Il Tempio Crematorio di Torino
Il Tempio torinese rappresenta forse il più importante centro per la cremazione in Italia, certamente l’unico paragonabile ai templi del nord e del centro Europa.
La tendenza che accomuna i templi crematori del nord Italia compreso quello di Torino, realizzati in un ristretto arco temporale tra il 1870 e la prima guerra mondiale, appare a un primo esame il ricorso a quello stile eclettico che aveva guidato il disegno dei cimiteri all’interno dei quali i templi venivano a sorgere, e più in generale di gran parte dell’edilizia pubblica e privata di quei decenni, con soluzioni più o meno riuscite a seconda del valore degli autori e della loro maggiore o minore sensibilità alle prime suggestioni della modernità.
Lo stile, il vocabolario formale e simbolico cui l’architettura ricorse per rivestire la nuova tipologia pubblica, la nuova funzione civile della cremazione, fu, dunque, il linguaggio eclettico, un linguaggio comune a gran parte dei paesi occidentali, risultante dal ricorso più o meno coerente e meditato al neoromanico, al neorinascimentale, al neobarocco, al neogreco, al floreale e persino a un ritardato neoclassicismo, fondendo i singoli richiami in un ibrido stilistico o riservando a ogni stile una singola tipologia funzionale (neoclassico, neobarocco e manierismo per edifici direzionali, neorinascimentale e floreale per residenze di lusso e edifici commerciali, neoromanico per interventi assistenziali, neogreco e neoegizio per monumenti funebri).
Tuttavia, pur all’interno di questa tendenza comune, i singoli templi crematori si distinguono per la maggiore o minore sobrietà con cui l’eclettismo venne sfruttato nei diversi episodi: si passa quindi dal Tempio di Milano, realizzato da Carlo Maciachini in stile dorico-greco per riallacciarsi alle tradizioni della classicità e recuperare le dignità degli antichi rituali di purificazione, edificio non privo di carattere ma di una certa cupa pesantezza, al Tempio di Torino, costruito da Pompeo Marini in un sobrio stile neoclassico ispirato all’architettura laica della ragione illuminista, lontano dai richiami della tradizione funeraria cattolica, ma anche dalla pesantezza del neogreco e del neoegizio che caratterizza gran parte dell’architettura della cremazione.
La funzionalità del Tempio di Marini venne confermata dalla facilità di adattamento e di crescita dell’edificio stesso in relazione alle accresciute necessità di gestione. Già nel 1895 venne infatti inaugurato l’ampliamento del Tempio, cioè il nuovo colombario a portico, progettato dall’architetto Daniele Donghi, che si chiude con una cancellata in ferro battuto verso corso Novara.
Donghi ci ha lasciato una descrizione della sua opera: «Il nuovo portico ricorda gli antichi propilei non solo per il suo stile, ma perché con quelli mette capo all’edificio centrale del Tempio. Esso è in istile dorico, ma non è una semplice e sterile imitazione della severa architettura dei templi greci, i quali anche oggi, benché spogli delle loro brillanti decorazioni, riescono pur sempre simpatici e attraenti in forza dell’ambiente che li circonda e del cielo luminoso sul quale disegnano le loro semplici ed imponenti forme. Il nuovo portico colle sue metope colorate, colle sue rosse antefisse, coi cieli azzurri delle sue campate, benché destinato a mestissimo scopo, pure non isveglia quel senso di tristezza e di sconforto, che troppo sovente infondono gli scialbi e squallidi edifici destinati all’eterno riposo. È per questo che il cortile del nuovo cinerario si volle ornare con aiuole erbose, le quali servono anche a dare risalto alle tinte dei graniti e dei marmi coi quali è formato il portico».
Il nuovo porticato, costruito a spese della Società per la Cremazione di Torino grazie al lascito Meynardi per far posto a nuovi colombari, corrispondeva anche a un’esigenza di accesso autonomo al Tempio espressa in seguito dallo storico della cremazione Luigi Maccone: egli, infatti, aveva notato come vi era spesso una dissonanza tra la civile architettura della cremazione e la patetica architettura dei cimiteri e proponeva, quindi, di ovviare a tale dissonanza nel modo in cui si era provveduto per i cimiteri protestanti, israeliti e acattolici, con porte d’accesso esterne e viali separati.
Proseguendo verso la parte più recente del Tempio si entra nel primo grande ampliamento moderno che è il colombario inaugurato nel 1952 e di qui si accede agli spazi realizzati negli ultimi anni e conclusi dal 1970.
Negli spazi del nucleo originario del Tempio di Torino (Sala d’Ingresso, Sala del Commiato e colombari adiacenti) vennero situati i monumenti e le lapidi dei primi soci della società di cremazione e in particolare dei benefattori che lasciarono disposizioni testamentarie in favore della società. È da notare una particolarità dei monumenti del Tempio di Torino rispetto, per esempio, a quello di Milano anteriore di pochi anni: i monumenti funebri e le lapidi non vennero affidati a grandi scultori rinomati a livello nazionale, bensì a solidi professionisti locali a volte legati anch’essi alla Società per la Cremazione, a testimonianza di una reale fiducia in quell’ideale di laicità e di comunanza del culto della morte nell’idea cremazionista.
Il nucleo fondamentale della celebrazione del culto laico della cremazione si trova nella Sala del Commiato recentemente restaurata: entrando si notano immediatamente le due statue ai lati della porta che un tempo conduceva agli impianti di incinerazione, inquadrate nella sagoma di una piramide dagli evidenti richiami all’architettura sepolcrale dell’antico Egitto (e forse ai simboli della ritualità massonica presenti nell’ispirazione ideale della cultura cremazionista), ma soprattutto alla scultura funeraria di Antonio Canova nel celebre monumento funebre a Maria Cristina d’Austria. Si tratta di un’opera dello scultore Pietro Della Vedova realizzata subito dopo la costruzione del Tempio fra il 1888 e il 1889 e composta da due figure rappresentanti un Genio alato o Mistero della morte e una Pietà o Pace.
Della Vedova (Rima in Valsesia, 1831 – Torino, 1898) era figlio di uno stuccatore, mestiere col quale anch’egli si mantenne durante gli studi all’Accademia Albertina di Torino; allievo di Vincenzo Vela ne mutuò l’impronta verista in ritratti per privati, in opere per commissioni pubbliche, ma soprattutto nelle numerose sculture funebri per i cimiteri monumentali di Milano e Torino. Membro della Società per la Cremazione di Torino, realizzò, dunque, l’opera decorativa principale del Tempio che sono le due figure nella Sala del Commiato, la cui serena levità e il cui laico simbolismo incarnano perfettamente lo spirito dei primi sostenitori della cremazione.
Sul lato opposto si trova un bel quadro di Andrea Vinai, anch’esso recentemente restaurato, dipinto negli stessi anni e intitolato Allegoria della Morte: l’immagine presenta forti agganci alla simbologia funebre (una donna piangente come distacco dall’amato, la fiaccola spenta a terra come la fine della vita, la rosa simbolo del sangue versato e quindi della rinascita e della rigenerazione). Anche Vinai (Pianvignale, Mondovì, 1824 – Torino, 1893) proveniva da una famiglia povera e dopo gli studi a Roma si dedicò con una certa fama all’opera di ritrattista; i suoi temi prediletti restarono, però, soggetti religiosi che realizzò in numerose chiese del Piemonte. A conferma di quella determinata figura di professionista scelto a operare nel Tempio di Torino, a cui si è accennato, va ricordato che Vinai fu un ardente patriota, che abbandonò la pittura per combattere nelle guerre d’indipendenza guadagnando una medaglia d’argento al valor militare, e che infine terminò la sua carriera insegnando a lungo nelle scuole pubbliche.
Sotto il quadro di Vinai vi sono due urne sempre di Della Vedova, una delle quali è dedicata all’ingegnere Pompeo Marini, architetto del Tempio Crematorio, e due anfore dedicate a benefattori della Società per la Cremazione (i motivi dell’urna e dell’anfora derivati dai modelli della classicità romana e della scultura etrusca si rincorrono in tutto il Tempio nelle più diverse forme e dimensioni a simboleggiare un richiamo millenario alla pratica dell’incinerazione); ai lati della Sala si trovano il monumento funebre a Luigi Pagliani dello scultore L. Borgogno, la cui massiccia consistenza rimanda al monumento civico più che a quello sepolcrale, e l’altorilievo dedicato a Michele Agostino Talmone, socio benefattore della società, con una originale composizione di putti (rara presenza nell’arte funeraria della cremazione) realizzato dallo scultore Celestino Fumagalli nel 1907 (Fumagalli viene ricordato per la statua in rame sulla sommità della Mole Antonelliana).
Nella Sala del Commiato erano, inoltre, esposti due ritratti raffiguranti Gaetano Pini e Paolo Gorini realizzati negli anni della fondazione del Tempio da Ernesto Serra e oggi conservati presso il Centro Studi «Ariodante Fabretti» (Ernesto Serra, conterraneo di Della Vedova, nato a Varallo Sesia nel 1860 e morto a Torino nel 1915, fu un discreto pittore di genere; le sue ceneri sono conservate nel colombario circostante il cortile di Donghi con una lapide raffigurante il defunto in veste di pittore). Infine sono da notare le decorazioni della Sala del pittore Lorenzo Massello, sempre degli anni 1888-89, con motivi ispirati al culto della morte (motivi geometrici che si ripetono, quadri con rosoni di foglie d’acanto e cartigli con i simboli Alfa e Omega, la scritta Pax e una clessidra alata). Tutta la Sala è improntata nello stile e nella decorazione a un forte laicismo e, nonostante la destinazione d’uso, a una serena luminosità.
Nella Sala d’Ingresso del Tempio si possono vedere ai lati della porta centrale di accesso alla Sala del Commiato le lapidi che ricordano i fondatori della Società per la Cremazione di Torino, primi propugnatori della battaglia cremazionista in Italia: Ariodante Fabretti, senatore e primo presidente della Società per la Cremazione di Torino, Luigi Pagliani, «senatore, scienziato, filantropo, benemerito della patria» (come recita un’iscrizione in suo onore), Carlo Meynardi, avvocato, e Giovanni Battista Bottero, direttore della «Gazzetta del Popolo».
Nei quattro angoli invece sono da notare i seguenti monumenti: un’anfora in marmo bianco dedicata ad Alessandro Negro, anch’egli benefattore della Società per la Cremazione, ritratto in modo anomalo sulla rotondità dell’anfora stessa, opera di Pietro Della Vedova del 1894; la bellissima tomba liberty dedicata alla famiglia Martino e datata 1896, in cui il decoro nero si staglia sul fondo bianco della colonna divenendo un motivo architettonico più che figurativo; e infine la tomba dell’industriale Bartolomeo Caula, realizzata da Augusto Reduzzi nel 1932, che rispecchia lo stile del monumento Martino, piegando però il decoro liberty a una manieristica colonna di fumo (evidente il nesso con l’incinerazione) che incornicia il busto del defunto.
Nel colombario adiacente sono nuovamente da notare i monumenti d’angolo: innanzi tutto la tomba Fornaca realizzata nel 1905 in un eclatante stile egizio la cui fortissima carica ideologica si rivela nell’iscrizione: «Le ceneri del colonnello Ottavio Fornaca che disdegnando ogni religione morì libero pensatore. Post mortem nihil…» (anche Fornaca aveva lasciato una forte donazione alla società); di fronte, al contrario, una delle prime tombe di defunte cremate con una solenne cerimonia cattolica: si tratta del bel monumento dedicato a Sofia Forti e a sua figlia Ida Bondimaj composto da una delicata figura di fanciulla dolente, soggetto tra i più diffusi della scultura funeraria, ripiegata su un’urna; infine il monumento dedicato a Tranquillo Avigdor realizzato dallo scultore Cesare Biscarra nel 1915, importante testimonianza di un grosso nucleo familiare riunito nell’ideale cremazionista (come risulta dalle lapidi lungo i fianchi della colonna). Cesare Biscarra (Torino, 1866-1943), erede di una importante famiglia di artisti, tutti insegnanti all’Accademia Albertina, fu allievo di Tabacchi e Monteverde e fu autore di numerose opere di intonazione pubblica e patriottica, oltre che di ritratti e di piccole statue di animali.
Spostandosi verso il cortile Donghi, si passa al secondo colombario dove è ospitato l’altorilievo di Cesare Biscarra dedicato al socio Luigi Zeppegno (grazie al cui lascito venne realizzato parte del colombario stesso): l’opera, raffigurante una donna che in un abbandono sensuale abbraccia il freddo angelo alato della cremazione, è certamente tra le opere più notevoli del Tempio. Nello stesso colombario, sempre in corrispondenza di un angolo, è da notare la tomba Segre, del 1915, raffigurante un’ara con un bambino, dello scultore Andrea Sanino (1870-1947) sepolto nel Tempio accanto al monumento Segre, con una lapide che lo ricorda insieme al fratello Vittorio, anch’egli scultore.
Nel cortile Donghi, infine, sono da ammirare tutti i monumenti funebri (che andarono a riempire gli spazi verdi previsti da Donghi al centro della corte), ma in particolare il monumento Treves coperto da una cascata di edera (unico cedimento alla suggestione del fascino discreto del garden cemetery di tradizione anglosassone); il monumento a fianco dedicato a un bambino, Francesco Callada, realizzato dallo scultore Canavotto nel 1933 con una commovente interpretazione del lutto familiare; il busto di Filippo Amedeo scolpito da L. Agheno e la tomba Formica scolpita da D. Forchino nel 1938.
Nell’ultimo colombario in fondo a destra del cortile Donghi guardando verso corso Novara sono da notare numerose lapidi dedicate a famiglie di religione ebraica (Lattes, Segre, Levi ecc.); inoltre lapidi dedicate a un pastore valdese (Enrico Pascal, 1850-1934) e a un garibaldino (Francesco Gatti, 1846-1931); infine nell’angolo in fondo una bella tomba liberty purtroppo poco visibile perché in posizione molto buia.
Questa sommaria descrizione ha cercato di tracciare un quadro del nucleo originario del Tempio Crematorio di Torino, tralasciando gli importanti ampliamenti che si sono susseguiti nel tempo fino a oggi: tuttavia, anche da questo ritratto parziale emerge come il Tempio torinese con la sua complessità di struttura, con i successivi ingrandimenti e con la progettualità futura rappresenti forse il più importante centro per la cremazione in Italia, e certamente l’unico paragonabile ai templi del nord e del centro Europa.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, gennaio 1998, a firma di Maria Canella.