La sindrome del naufrago
Riti del Mondo

La sindrome del naufrago

1 Gennaio 1996 · di Redazione Confini Magazine
7 min di lettura

Come reagiscono coloro che sanno di dover morire? «Chi sta annegando e ingoia acqua — dice Ferdinando Camon — cerca di aggrapparsi a tutto ciò che galleggia». In USA ci sono persone che provano medicine sperimentali dalle controindicazioni ignote e qualcuno ha perfino inventato una sorta di lotteria per i malati terminali.

Chi è stato a San Francisco di sabato, non lo dimentica più. Di sabato la città è tutta un’altra cosa. Sul molo, nella piazza del Market, alla Union Square, sulle strade a saliscendi, sulla grande via del Market. San Francisco ha una grande concentrazione di malati di Aids: la città, civilissima, li ospita in appositi tendopoli, li cura, li rispetta. Verso le nove, le dieci di mattina, quelli allo stadio più avanzato escono dalla tendopoli e vanno sul Market o sul Molo, a trovarsi, a parlare, a manifestare, a protestare, a chiedere. Ne ho visti che si stendono semplicemente per terra, esattamente dove ti devi passare e allungano un cartello con su scritta la scritta «Virus Aids». I fanatici della salvezza, cattolici o protestanti, piantano in mezzo a loro cartelli sul petto e sulla schiena, a protestare contro la loro protesta: «Avete peccato, siete puniti».

San Francisco conosce questo dramma. La reazione di chi cerca salvezza che non trova salvezza. Di chi vede la fine. Di chi si sente sommerso, e spia i salvati. Anni fa son passati per Venezia due reietti sovietici, Ajtmatov e Bondarev, guidati dall’addetto ai rapporti culturali con l’Italia, Gheorgi Brejtburd: quest’ultimo era mio traduttore, sono andato a trovarlo, alloggiava vicino a piazza San Marco, e ho cenato con tutti e tre. Parlavano di comunismo, rivoluzione, reazione, conservazione. Dei paesi del mondo che tentavano rivoluzioni impossibili. Ajtmatov commentò: «Cosa fa il naufrago? S’attacca alla pagliuzza». La sindrome del naufrago. I malati di Aids che si stendono sul marciapiede, per fermare chi cammina. Che rubano in banca, una rapina alla settimana. Che contagiano usando siringhe. Che cercano di guarire con le scariche elettromagnetiche, col Thalidomide. Che ingoiano medicinali da sperimentare, dalle controindicazioni ignote. Gli immigrati che vengono a morire in Occidente, a centinaia di migliaia. La «sindrome del naufrago» c’è sempre stata, ma se non è mai stata studiata è perché non la mai avuto il valore che ha oggi: ieri spiegava un caso, un gruppo, un’azione, oggi spiega un’epoca.

Oggi, sai stai davanti al fax e aspetti le agenzie non passa un’ora che ti capiti fra le mani una notizia che va interpretata così, come sindrome del naufrago. In America hanno inventato la lotteria dei malati terminali. Hanno un nuovo farmaco che «inibisce la proteasi»; quindi può avere un’efficacia contro l’Aids: lo produce una ditta colossale, la Hoffman-La Roche, ma lo produce in quantità limitata, e non ce n’è per tutti. La lista dei richiedenti è lunghissima. Si decide di estrarre a sorte: non può essere un medico che decide chi muore di malattia o di medicina, perché se neghi il farmaco a chi vuoi dire che fai morire un malato che potevi salvare, se dai il farmaco a chi vuoi dire che uccidi un malato che potevi lasciar vivere — è la stessa cosa che dai a chi muore di crepacuore sulla tomba del padre o quello che, quasi con proposito suicida, si fa travolgere dallo stesso torrente nel quale è annegato in un caso il padrone, per citare solo alcuni degli episodi più eclatanti negli ultimi anni.

A prendere questa decisione mortale dev’essere il caso, sostituito, o incarnazione, di Dio. Adesso in America i malati di Aids si curano col Thalidomide. Le donne europee non hanno certo dimenticato il Thalidomide: il farmaco diffuso tre decenni fa, per calmare l’ansia negli stati di gravidanza, ma che, si scoprì dopo, aveva il potere di bloccare la formazione del feto, facendo nascere bambini con gli arti corti come quelli delle foche: focomelici. Qualcuno pensava che il Thalidomide, proprio per questa capacità di bloccare la formazione di cellule, fosse un potente anti-cancro. È sperato. Sono spuntati fuori certi inibitori dell’ulcera e delle escoriazioni alla bocca, di solito si formano nei malati di Aids. Ma non è un dato sicuro, i controlli non sono terminati. Quando saranno terminati, se saranno positivi nascerà un mercato legale. Intanto è scoppiato fulmineamente un intenso mercato clandestino, i malati calano nell’organismo una sostanza nota finora soltanto come creatrice di mostri: aspettano il miracolo, la guarigione. Qualcosa che scavalchi la scienza, la smentisca. Il Thalidomide non è in vendita nelle farmacie, ma chi lo vuole sapere dove trovarlo.

A Roma è riapparso in cronache di «sindrome del naufrago», non so con quanto fondamento dev’essere il caso, sostituito, o incarnazione, di Dio. Un poeta mite e riservato, che ha un suo posto nella letteratura italiana, Dario Bellezza. Sul risguardo del suo primo libro di poesie — gli era stato prefatore Pier Paolo Pasolini — «Ecco il più grande poeta della nuova generazione», e ha scritto una ricostruzione nella morte di Pasolini che aveva qualcosa di oscuro per lo stesso autore: descrivendo l’uccisione dell’omosessuale Pasolini, l’omosessuale Bellezza andava a trovare l’uccisore Pino Pelosi e lo guardava e lo descriveva come il «proprio» uccisore, dunque scontava la «propria» morte. Bellezza riapparso un paio di mesi fa sui giornali perché fu ricoverato in una clinica privata, anonima, steso su un lettino, con gli elettrodi collegati al corpo, nella posizione di ricevere scariche elettromagnetiche da una macchina. Il costruttore della macchina non è un medico, ma un progettista elettronico. I medici lo hanno denunciato per esercizio abusivo della professione sanitaria. Lui stesso progettista aveva mandato all’immunologo Fernando Aiuti la documentazione sul funzionamento e le proprietà del suo macchinario: il «Corriere» ricordava che in Francia era già successo un caso simile: una donna non più giovanissima, 49 anni, innamorata di un ragazzo, e quando scopre che il ragazzo è sieropositivo si infetta anche lei. Qui c’era una forte differenza di età. Quando la differenza di età è quella di una generazione, un quarto di secolo, è possibile che l’amore per il compagno più giovane sia anche amore per la giovinezza, una ri-nascita: ma è amore, e se la giovinezza è mortale diventa accettazione della morte. Un’indagine su come affrontano la situazione i malati avanzati di Aids, dice che coloro che cercano terapie alternative, non importa se non garantite o anche proibite, sono quasi il 50%. Del resto, nel caso di Bellezza, suoi amici intellettuali, poeti, giornalisti, romanzieri, hanno chiesto ai giornali che gli sia permesso curarsi come crede, a prescindere dai risultati scientifici delle terapie: se la scienza non può far nulla, le non-scientifiche diventano lecite.

Ma la cronaca ci ha svelato anche casi di coppie in cui uno dei due sceglie, accetta, vuole, cerca, di perdersi col perdersi dell’altro perché l’altro è perduto. Se uno è malato allo stadio terminale, l’altro non vuole restare senza di lui. A Firenze il malato era Alessio, la sua compagna Francesca. I nomi sono stati inventati dal quotidiano «La Nazione». Francesca ha cercato di sopravvivere ad Alessio attraverso rapporti sessuali non-protetti, ha rotto gli indugi: ha prelevato sangue di Alessio e se l’è iniettato in vena. La tua vita è una persona e quella persona muore, la tua vita è la morte.

Ma non sempre c’entra l’Aids. Bellezza ha solo l’incarnazione più crudele dell’inguaribilità. Ce ne sono altre. A Torino una ex-stella della danza, sentendo avanzare l’epilessia, ha ingoiato barbiturici quanti poteva, s’è vestita da scena, e ha ballato fino al crollo. Si chiamava Luciana Cappelli. Era giovanissima, 27 anni, e aveva a coronare gli occhi degli spettatori sulla perfezione del suo corpo, un fascio caldo come un abbraccio. Voleva fosse così fino alla fine. Non poteva durare, ha accelerato la fine. A Summit, nell’Illinois, una donna di 50 anni, Susan Potempa, è stata trovata morta nel garage, strangolata. Ma senza tracce di rapina. Denuncia del marito, ricerche, scoperta del killer, carcere. Poi, la verità: era suicidio. La donna era malata di cancro. Organizzò tutto, scelse il killer, lo incoraggiò, lo pagò, gli insegnò. Il killer aveva 18 anni, il prezzo fu 2100 dollari. Dove io, se fossi giudice di quel caso, e sulla sequenza dello strangolamento: perché la donna avrebbe potuto cadere e si allontana. Ma prima che lui varcasse la porta la quasi-morta rinvenne, lo richiamò indietro: finisce l’opera. Il diciottenne tornò sui suoi passi, e la strangolò. Fu certo un omicidio, anzi un doppio omicidio: quello è un assassino nato. Se fossi un giudice, lo condannerei. Ma certamente fu anche un suicidio, anzi un ripetuto suicidio, un suicidio al quadrato. Se, fossi il marito della donna, mi rassegnerei.

Articolo pubblicato originariamente in Confini, gennaio 1996, a firma di Ferdinando Camon.

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