al 1740 da un gesuita di nome Camelli. Nel vocabolario dell’amore ha assunto genericamente una colorazione amorosa, proprio come colei che la portò nel celebre romanzo di Alexandre Dumas «La signora delle camelie». Ogni sua varietà esprime un sentimento diverso. Quella a fiore bianco doppio dice: «Il mio pensiero è per te»; la camelia a fiore bianco semplice evoca invece l’amore materno (regalatela dunque a vostra madre). La camelia a fiore di anemone rosso rimprovera «Un voto fallace», quella a fiore rosso semplice parla di «Amore e speranza». Se è di colore rosa esclama: «Ti ritrovo infine!»; la camelia rosso sangue lamenta «Affanno». La sasanqua rosea promette (o minaccia?) «Saprò tenerti, non mi sfuggirai». La camelia variegata, infine, simboleggia «Amore fedele e speranza».

Iris, che era la figlia di Elettra, si chiamava la messaggera degli dei, assegnata ad accompagnare le anime femminili nel regno dei morti. È lei che scioglie l’anima di Didone morente, come narra Virgilio nell’Eneide: «Iride rugiadosa con croce pennea nel cielo, traendo mille vari colori dal sole, discese e le si fermò sul capo: questo sacro ordine reco da Dite, da questo corpo ti sciolgo». Per questo motivo i greci piantavano iris sulle tombe delle donne. Nel linguaggio amoroso dei fiori, l’iris allude a sentimenti diversi secondo le sue varietà. L’iride di faraone parla di fatalità, l’iride fimbriata di amore esaltato, l’iride pratense di buona notizia, l’iride tedesca di fiamma e di incendio amoroso, l’iride tuberosa di desolazione. Il fiore ha dato il nome anche al colore turchino e alla polvere usata in profumeria e derivata dall’iris di Firenze, o giglio celeste, le cui radici erano raccolte, essiccate, sbriciolate e poi utilizzate per farne dei massaggi alle mani che diventavano così morbide e lisce.

La rosa, che è da sempre il simbolo dell’amore e della passione, a seconda del colore può assumere significati sentimentali diversi. La rosa bianca rappresenta l’amore innocente e silenzioso, la rosa muschiata, poiché è molto soggetta alle variazioni climatiche e al luogo in cui viene coltivata, simboleggia invece un amore capriccioso e incostante. La rosa gialla, che nonostante le cure più premurose crea sempre problemi, è definita simbolo dell’amore infedele, del tradimento e dell’ingratitudine. La rosa borracina, poiché senza spine, rappresenta il piacere e la voluttà. Ed infine la rosa rossa, tra i fiori più ricercati per i suoi petali che sembrano di velluto, per il profumo e la maestosa bellezza, rappresenta l’amore passionale, prepotente e orgoglioso. La leggenda vuole che in origine le rose fossero tutte bianche e la varietà rossa sia nata soltanto per merito di Venere la quale, correndo un giorno dal suo innamorato, mise un piede in un cespuglio di rose ed una spina la punse facendola gemere di dolore. Le rose, bagnate dal suo sangue e vergognandosi per l’offesa recata alla splendida dea, arrossirono all’istante, rimanendo così per sempre.

Sempre secondo la mitologia anche il narciso, di cui si contano circa venti specie, ha una romantica origine. Pare infatti che Narciso fosse il nome di un giovane bellissimo e vanitoso, insensibile anche al fascino delle ninfe che cercavano di sedurlo. Una in particolare si innamorò perdutamente di lui e l’indifferenza del ragazzo la ferì a tal punto che lei si rivolse a Cupido, il dio dell’amore, il quale decise di punire il ragazzo spingendolo a specchiarsi nelle acque di un lago e ad innamorarsi della sua immagine riflessa credendola una ninfa. Ma un soffio di vento increspò la superficie dell’acqua e fece sparire la bellissima immagine. Narciso allora, non sopportando l’idea di aver perso la sua ninfa si gettò nell’acqua e annegò. Cupido, commosso, trasformò allora il giovane in un narciso, affinché tutti si ricordassero le disgrazie a cui porta l’egoismo e l’amor proprio. Ancor oggi questo fiore simboleggia vanità e orgoglio. Le ortensie, quei gruppoli di fiori bianchi o delicatamente colorati che non emanano alcun profumo, sono simbolo di freddezza. Il loro nome deriva da Ortensia Lapeaute, la prima donna che, quale compagna del viaggiatore Commerson, compì il giro della terra.

Il tulipano, pur essendo originario della Turchia, viene coltivato in Olanda e da lì esportato in tutto il mondo. In Europa giunse nel XIV secolo ed ebbe immediatamente un enorme successo, al punto che solo i più ricchi potevano permettersi il lusso di possederne qualche pianta. Ancora Alexandre Dumas, il cui talento di scrittore sembra andare di pari passo con la passione per i fiori più pregiati, dedicò al tulipano il romanzo «Il tulipano nero». Nell’antica Persia questo fiore simboleggiava il più puro dei sentimenti e infatti gli uomini usavano dichiarare il proprio amore alla donna amata donandole dei tulipani. Recentemente qualcuno ha dato al fiore un diverso significato, giudicandolo talmente scialbo da rappresentare la stupidaggine.

Nel IV secolo a.C. Alessandro Magno importò, prima in Grecia e poi in Italia, il pesco. In Cina, la longevità è sempre dipinta come un uomo che nasce da un frutto di pesco, per cui i rami del pesco, dai delicatissimi fiori rosa, sono simbolo di immortalità. I giacinti, quei fiori azzurri riuniti in grappolo, ricordano Jacinto, giovane amico di Apollo, morto a causa della gelosia di Zeffiro, per cui simboleggiano la gelosia e anche il lutto.

In Italia esistono circa quattromilacinquecento specie di fiori. Ognuno racconta una storia, simboleggia un sentimento, rappresenta un carattere. Talvolta i significati che gli uomini o la storia gli attribuiscono, sono contraddittori, come accade nel caso del volubile, pianta rampicante che cresce spontanea e dà fiori piccoli che sbocciano in primavera. Il messaggio che esprime è: «Fidati di me». Ma davvero ci si può fidare di un… volubile?

Articolo pubblicato originariamente in Confini, ottobre 1995, a firma di Manuela Minelli.

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