Due vite, ma un solo ideale: la libertà
«L’essere umano è nato buono; l’egoismo, la lussuria, l’oro e il dogma hanno portato alla superficie il suo istinto bestiale. […] Solo in un universale affratellamento, una volta abolite le differenziazioni di classe, la bontà, l’amore, la vita rifioriranno nel loro fulgido splendore. Solo allora la vita meriterà davvero di essere vissuta.» Così scriveva, nel 1935, Filippo Amedeo alla moglie Emilienne, una giovanissima attivista politica sposata l’anno prima in Francia, dove il torinese si era rifugiato sin dal 1927 per sfuggire al fascismo.
Filippo Amedeo era fuggito in Francia lasciandosi alle spalle un passato avventuroso e ricco di impegno politico e sociale: nato a Torino il 2 febbraio 1891 da una famiglia operaia, si era dedicato sin da giovane all’attività sindacale e alla politica, con l’iscrizione al Partito Socialista. Nel 1921 Amedeo divenne il più giovane deputato d’Italia; fu poi riconfermato deputato al Parlamento del Regno nel 1924. Due anni dopo, sciolte le Camere, seguì sull’Aventino i parlamentari socialisti, e raggiunse infine clandestinamente la Corsica e poi Marsiglia, dove venne nominato da Turati segretario del Partito Socialista per il Sud-Est.
L’esilio francese si interrompe nel 1936, allo scoppio della guerra civile spagnola. Amedeo decide di partire subito: «Il mio posto è ovunque ci sia da combattere il fascismo» dichiara alla moglie. Volontario nelle «brigate internazionali», combatte nelle file dei repubblicani sino al febbraio del 1937. Negli anni dell’esilio i coniugi Amedeo accolgono nella loro casa di Marsiglia Pietro Nenni, Giovanni Faraboli, Giuseppe Saragat, Emanuele Modigliani; ospitano anche, in fuga verso l’Unione Sovietica, la celebre rivoluzionaria spagnola Dolores Ibárruri, la «Pasionaria».
Nel febbraio del 1942 una nota riservata della polizia politica del Ministero dell’Interno italiano annovera Filippo nell’elenco dei «sovversivi pericolosi da arrestare». I coniugi si rifugiano in montagna, nei dintorni di Tolone. L’arresto coglie Filippo nel 1943, a Gignac, presso Marsiglia: a catturarlo sono gli uomini dell’Ovra coadiuvati dalla Gestapo. Condotto al consolato italiano di Marsiglia, viene torturato, poi passa da una prigione all’altra: Tolone, Cannes, Nizza e infine Torino.
Emilienne non ha sorte migliore: arrestata dagli agenti dell’Ovra e dai tedeschi il 20 giugno 1943, incinta e con il figlioletto, viene flagellata e perde la bambina che attendeva; è poi internata a Nîmes, in un campo di prigionieri politici, per undici mesi. Con grande coraggio, dei parenti di Marsiglia riescono a far uscire dal campo il figlio Daniel, facendolo passare, grazie a documenti falsi, come il gemello della propria figlia. Filippo, rinchiuso alle Nuove di Torino, viene poi tratto in salvo da un’azione dei partigiani nel settembre del 1943 e torna a combattere al loro fianco.
È il 1945: i coniugi Amedeo possono finalmente riunirsi, insieme al figlio. Filippo è eletto segretario della sezione torinese del PSI, diventa consigliere comunale a Torino, ed è ancora rieletto deputato al Parlamento repubblicano il 2 giugno del 1946, sedici giorni prima della sua morte. «Dopo la guerra, i capelli di mio marito erano diventati tutti bianchi per i dispiaceri e i dolori patiti. Soffriva di cuore, e di certo le torture e i maltrattamenti subiti in precedenza avevano minato il suo fisico» spiega Emilienne Amedeo. Prima di morire, Filippo fa promettere alla moglie che non abbandonerà l’Italia.
«Non ho fatto altro che mantenere la promessa fatta a mio marito — commenta oggi con semplicità Emilienne —. E allo stesso modo ha rispettato la sua volontà di essere cremato dopo la morte. Anch’io sono sempre stata favorevole alla cremazione: a ventun anni ero già iscritta alla società cremazionista «La Consolante» di Strasburgo. In ogni caso, Filippo e io abbiamo sempre condiviso le stesse idee politiche e le stesse convinzioni.» Convinzioni tanto forti da unirli in una lotta per la libertà che è stata anche una grande storia d’amore.
P.S. Anche Daniel — il figlio di Emilienne e Filippo — e sua moglie sono soci della SOCREM.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, maggio 1998, a firma di Andrea Giordano.