Guerre, fosse comuni e riti religiosi
Le guerre contemporanee si caratterizzano rispetto al passato per il carattere enormemente distruttivo che hanno assunto nei confronti dei civili. Durante la prima guerra mondiale il numero delle vittime civili ammontava al 5 per cento del totale; nei conflitti degli anni ’90 si è arrivati al 90-95 per cento. Il rapporto preparato recentemente dal CICR (il Comitato Internazionale della Croce Rossa) per la Conferenza internazionale per la protezione delle vittime di guerra è di una chiarezza cruda e impressionante: la condizione di «non combattenti» precipita le popolazioni civili in un vuoto normativo, impedendo ogni protezione, ogni forma di rispetto, consentendo come unica via di salvezza la fuga o l’esilio.
Tutto questo ha una significativa ricaduta nella «strategia della morte» adottata nei confronti dei corpi dei nemici uccisi; le «guerre ai civili» che si sono moltiplicate con la fine del ‘900 ci restituiscono una cadenza quasi ossessiva di occultamenti e di cancellazioni che trovano nelle fosse comuni il loro più ovvio riferimento operativo.
Si tratta di una pratica che punta esplicitamente non più solo ad ammonire gli avversari (come era nelle guerre novecentesche), ma a minare le stesse fondamenta culturali e religiose delle società nemiche, destabilizzandole nelle loro strutture più profonde. In tutte le religioni, l’assenza del cadavere obbliga a una torsione drammatica tutti i riti che accompagnano abitualmente la morte. La sequenza che li scandisce — accompagnamento degli ultimi istanti del morente, vestizione del cadavere, funerali, seppellimento o cremazione — viene innaturalmente interrotta e obbliga a un rito «in assenza» del corpo che è una sorta di ripiego, vissuto in un’angosciosa incertezza.
La sacralità religiosa del corpo morto si manifesta in modo evidente anche negli atteggiamenti da prendere nei confronti di quelle che vengono considerate «mutilazioni» del cadavere. Autopsie, asportazioni degli organi, amputazioni sono in effetti guardate con sospetto da tutte le religioni monoteiste che credono nella Resurrezione. E questo vale anche per le esumazioni, che i musulmani, ad esempio, considerano come una profanazione.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, settembre 2005, a firma di Giovanni De Luna.