I riti funebri della civiltà industriale: la Fiat
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I riti funebri della civiltà industriale: la Fiat

1 Gennaio 1997 · di Redazione Confini Magazine
4 min di lettura

La differenza di mercato dei prodotti ha sostituito la differenza culturale tra le persone.

Se avesse potuto dare pieno sfogo a quel misto di sentimenti e di aspirazioni all’extraterritorialità, all’occupazione delle menti e all’assistenza, caratteristici del suo passato, la Fiat avrebbe amato avere, come ebbe orti Fiat, patate Fiat, alloggetti Fiat e palestre Fiat, anche chiese Fiat, cimiteri Fiat, corone e casse da morto Fiat. Ma la morte Fiat restò almeno fino a un certo periodo un fatto di relazioni pubbliche.

Tra rispetto e valorizzazione del defunto di rango, questa branca di attività organizzativa e di rapporti con l’interno attraverso l’esterno si sporgeva anche sull’oltretomba. In una piccola città e in una società fortemente gerarchicizzata, la morte Fiat si esprimeva nell’evento del funerale Fiat.

Come per i matrimoni Fiat, la cui celebrazione era assegnata dalla Presidenza alla stessa funzione aziendale, il funerale Fiat riproduceva il senso delle differenze vigente ed era specchio della diversità dei ruoli interni. Il fatto che questo compito, che abbracciava il significato del riguardo con quello di far bella figura, fosse stato assegnato alle Pubbliche Relazioni e non alla funzione del Personale e Organizzazione dice molto degli obiettivi della scelta. La funzione doveva essere capace di non burocratizzare le onoranze e il proprio intervento al loro supporto. Bisognava «au contraire» offrirle anche a coloro il cui decesso non avrebbe magari richiesto una particolare attenzione se non fosse scattata una esigenza simbolica per fare diversamente. Come capitò per esempio nel caso della morte per disgrazia alle cascate di Iguazù di alcuni dirigenti distaccati alla Fiat Argentina e caduti durante un weekend turistico al confine con il Brasile. In quella tragica e spettacolare circostanza la prontezza di mobilitazione delle Pubbliche Relazioni fu preziosa per affrontare e risolvere il rientro urgente delle salme nonché la messa a loro disposizione, visto che le famiglie non l’avevano, di una tomba, subito acquistata in un terreno del cimitero. Per non chiamarla «tomba Fiat», qual era, fu battezzata «Tomba Benemeriti Fiat».

L’episodio che sembra anticipare l’attuale principio organizzativo volto alla deburocratizzazione, seppur cominciando dall’evento finale della vita aziendale, spiega come mai mancava una procedura scritta e codificata da una disposizione organizzativa. Addobbi, fiori, corone, bandiere, rappresentanze di enti aziendali di appartenenza quali gli Anziani Fiat, gli Allievi Fiat, i Circoli sportivi e culturali Fiat, e poi le partecipazioni di morte sui necrologi de «La Stampa» — sapientemente modulate per garantire la diversità gerarchica del cordoglio e raffigurazione plastica, sempre aggiornata, dello stato degli organigrammi aziendali nella piccola città — venivano gestiti dalla medesima funzione. Provvista di un vivo senso del controllo, essa agiva sulla base della consuetudine sempre attualizzata dal criterio empirico della sensibilità. L’unico documento scritto era una nota interna che riassumeva gli incarichi dei servizi circostanziandoli e precisandone la presenza con i trofei funebri a seconda del grado del defunto. L’ordine di servizio variava pertanto solo per ciò che riguardava data, ora, luogo e chiesa in cui si celebrava la messa e posizione della tomba in uno dei vari campisanti nonché per il tipo e il numero dei mezzi di trasporto necessari alla presenza di coloro che dovevano stringersi attorno ai familiari.

Il funerale Fiat era anche occasione di esibizione della raggiunta potenza organizzativa e del credito aziendale. La performance ottenuta dalle Pubbliche Relazioni quando si mobilitarono nell’agosto del 1967 per la morte di Vittorio Valletta ne è un esempio. Nonostante il periodo di chiusura bisognava assolutamente raggiungere i massimi dirigenti dislocati in uno spazio che variava dai bagni di Bordighera a quelli nell’Oceano Pacifico. I buoni rapporti internazionali ottennero dal Dipartimento di Stato USA che la flotta di quel paese amico intercettasse la Presidenza Fiat in navigazione in quelle acque e ne facilitasse il pronto rientro a Torino per presenziare alle onoranze del Presidente Onorario.

Il senso icastico di questa tradizione era visibile e tale da imprimersi nella memoria di chi osservava la compattezza militare con cui la massima dirigenza Fiat entrava nella chiesa in cui si svolgeva il funerale dopo essersi fatta spalancare le porte. Avanzando nell’improvviso getto di luce specchiante dal marmo, quell’attutito carro armato umano arrivava fino all’ombra silenziosa della bara dove si fermava di colpo. Doppiopetti scuri, capelli argentati, cravatta sommessa e visi pietrificati dalla circostanza e dall’età assicuravano un insieme coreografico irripetibile e scomparso. Nello sfilacciarsi della società gerarchica e con la scomparsa dei suoi rappresentanti, il funerale Fiat non è più uno spettacolo di potenza. È una cerimonia come un’altra di una comunità che ha scelto l’indistinto della Qualità Totale in cui la differenza di mercato dei prodotti ha sostituito la differenza culturale tra le persone. Avendo perso il senso della morte ne fugge anche la solennità.

Articolo pubblicato originariamente in Confini, gennaio 1997, a firma di Oddone Camerana.

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