La danza che ci rende uguali
Nel XV e XVI secolo in Europa, e in particolare nella zona del Centro-Nord, si diffonde in ambito pittorico un’iconografia della morte molto particolare, che raramente si ritroverà nei secoli seguenti: la «danza macabra». Deriverebbe, secondo alcuni, dai martiri Maccabei, cui era dedicata una celebrazione ecclesiastica dei defunti; secondo altri dal siriaco «maqabrey» nel significato di «becchino», o dall’arabo «maqabir», cioè «danza».
Si tratta della raffigurazione di una danza, di un movimento, in cui i morti, presentati come scheletri, trascinano per mano i loro compagni vivi. I viventi sono stupiti, più che impauriti, e sembra riconoscano troppo tardi la caducità del corpo. Lo scheletro vuole quasi essere una figura d’insegna benevola dell’accesso alla vita eterna: non è una figura spaventosa, spogliato dell’orrore del cadavere, è un morto che sorride, per lo più delicatamente accompagnando i vivi nel loro cammino.
Il tema ha un indubbio significato didattico e pedagogico: la morte unisce tutti, senza distinzione di classe sociale, età, sesso, perché è raffigurata attraverso viventi di tutti i generi e scheletri che li imitano. Per questo motivo nella «danza macabra» si può notare un senso corale di ironia e satira sociale: i morti sembrano ironizzare sulla condizione dei vivi.
Tra le più famose rappresentazioni possiamo ricordare la «danza macabra» di Basilea (metà XV secolo), distrutta nel 1805, lunga poco più di 57 metri e composta di 37 o 38 coppie; quella dell’oratorio dei Disciplini di Clusone, in provincia di Bergamo, datata 1485; e quella della chiesa di San Vigilio a Pinzolo, in Trentino, datata 1539 e attribuita al pittore bergamasco Simone Baschenis. In Italia predomina l’aspetto simbolico e astratto della morte, mentre in area tedesca prevale una prevalente attenzione alla raffigurazione dell’orrore fisico.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, maggio 2002, a firma di Antonella Mastropietro.