Editoriale
Questo numero di «Confini» si apre con due interventi dedicati alla guerra. Nei mesi scorsi abbiamo infatti subìto una tale tempesta di immagini di conflitto e di morte che non ci sembrava possibile sottrarci all’onere di un’ulteriore riflessione, per quanto parziale e frammentaria.
Il testo di Bruno Ventavoli riflette proprio sulla «natura» di ciò che ci è stato mostrato. Non vi è dubbio che il conflitto in Iraq e il suo sanguinoso carico di vite recise abbia assunto spesso i caratteri di uno «spettacolo», cioè di qualcosa di «messo in scena» ad uso di un «pubblico». Ma sarebbe sbagliato pensare che questo sia esclusivamente la conseguenza di un uso aberrante dei mezzi di comunicazione di massa. Per secoli le condanne a morte sono state eseguite pubblicamente; e per secoli lo strazio del nemico è stato uno strumento dell’arte della guerra: per incutere spavento, per demonizzare l’avversario. Le televisioni, i satelliti, internet sono nuovi mezzi al servizio di «strategie» antiche come il mondo.
Giovanni De Luna entra invece, con il suo intervento, dentro la «materia» della guerra, per ribadire la necessità che anche questa drammatica esperienza di scontro riconosca e accetti delle regole. Risalgono all’Ottocento le prime norme che hanno come oggetto il trattamento del corpo del nemico morto. Da allora gli Stati hanno elaborato e sottoscritto delle convenzioni sempre più articolate e impegnative. Purtroppo le vicende irachene sembrano dimostrare che vi è ancora chi considera l’avversario un essere inferiore, degradato a preda da cacciare e a trofeo da esibire.
Con Lodovica Cima i nostri lettori potranno invece compiere un viaggio all’interno dell’affascinante mondo della letteratura per l’infanzia, che, dopo decenni di racconti scialbi ed edulcorati, sembra finalmente privilegiare il rapporto con la realtà e i problemi grandi e piccoli della vita quotidiana. Anche la morte – tema da sempre rimosso o trasfigurato in chiave di favola – trova uno spazio che la avvicina e la rende familiare, per quanto possibile, a chi legge.
Sempre alla morte sono dedicati i due ultimi interventi. Francesco Remotti riflette sul ruolo della ritualità che accompagna e segue la morte. Senza di essa la fine della vita verrebbe a coincidere con il disfacimento e la nullificazione, e ciò rappresenterebbe un «attentato» insopportabile al concetto stesso di umanità. Marco Bellingeri, invece, ci racconta la storia del «Día de Muertos», il Giorno dei Morti, all’interno della cultura messicana, e ci dimostra come quella che appare a molti una tradizione rigorosamente indigena sia al contrario il risultato di incontri e incroci durati più di cinque secoli.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, settembre 2004, a firma di Redazione.