L’Islam e la morte
Riti del Mondo

L’Islam e la morte

1 Gennaio 2002
3 min di lettura

La parola «Islam» deriva dall’arabo e indica «abbandono, sottomissione alla volontà divina». È la dottrina rivelata, attorno al 610 d.C., dall’angelo Gabriele al profeta Maometto. In realtà l’Islam non è solo una dottrina, ma anche una cultura e una comunità: per questo si parla di religione sociale, in cui il rapporto con il divino acquista significato solo quando i comportamenti religiosi e sociali sono accettati dalla collettività.

Ciò non deve far pensare che il mondo musulmano sia una realtà univoca. La fedeltà alle tradizioni del luogo d’origine ha grande influenza: è fuorviante ritenere che un islamico marocchino si consideri uguale a un credente senegalese. Ne consegue che dottrina e prassi non sempre coincidono, e la concezione della morte, pur influenzata dalla religione, acquisisce connotazioni leggermente differenti a seconda del territorio.

Quando giunge per un uomo l’ora della morte, Allah fa cadere dall’albero posto sotto il suo trono una foglia sulla quale Izra legge il nome di colui che entro quaranta giorni è destinato a morire. Izra è l’angelo incaricato di condurre l’anima del credente davanti a Dio per un primo giudizio, e poi nella tomba, dove rimarrà fino al Giorno della Resurrezione. Per gli infedeli il tutto avviene in modo più doloroso.

Qual è il significato che il Corano attribuisce alla morte? La risposta non può essere univoca. Il punto di partenza è unico: ogni avvenimento proviene da Dio. L’uomo nasce, muore e rinasce in una continua sequela iniziata con la Creazione; la vita prepara l’anima all’esistenza ultraterrena e utilizza la morte come momento di prova e di passaggio. La morte è anche limite della dilazione concessa da Allah, fine di una tappa che giunge fino al Giorno del Giudizio. È infine un processo naturale: poiché «ogni anima dovrà assaporare la morte» (sura 29), essa deve essere accolta e accettata, e i musulmani sono invitati a pensare alla morte almeno una volta al giorno.

La religione islamica, fondandosi sulla fede nella resurrezione del corpo, si oppone alla cremazione e all’imbalsamazione. La «realtà morte» non coinvolge solo il singolo ma va letta in relazione a una collettività: in un mondo così unito, la morte può creare squilibri e vuoti difficilmente colmabili, a cui la società rimedia ricorrendo alla ritualità. Il defunto è perdonato pubblicamente dall’intera comunità, in una cerimonia in cui l’Imam chiede ad alta voce se l’individuo deceduto è stato buono e tutti rispondono affermativamente.

La sepoltura deve avvenire preferibilmente il giorno stesso. Il feretro è passato di mano in mano, così che ogni uomo dia il suo contributo per accompagnare il defunto nell’ultimo viaggio. Il corpo è adagiato nella tomba con la faccia rivolta verso la Mecca; non è utilizzata la bara, perché «il destino degli uomini è terra alla terra». Al fine di non percepire il mondo islamico come un blocco contrapposto all’Occidente, le concezioni della vita e della morte possono aiutarci a capire un universo diverso dal nostro, astenendoci da ogni facile conclusione che riproponga erronei stereotipi.

Articolo pubblicato originariamente in Confini, gennaio 2002, a firma di Christina Scarmato.

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