Il destino del corpo
Inumazione o cremazione? L’interesse per il destino del corpo al sopraggiungere della morte caratterizza tutti gli esseri umani. Nessuna società tratta i cadaveri come semplici rifiuti biologici: davanti ai processi di decomposizione, le società umane mettono in atto procedimenti tecnici e rituali che definiscono l’identità di una cultura. Erodoto narra che il re persiano Dario volle mettere a confronto i costumi funebri dei Greci, che cremavano, e degli Indiani Callati, che praticavano una forma di cannibalismo funebre: gli uni e gli altri rifiutarono con orrore di adottare gli usi degli altri.
Il cannibalismo funebre — documentato ancora alla fine degli anni ’60 tra i ‘Wari dell’Amazzonia — era il modo più rispettoso di trattare i corpi: seppellirli nella terra «fredda» e «umida» equivaleva a darli in pasto agli animali del sottosuolo. Le società che ricorrono alla cremazione ritengono indecoroso attendere la decomposizione, e affidano al fuoco il compito di ricavare dal corpo dei resti stabilizzati: in India i resti vengono gettati nel Gange. La cremazione non è mai violenza o «smaltimento», ma atto di pietà.
Gran parte delle società nascondono i corpi alla vista lasciando che la decomposizione compia il suo corso: è la sepoltura, a lungo sinonimo di inumazione. I Kanak della Nuova Caledonia seppellivano i morti tra le radici dei banian, dando vita a veri cimiteri arborei; mari, fiumi e laghi sono stati scelti da altre società. Alcune praticano sepolture doppie: fino agli anni ’60, in alcuni cimiteri di Napoli le ossa venivano riesumate, lavate e risistemate; in Madagascar le cerimonie famadihana riesumano periodicamente i resti per riavvolgerli in nuove lenzuola.
Altre società accelerano la decomposizione esponendo i cadaveri — come gli Zoroastriani o Parsi con le «Torri del Silenzio» — oppure tentano di arrestarla conservando i corpi: dalla «tanatoprassi» americana alle mummie egizie, fino alla criogenazione. Posti davanti alla dissoluzione del corpo, gli esseri umani hanno escogitato risposte culturali che vanno dall’evitazione all’occultamento, dall’accelerazione all’arresto dei processi di decomposizione. Raramente una società compie scelte esclusive: la morte, ponendoci davanti a un destino comune, ci invita a dare un’occhiata a come altri, in altri mondi, reagiscono ai suoi attacchi.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, settembre 2002, a firma di Adriano Favole.