Editoriale
Sta cambiando la percezione della morte nella nostra società? Il più minaccioso dei tabù incomincia a sgretolarsi? Sulla base di certi elementi saremmo tentati di concludere di sì, ma la discussione è aperta.
In questo numero di «Confini» vi sono almeno tre interventi che è possibile riportare a tale riflessione. Innanzitutto l’articolo di Bruno Ventavoli, che analizza due film recentemente usciti nelle sale e una serie televisiva che arriverà presto sui nostri teleschermi. Si tratta di prodotti molto diversi, e anche di qualità assai lontana, ma che hanno un aspetto in comune: parlano della morte in maniera diretta, senza remore apparenti.
La morte, d’altra parte, è ormai presente anche su Internet, il più avanzato mezzo di comunicazione dei giorni nostri. La Rete — come ci racconta Fiorenza Gamba — ospita dei «cimiteri virtuali» in cui chi resta parla di chi se ne è andato, attraverso messaggi, testi, immagini, filmati. È questo un modo per conservare la memoria di una persona scomparsa, condividendola con gli altri anonimi frequentatori del sito, a cui ci si sente idealmente legati da una comune condizione di dolore e da un comune desiderio di ricordo.
D’altra parte il testo di Giorgio Lovera che pubblichiamo in apertura e che è dedicato ai problemi psicologici connessi alla donazione di organi sembra ricordarci la strada che resta da percorrere. Se la morte ritrova un suo spazio all’interno del «discorso» comune e non genera più, almeno in modo automatico, rimozioni e scongiuri, il morire — quello reale, quello di una persona in particolare — resta un processo drammatico, non solo per chi ne è protagonista, ma anche (e, qualche volta, ancor più) per chi ne è testimone. Non è semplice decidere che è arrivato il momento di accettare la fine di una persona amata il cui cuore batte ancora, non è semplice evitare un investimento emotivo forte sui suoi organi, destinati a essere espiantati e trapiantati. Si tratta di un passaggio che propone questioni non del tutto risolte e assimilate dalla coscienza degli individui.
Costituiscono un utile complemento a questo percorso di letture i due interventi di Marco Marzano e di Costanza Calia, rispettivamente dedicati all’esperienza italiana degli hospices (paragonata a quella inglese) e ai problemi degli operatori sanitari che si confrontano quotidianamente con la morte e il lutto. Anch’essi dimostrano come il morire costituisca un «nodo» dalle molteplici implicazioni culturali e sociali.
Per finire una breve nota sul corredo iconografico del numero: questa volta proponiamo un piccolo viaggio attraverso le rappresentazioni pittoriche della musica, dal tardo Medioevo fino all’Ottocento, che, ne siamo certi, offrirà ai lettori un’occasione di gradito «rasserenamento» dell’animo.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, gennaio 2004, a firma di Redazione.