Editoriale
Nel corso degli ultimi mesi tre casi drammatici hanno riproposto all’opinione pubblica e ai legislatori il problema dell’eutanasia. Si tratta di un tema difficile, inquietante per più di una ragione, che — giustamente — divide trasversalmente gli schieramenti politici. Il discorso sull’eutanasia interroga infatti la nostra intelligenza e la nostra coscienza, i nostri valori e i nostri sentimenti.
Dove finisce la vita e dove incomincia la morte? Può il singolo individuo essere considerato padrone assoluto della propria vita o, quanto meno, del proprio corpo? Quanto può concedere la società alla libertà del singolo e quanto potere deve invece esercitare sulla vita e sulla morte dell’individuo? È possibile delegare a terzi il proprio suicidio? È accettabile che qualcuno decida al posto nostro quando dobbiamo morire? L’elenco delle domande potrebbe continuare a lungo. A noi l’unica cosa certa pare la necessità di una discussione più alta, più profonda e, soprattutto, più collettiva di quella finora condotta.
Questo numero di «Confini» affronta del resto diversi altri temi problematici, a cominciare da quello delle radici vere del terrorismo islamico. Oddone Camerana mostra come esse siano ben più diramate e complesse di quanto normalmente si pensi. Stefania Chiodino affronta il problema dell’elaborazione del lutto da parte di bambini e ragazzi, argomento importante e delicato. Alcune riflessioni sulla possibilità di ospitare in casa le ceneri dei propri cari sono al centro del testo di Marina Sozzi.
Infine, vogliamo ricordare il testo di Adriano Favole che compie una rassegna delle pratiche legate al trattamento del cadavere diffuse nel mondo: è appassionante vedere come, a diverse latitudini e in epoche diverse, si siano sperimentati gli usi più diversi; questo ci libera dai pregiudizi e ci spinge a scegliere innanzitutto secondo razionalità. Una scelta, questa, che non può che favorire la cremazione.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, settembre 2002, a firma di Redazione.