All’ombra di Antigone
Riti del Mondo

All’ombra di Antigone

1 Gennaio 2008
4 min di lettura

Nell’ode civile I sepolcri Ugo Foscolo mostra Omero chino sulle tombe degli eroi troiani, testimoni di sconfitte e glorie di una storia che non deve essere dimenticata. Erodoto definisce la conoscenza storica «possesso perenne», apprendimento tenace di quanto hanno operato le generazioni del passato; Pindaro definisce «più prezioso dell’oro» — e «aureo» in greco significa anche immortale — la memoria gloriosa e inalterabile degli eroi olimpici. Ancora oggi i compianti funebri recitati in alcuni paesi della Calabria grecanica sono melopee che narrano la vita del defunto: ripetizioni e iterazioni hanno il ruolo chiave di tutte le culture orali, ricordare e far ricordare.

Molte delle grandiose realizzazioni della civiltà greca traggono origine e ispirazione proprio dalla memoria funeraria, così profonda e radicata da trasformarsi talvolta in culto. Lo stesso tempio è derivazione e sviluppo del temenos, il recinto sacro a un eroe locale o all’antenato mitico di una stirpe. Quanto vi cresceva non poteva essere raccolto: era anch’esso sacro, «separato», offerto a chi vi era sepolto. Intorno al recinto si ergevano tronchi sormontati da un sasso graffito o dipinto con sommari lineamenti umani, simulacro evocativo del defunto e nel contempo matrice della statuaria, di quei fanciulli (kouroi) la cui ieratica immobilità e il misterioso sorriso hanno fissato per sempre, nel momento fulgido della giovinezza, la memoria di eroi.

La tradizione ha talvolta identificato tali eroi con Cleobi e Bitone, protagonisti di una leggenda significativa per chi voglia comprendere la visione greca della morte. Ogni anno, per la festa di Era, la sacerdotessa doveva recarsi al tempio su un carro trainato da due torelli; un anno, non trovandoli, Cleobi e Bitone trainarono essi stessi il carro materno fino al lontano tempio, e la sacerdotessa invocò sui figli il più gran bene che gli dei possano concedere agli umani. Dopo la cerimonia i due si addormentarono per non destarsi mai più, e la memoria dei posteri fu tale che Solone ne parlò al re Creso come dei più felici tra i mortali.

Orfeo, figlio di una Musa e quindi nipote di Mnemosine, la Memoria, discende fino alla dimora dei morti e ne commuove la regina Persefone con un canto che rievoca l’amata Euridice. Il mito di Orfeo sta forse alla base dell’etimologia di uno dei più alti frutti della lirica greca, l’elegia, che significa «dire ohimè», piangere e commemorare. Ma il genere in cui meglio emerge la visione greca della memoria è la tragedia: dovere sacro, exemplum esistenziale e ineludibile istanza etica. La sua origine stessa ne è pervasa: il «canto del capro», il sacrificio accompagnato dalla drammatizzazione della passione e morte di un eroe ancestrale, riconducibile al mito del piccolo Dioniso, ucciso dai Titani e vendicato da Zeus che li incenerisce; da quelle ceneri sarà plasmato l’uomo, di natura titanica ma animato da un’imperitura scintilla divina. Nei Persiani di Eschilo risuonano ossessivamente i nomi dei caduti in guerra, e il coro di vecchi orbati dei figli si fa eco infinita di vite stroncate.

Sempre su uno sfondo di guerra si leva la figura di Antigone, fragile ma ferrea: la pietas per i morti — per tutti i morti — va ben oltre gli editti di città e tiranni, fa parte delle leggi non scritte ma incise nel cuore umano. Da un contesto familiare emerge Alcesti, che accetta di morire al posto del marito e si leva a una dimensione eroica. Persino l’origine dell’ordine corinzio è leggendariamente collegata alla memoria che perdura: uno scultore vide nel cimitero di Corinto un canestro colmo di foglie di acanto posto sulla tomba di una fanciulla, fronde donate dal fidanzato e mai appassite, anzi cresciute più folte, alimentate dall’amorosa memoria alla quale persino le leggi della natura si erano inchinate; e lo scultore riprodusse nel marmo quel dono funerario, dando vita al capitello corinzio.

Articolo pubblicato originariamente in Confini, gennaio 2008, a firma di Viviana Viterbori.

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