La lunga avventura del lutto
Tanatologia

La lunga avventura del lutto

1 Gennaio 2001
5 min di lettura

Il Medioevo. Disegnare le tappe di una storia del lutto richiede che si affronti a due livelli — peraltro strettamente connessi — uno caratteristico dei comportamenti e delle pratiche umane che, dalle prime tracce di ominazione, rivelano un costante rapporto fra i vivi e i morti. Il lavoro del lutto, come viene comunemente chiamato, designa le complesse procedure psicologiche mediante le quali il sopravvissuto assume il dolore della separazione e regola i conti con lo scomparso, per giungere o meno ad un rapporto pacificato con quest’ultimo, mediante la memoria o l’oblio.

Vorremmo portarci al cuore del medioevo cristiano in Occidente — tra l’anno 1000 e il 1300 — perché in quest’epoca il quadro che si può tracciare consente di associare gli elementi di un’eredità precristiana lontana nel tempo, ma ancora viva nel contesto della cultura popolare di una società massicciamente rurale, ai riti e alle nuove rappresentazioni che la pastorale cattolica vi ha introdotto. La religione popolare ci mette di fronte a un culto dei morti che rinvia in genere alla credenza in una sopravvivenza prolungata dei morti — le «larve», come le designano i romani — presenze residuali ma vicine all’universo dei vivi.

Ma fin dall’inizio, nei secoli del Medioevo, il processo di cristianizzazione ha imposto come contrappunto la nuova escatologia della resurrezione, incompatibile con quella tradizione, e con la prospettiva di un aldilà oggetto di una sfida temibile: ai giusti che si sono guadagnati la salvezza, il Paradiso e la visione del Padre, ai reprobi i supplizi eterni dell’Inferno. La buona morte è la morte preparata; la cattiva morte è quella immediata e solitaria, che il Libera chiede che ci sia risparmiata, «De morte repentina libera nos domine», poiché essa non consente di mettersi in regola con Dio. La religione ha codificato questo passaggio e le sue tappe: la confessione, l’assoluzione, l’estrema unzione.

Eccoci nel cuore della crisi del Medioevo: sequenza che per comodità si fa cominciare intorno al 1348, quando la peste nera apre emblematicamente il momento del macabro. Fino al XVI secolo, il costante ritorno della paura, al tempo delle danze macabre e del trionfo della morte, non può non influenzare la coscienza collettiva e i gesti del lutto. Intanto emergono nuove strategie mediante le quali, nell’universo delle corti principesche, l’uomo si afferma di fronte alla fragilità della vita: il principe sfida la morte in nome dell’immortalità procurata dalla gloria e dalla fama.

L’Umanesimo e la Riforma. Nel XVI secolo, l’età dell’Umanesimo arricchisce l’arco delle espressioni collettive di nuove considerazioni, mentre il clima morboso dei secoli precedenti cede il posto ad un ottimismo e ad una confidenza nella vita diversamente formulate. La Riforma protestante introduce un altro discorso, austero, teso contro gli eccessi dei pii commerci di indulgenze, ma più ancora contro la proliferazione del culto dei morti. Privandosi del ricorso misericordioso al Purgatorio, tutta l’Europa del Nord riformata impone all’elaborazione del lutto delle vere e proprie costrizioni.

Controriforma e Barocco. La vita all’insegna del Quotidie Morior, concepita come esercizio continuo di preparazione all’ultimo passaggio, impregna tutta la pastorale del Gran Secolo, le orazioni funebri, i libri di devozione. Il modello del lutto barocco, con la sua profusione di gesti e di pratiche, si impone ben oltre un circolo di privilegiati: la fonte dei testamenti, il cui uso coinvolge ampi strati sociali, ci introduce alle usanze comuni, all’organizzazione delle esequie, alle associazioni solidaristiche rappresentate dalle confraternite dei penitenti.

Il Settecento e la secolarizzazione. Questo modello egemonico viene progressivamente meno nella seconda metà del XVIII secolo: la svolta viene situata in Francia, tra il 1750 e il 1770. Le pompe barocche non sono più allestite. Philippe Ariès ha avuto il merito di inscrivere in un ampio mutamento di sensibilità collettiva la svolta caratterizzata dallo spostamento da quella che egli aveva chiamato «la morte dell’io», ancora ripiegata sulla prospettiva della salvezza personale, alla «morte dell’altro», indimenticabile oggetto amato. La filosofia dei Lumi cerca nuove strade: le trova nel tema della sopravvivenza, mediante le opere e la memoria di coloro che si sono amati. Di questo sogno, la Rivoluzione francese sarà erede: «l’uomo giusto non muore mai, vive nella memoria dei suoi concittadini».

Il XIX secolo. Durante un lungo XIX secolo si assiste a rilevanti elementi di continuità. In questo secolo il Purgatorio ha avuto un ruolo importante, ed è il secolo delle apparizioni. Quello che è stato definito il nuovo culto dei morti, all’apogeo della nuova borghesia, si organizza attorno ad un’idea forte, o a una speranza: «Ci ritroveremo». Trova il suo luogo di radicamento privilegiato nei nuovi cimiteri che vengono allora edificati: le grandi necropoli del Père Lachaise, del cimitero di Montparnasse, e più ancora forse di quello di Milano, di Roma, e di Staglieno a Genova. Il lutto vittoriano è la più spettacolare illustrazione, al limite caricaturale, di questo neobarocco.

Il mondo contemporaneo. Ed ecco che tutte queste regole rigide crollano nel XX secolo, o più precisamente all’indomani della guerra del 1914-18, come se il trauma della grande ecatombe le avesse rese all’improvviso ridicole. Mi riferirò all’opera, pionieristica al suo tempo, di Geoffrey Gorer, che pubblicò negli anni Cinquanta il suo saggio Pornografia della morte: è l’Inghilterra del tabù della morte, tema che è stato da allora ripreso dai ricercatori americani, poi francesi, tra cui Philippe Ariès.

Al di là della destrutturazione dei riti, il XX secolo è stato colpito dalla nuova consegna del silenzio, che, facendo della morte dei cari un’inedita categoria dell’osceno, proscrive non solo i segni esteriori, ma lo sfogo e la manifestazione del dolore, elevando un ostacolo nuovo e praticamente insormontabile al lutto. Ma non ci si sbarazza del lutto, nelle sue più profonde radici, così facilmente. Da circa due decenni esiste una presa di coscienza che, dopo aver riscoperto l’eminente dignità umana di coloro che stanno per morire, e dopo aver generato la corrente delle cure palliative e altri percorsi di umanizzazione della morte, si volge ormai verso i sopravvissuti che noi siamo, rompendo la consegna del silenzio.

Articolo pubblicato originariamente in Confini, gennaio 2001, a firma di Michel Vovelle.

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