Messico: il Día de Muertos
Su quella che è oggi forse la più celebre ricorrenza annuale messicana, il Día de Muertos, pare si sia raggiunto un sostanziale accordo, apparentemente semplice: sarebbe una versione particolare di una celebrazione universale della religiosità popolare e della ritualità istituzionale del vasto e variegato mondo cattolico. Tutto ciò sembrerebbe però ancora urtarsi con una specie di monolitica certezza: in realtà un vero proprio mito contemporaneo di origine letteraria – che vede nelle celebrazioni dei morti in Messico non solo un esempio della particolarità di quella cultura, ma addirittura un segno di identità nazionale, il carattere stesso de «lo mexicano».
1. La morte nahuatl, fra «antico sapere» e religiosità popolare
I saggi nahuas, i tlamatinime, erano «coloro che conoscono le cose», e cioè i saggi, «coloro che possiedono la tradizione» (tlolaca), «coloro che possiedono i codici», «quelli che vedono» o, secondo alcuni, i seguaci della «vecchia dottrina». Nel loro pensiero, almeno fra il XIV e gli inizi del XVI secolo, la tensione fra mistica guerriera e pessimismo cosmico appare, nella poetica che ci è giunta, come coesistenza e alternanza di eccitazione e di abbattimento. Sappiamo che la forma più gloriosa, un accesso temporaneo al regno solare, veniva riservata ad alcuni «eroi» di quella civiltà: innanzi tutto ai guerrieri caduti sul campo o sulla pietra del sacrificio, che offrivano il proprio «liquido prezioso», il chalchiuhatl, per il mantenimento del cosmo, e, in secondo luogo, alle donne che perivano durante il primo parto, offrendo la vita per la sopravvivenza della specie umana.
2. La morte cristiana e barocca
La certezza della risurrezione storica, concreta, di Cristo – e pertanto assolutamente non simbolica – notissimo fondamento paolino della fede, sancì la reale sconfitta della morte. La morte, dunque, non più indistruttibile, divenne exitus, una porta verso la vita eterna. Nella sua versione medievale e occidentale, essa ha come modello virtuoso l’essere lenta e alta nobiltà, una vera e propria cerimonia simile alle nozze dei signori o all’entrata dei sovrani. Il nuovo significato della morte invase le Indie con inedite ricorrenze: fra tutte, era particolarmente capitale vice-reale l’erezione nelle province del tumulo imperial in onore del sovrano defunto, celebrazione che sanciva anche la legittimità al trono del suo successore.
Allo stesso tempo però arrivarono lungo secoli le tradizioni popolari mediterranee e fra queste quelle offerte di pane, dolci e bevande – pa del morts, huesos de santos o magari i sardi papassinos – dei giorni della celebrazione dei defunti, trovando terreno fertile per riprodursi e divenire pratiche sempre più complesse. Alla fine del XVIII secolo, un frate cappuccino ci fornisce la prima descrizione della diffusione, nella valle centrale dell’altopiano, di tutti i principali elementi, contrassegnati da un’originale umorismo macabro, di una «festa dei morti» messicana, con giocattoli e soprattutto teschietti e statuette, un po’ carnevalesche, elaborate in zucchero di canna – un tipico prodotto «coloniale» – il cui uso massiccio secondo alcuni potrebbe essere associato al ricordo dei devastanti epidemie portate dagli spagnoli nei due secoli precedenti.
3. La morte meticcia e folcloristica
Le celebrazioni della morte, come quelle del carnevale, di ispirazione barocca e popolare – e più in generale tutta un’estetica, se non un’etica, «coloniale» – furono prima soggette all’attacco dell’illuminismo di matrice ispanica, l’ilustración, e poi, quasi senza soluzione di continuità, all’assalto del successivo, trionfante, positivismo di matrice francese e anglosassone. La grottesca e sconveniente «morte alla messicana» parve eclissarsi, sotto l’affermazione di quella che Philippe Ariès ha definito come una macabra ossessione occidentale per il cadavere. Paradossalmente, in convivenza con i nuovi miti di origine scientifica, si diffuse un’inedita e laica paura di morire.
Quelle tradizioni irruppero, non governate, nella Rivoluzione che ebbe inizio nel 1910 e che terminò, dopo una sanguinosa guerra civile, solo agli inizi del decennio successivo. Si dovette allora tentare di costruire i fondamenti di un nuovo Stato e a tal fine ridisegnare le tradizioni popolari, indie e meticce. Tutto questo avveniva, durante gli anni ’20 e ’30, in contemporanea con la rapida ed esuberante diffusione di un mexican curius, che andava dal varietà alla musica per approdare infine al cinema. Ed è forse non del tutto irriverente ricordare qui come il regista sovietico Sergej M. Ejzenstejn volle, nel 1931-32, dedicare l’epilogo del suo «Que viva México», proprio a quella «festa dei morti» che per lui rappresentava il massimo momento di sintesi e riscatto necessario per forgiare una nuova genuinamente nazional-popolare.
La morte messicana diveniva, infine, perfino rivoluzionaria. Da allora fino ai nostri giorni, la celebrazione del Día de Muertos è mutata ancora. Fenomeno commerciale e turistico di rilevante importanza, tanto da determinare l’esaurirsi in alcune notissime località, è diventata anche un ripetitivo momento di affermazione di nazionalismo culturale, in chiave pubblica e ufficiale, spesso inutilmente contrapposto al dilagare dell’Halloween, con cui oggi si compie un ultimo e inevitabile meticciato, non del tutto privo, come abbiamo visto, di una sua storica legittimità.
Articolo pubblicato originariamente in Confini, settembre 2004, a firma di Marco Bellingeri.