Luoghi dei vivi e luoghi dei morti
Fra gli anni ’20 e ’50 del Novecento, in Essere e tempo e Saggi e discorsi, Martin Heidegger ha sviluppato una serie di riflessioni intorno alla domanda «che cos’è l’essere umano?». Per Heidegger, l’essere dell’uomo è in realtà un esserci (dasein), un essere-nel-mondo: l’essenza dell’uomo è racchiusa nell’idea dell’«abitare». Questa connessione profonda fra gli esseri umani e i luoghi è stata indagata anche da Maurice Merleau-Ponty, secondo cui il corpo umano non «occupa spazio» nello stesso senso degli altri oggetti materiali.
Se dal punto di vista spaziale il corpo vivo è paradigma di «presenza» nel mondo, la morte configura la forma più radicale dell’«assenza»: la morte come scomparsa di un Esserci scatena una dolorosa crisi della presenza. La semplice domanda sul «che fare?» del corpo morto è di per sé una domanda di antropologia dello spazio. Dove collocare il defunto? Quanto prossimi o distanti conviene che rimangano i morti? Società differenti hanno elaborato risposte specifiche.
Nel modello occidentale e cristiano di organizzazione cimiteriale, i corpi dei defunti vengono collocati in uno spazio chiuso, ben delimitato e separato dalle altre strutture della comunità: l’idea prevalente è quella di una netta separazione fra i luoghi dei morti e gli spazi dei vivi, che favorisce l’elaborazione del lutto e aiuta a organizzare il carattere ambivalente del cadavere. In altre società, invece, l’idea di vicinanza, di intersezione e addirittura di sovrapposizione fra luoghi dei vivi e luoghi dei morti appare centrale.
I Saami del subartico europeo (Scandinavia settentrionale e Penisola di Kola) sono pastori nomadi parzialmente sedentarizzati, aventi la renna come centro totemico. Nella cultura saami è possibile rintracciare una ricca geografia di luoghi connessi con i defunti: luoghi di sepoltura del corpo fisico, luoghi dove i defunti possono farsi presenti, luoghi di altre classi di spiriti. Si tratta di specifiche porzioni dell’ambiente naturale — brughiere, promontori, scarpate, laghi, pietre di forma strana (seite) — che solo i Saami ancora pastori, muovendosi stagionalmente sul territorio, sanno distinguere a prima vista.
Fino all’inizio del secolo scorso si utilizzavano tre modalità di sepoltura: per inumazione (in fosse di terra), per tumulazione (in grotte naturali chiuse da una pietra), per immersione (al centro di laghi). L’organizzazione spaziale dei luoghi dei morti può essere studiata non solo come forma di classificazione nativa, ma come forma di manipolazione simbolica dell’ambiente, processo culturale ancora attivo. Questa caratteristica «semina» dei morti nel paesaggio conferisce ai luoghi uno spessore storico-emozionale, una «struttura di sentimento» che consente l’orientamento e il coordinamento delle attività quotidiane della pastorizia.
L’evento morte presenta dunque sempre una connotazione profondamente ambivalente: se da un lato il morire è un processo disgregativo ed entropico, che introduce caos e disordine, dall’altro — nella plasmazione simbolica che riceve secondo modalità transculturalmente specifiche — genera forme sofisticate di organizzazione, ordina luoghi, connota spazi, costruisce cosmologie, orienta comportamenti: riannoda fili di senso sulla natura stessa della vita.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, maggio 2003, a firma di Gianluca Ligi.