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1 Gennaio 2003
3 min di lettura

In questo numero il «primo piano» abbiamo voluto dedicarlo a due argomenti strettamente connessi a quella che è la nostra «missione». Affrontiamo infatti l’annoso problema della diffusione della cremazione nel Meridione d’Italia e quello — di interesse strategico — che riguarda la diffusione dei nostri ideali tra le ultime generazioni.

Che il nostro bellissimo e civilissimo Sud versi in condizioni disastrose dal punto di vista della cremazione non è un mistero per nessuno. Se però si approfondisce questa consolidata percezione e si analizzano i dati l’impressione è fortissima. Leggere per credere. Non vi è dubbio che serva uno scatto di reni (e d’orgoglio) per recuperare in breve tempo il terreno perduto rispetto alla restante parte del Paese. Devono impegnarsi a questo fine le associazioni cremazioniste, con il sostegno sempre più incisivo della FIC; devono impegnarsi le Istituzioni — se è vero che il loro scopo è quello di garantire il bene comune —; deve impegnarsi la società civile, facendo udire di più la propria voce.

Venendo ai giovani, è indubbiamente piacevole scoprire che mostrano interesse per la causa della cremazione. Molto però, anche in questo caso, resta da fare. Forse ascoltare le motivazioni dei giovani cremazionisti può servire proprio a elaborare una specifica strategia di comunicazione che raggiunga efficacemente gli «altri» giovani.

Il resto del numero è come sempre dedicato a soggetti che sentiamo vicini. Non potevamo naturalmente trascurare il tema della guerra, tornato negli ultimi mesi di triste attualità. Abbiamo scelto, però, un taglio particolare: abbiamo cercato di capire come la guerra e la morte in guerra vengano rappresentati, analizzando in particolare il lavoro che in questo senso fa il cinema. Il cinema è uno dei linguaggi più popolari del presente; le immagini cinematografiche costituiscono ormai una sorta di inconscio collettivo culturale. Leggere l’evoluzione, nel tempo, del film di guerra e della sua raffigurazione della morte significa leggere in filigrana quanto e come è cambiata, e sta cambiando, la nostra società.

Poi abbiamo voluto indagare un grande soggetto dell’arte figurativa del passato, che ha avuto una particolare fortuna nel Seicento: la «vanitas», una composizione di elementi differenti che rimandano all’idea della irrimediabile caducità dell’esistenza.

Infine due altre segnalazioni. Pubblichiamo il testo del discorso con cui Carlo Fruttero ha accompagnato nello scorso agosto il funerale di Franco Lucentini, suo compagno di scrittura durante tutta una lunga vita che ci ha regalato alcuni libri straordinari; e, poi, l’interessante intervento di una giovane studiosa su un argomento molto poco conosciuto: l’elaborazione del lutto presso gli zingari, il popolo nomade per eccellenza, che quindi non può costruirsi degli spazi fisici per la memoria.

Questo numero raggiungerà i nostri sempre più numerosi lettori già nel 2003. Vogliamo comunque usarlo per augurare a tutti un anno sereno e ricco di soddisfazioni.

Articolo pubblicato originariamente in Confini, gennaio 2003, a firma di Redazione.

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