Cesare? Lo hanno ucciso a Tel Aviv
Da Agamennone a Rabin, la storia è sempre stata intrisa di morti violente, ma forse mai come in questo secolo sono stati perpetrati tanti delitti politici.
Così giunto all’apogeo, Cesare, e ormai al rango d’uomo illustre che gli spetta, ora si’che è il momento di guardarti quando vai per strada/ammirato despota con la sua scorta…» Il presagio, l’ansia, l’agguato, il terrore, la fine, lo sgomento di chi resta, il vuoto interiore, l’angoscia umana. Konstantinos Kavafis aveva già intuito un secolo fa e reso mirabilmente sulla carta l’atmosfera del più celebre delitto della storia, quello di Giulio Cesare. La tensione che la percorre è la stessa dei grandi delitti politici di ogni tempo, da Agamennone a Isacco Rabin.
In più, la modernità ha complicato che un funzionario della burocrazia turca ottocentesca non poteva prevedere: le misure di sicurezza, l’armamento strategico dei servizi segreti, le controfigure che avrebbero dovuto confondere gli aspiranti sicari di Stalin e i supergorilla che non hanno protetto John Kennedy. E poi l’esasperazione dei media, le immagini-choc in mondovisione, le edizioni straordinarie dei giornali…
Ieri Shakespeare e l’elogio di Antonio, oggi Oliver Stone e lo scandalo cinematografico dei misteri di Dallas: la morte violenta dei Grandi ha sempre acceso le fantasie e le paure dei piccoli che non pativano le conseguenze. Agamennone lo aspettavano in due, la moglie e l’amante, dietro la porta del palazzo di Micene, al ritorno da Troia. Per raccontare la sua morte e la nascita del figlio Oreste, Eschilo ha scritto quattro tragedie che riempiono ancora i cartelloni teatrali. I greci seppero trasformare non solo le vittime, ma anche i loro esecutori in eroi. Come Armodio e Aristogitone, fermati nel mezzo dai sicari ateniesi, riconosciute valore coloro che li avevano liberati dal tiranno Ipparco. I cadaveri eccellenti è percossa la storia dell’Impero romano, e fino al Rinascimento. L’assassino può nascondersi ovunque, anche in chiesa, come i sicari dei Pazzi che uccisero Giuliano e ferirono Lorenzo de’ Medici in Santa Maria del Fiore.
Ad Enrico IV, un secolo dopo, andò ancora peggio. Sfuggito a decine di agguati, il re protestante di Navarra, salito sul trono di Parigi a prezzo di una Messa, cioè dell'(ennesima) conversione al cattolicesimo, grande pacificatore della Francia, morì per la lama di un pugnale: proprio lui, che aveva preso castelli e città e sfidato eserciti schierati in battaglia.
Nel Novecento la tragedia del Capo diventa sventura pubblica, gli omicidi dei Grandi accendono grandi sciagure. Il secolo si apre con l’assassinio del re d’Italia, Umberto I, nel parco di Monza, per mano dell’anarchico Gaetano Bresci. Voleva vendicare i morti di Milano, cannoneggiati dal generale Bava Beccaris («il feroce monarchico Bava/gli affamati col piombo sfamò», cantavano appunto al valore dell’impresa). Il codice Zanardelli vietava il patibolo, e i regicidi Bresci finì a Gaeta, in una cella sotto il livello del mare, dove si suicidò (o fu suicidato). Quattordici anni dopo, la pistola di un serbo, Gavrilo Princip, accese nel luglio del 1914 le polveri della Grande Guerra, a Sarajevo, sparando sull’arciduca Francesco Ferdinando, erede designato di Franz Josef sul trono di Vienna.
Fallirono — e pagarono a caro prezzo — gli attentatori di Mussolini e Hitler. Non fallì l’fanatico indù che assassinò una delle creature più miti della Terra, Mohandas Gandhi, la Grande Anima che aveva fatto della non violenza l’arma della sua battaglia. Era il primo gennaio del 1948. Negli ultimi cinquant’anni, sono soprattutto i tronchi del Terzo Mondo a macchiarsi di sangue. Faide tribali, lotte dinastiche per il potere, congiure di palazzo. Ma anche grandi tragedie di popoli. Come quella che costa la vita a re Abdullah di Giordania, il 20 luglio 1951. Tre anni prima gli arabi hanno aggredito lo Stato di Israele nella sua prima notte di vita, sono stati respinti, Ben Gurion ha allargato i confini, i monarchi giordani sono presi l’altra metà del territorio palestinese. Comincia il dramma dei profughi e dei fedayn, che solo ora pare concludersi: per Abdullah paga il suo conto con la storia dietro una colonna della moschea di Aqsa, sulla spianata del tempio, a Gerusalemme. Quattro anni dopo i regicidi colpiscono in Iraq. Cadono re Faisal, il principe ereditario Abdul Illah, il primo ministro Nuri As Said. Inizia l’era dei militari baathisti e del socialismo mediorientale, che sfornerà di deportati. In quello stesso secolo c’è l’avvenire, c’è Saddam Hussein.
Il 21 settembre del ’56 spada Anastasio Somoza, detto «Sette fazzoletti» per il tanto sangue versato: il Nicaragua non piangerà il tiranno. L’Africa paga il suo tributo di sangue al secolo. Si apre con l’assassinio del generale Bava Beccaris… ai loro discepoli e colto da una vita di stenti e di galera, è il principio di una catena infinita. Salvador Allende, l’altro re più giovane, e quando il Cile va di nuovo in corsa una nuova fase mentre spara col mitra dalla finestra del palazzo della Moneda e uno stadio riempito di deportati. Nel 1973, cinque giorni prima di Natale, in Spagna il premier ministro Carrero Blanco saltava in aria sul tetto dell’Espa.
Poi è il Medio Oriente a reclamare sangue. Complotto di corte a Riad: il 25 marzo del ’75 re Faisal dell’Arabia Saudita viene ucciso da un membro della sua famiglia. Ma la ferita più dolorosa è aperta dagli integralisti islamici il 6 ottobre 1981. Al Cairo, davanti allo stadio, il presidente Anwar al Sadat assiste a una parata. Le raffiche di mitra degli integralisti squarciano il petto del più grande statista che l’Egitto abbia avuto dai tempi dei faraoni. I rubano dell’idea il coraggio di muovere guerra a Israele, portando le sue truppe nel Sinai, oltre il Canale, e soprattutto di fare la pace con Menachem Begin, il falco del Likud, a Camp David, sotto lo sguardo divertito di un mercante di nocciole diventato presidente degli Stati Uniti. L’anno dopo la morte colpisce ancora in Medio Oriente, in Libano, dove viene assassinato il presidente Bechir Gemayel. In Europa il regicidio è passato di moda, relegato al passato, alla bomba dell’anarchico e alla pistolettata dello squilibrato. Non poteva che fare eccezione l’Italia. La morte di Moro (aprile-maggio 1978) è un martirio in pubblico, rilanciata dal film di Stone), la folle conclusione della commissione Warren, che conclude che Jfk è stato ammazzato appunto da un folle, naturalmente solo… la verità, non la sapremo mai. Bruto e Cassio non li rivedremo a Filippi, questa volta.
Cinque anni dopo tocca al fratello Bob, il ministro della Giustizia nemico della mafia, ma per la storia a ucciderlo è stato uno squilibrato di origine araba. Si sa benissimo invece chi cercava di uccidere De Gaulle: i nazionalisti dell’Oas, Organization de l’Armée sécrète, guidati dal generale Salan, i nostalgici dell’Algerie française. Si sapeva benissimo, forse per questo non sono mai riusciti a abbatterlo. Si sapeva anche chi volesse la testa di Allende: i camionisti paralizzarono il Paese, i militari lo rimisero in moto, e quando il Cile va di nuovo in corsa Salvador Allende muore una mentre spara col mitra dalla finestra del palazzo della Moneda e uno stadio riempito di deportati.
Indira Gandhi, la figlia di Nehru, fondatrice dell’India moderna, viene massacrata dai suoi stessi pretoriani, guerrieri sikh che le avevano perdonato la strage dei loro correligionari, nel tempio d’oro del Punjab. A succederle è chiamato il figlio Rajiv. Un mite, appassionato di aerei, con una dolce moglie italiana, Sonia. La morte aspettava anche lui, sette anni dopo, nascosta dentro una corona di fiori una finta sostenitrice glie la mise al collo a un comizio. Addio Gandhi. Addio Olof Palme, ammazzato sulla tranquilla Svezia, su un marciapiede. Addio Mohamed Budiaf, eroe della guerra di liberazione algerina, freddato con una raffica alla schiena. Addio ora a Isacco Rabin, eroe di guerra, eroe di pace. E attento tu, capo di Stato, «Se per caso uno/tra la folla non ti avvicinasse, un suo Artemidoro/lettore di un altro scritto si fa sotto e dice/«Leggi questo, sono cose gravi/che ti riguardano», allora non mancare alla parola…»
Articolo pubblicato originariamente in Confini, gennaio 1996, a firma di Aldo Cazzullo.