Piero Martinetti, filosofo cremazionista che rifiutò di giurare fedeltà al fascismo
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Piero Martinetti, filosofo cremazionista che rifiutò di giurare fedeltà al fascismo

1 Gennaio 2002
2 min di lettura

«Morì nell’ospedale di Cuorgnè, il 23 marzo 1943, e prima di entrare in agonia raccomandò alla sorella Teresa di montare la guardia sulla soglia della camera affinché nessun prete osasse tentare ciò che egli aveva sempre e tenacemente rifiutato in vita.» Espresse inoltre il desiderio che il suo corpo fosse cremato e le sue ceneri venissero gettate al vento in una località d’alta montagna. Sono le ultime volontà di Piero Martinetti, una cui ricerca è costantemente contraddistinta dall’impegno per la formulazione di una religiosità laica, universalistica e anticonfessionale.

Nato a Pont Canavese il 21 agosto 1872, Martinetti si laurea all’Università di Torino il 12 luglio 1893 con una tesi dal titolo Il sistema sankhya. Studio sulla filosofia indiana, riflessione sul più antico sistema filosofico dell’India prebuddhista, la cui matrice atea e razionalistica ha come presupposto l’indipendenza della ragione da ogni rivelazione. Tra le ragioni che lo portano a una scelta cremazionista è da annoverare l’influenza di questi studi sulle filosofie orientali, che, come è noto, tradizionalmente optano per l’incinerazione dei cadaveri.

Una tappa importante è costituita dalla città di Lipsia dove Martinetti si reca tra il 1894 e il 1895 per seguire i corsi di Storia della filosofia del greco Max Heinze. Qui ha modo di approfondire le opere di Spinoza, Kant, Schopenhauer, la mistica cristiana e indù. L’estromissione dall’insegnamento arriva nel 1931, quando il regime impone il giuramento di fedeltà al fascismo e Martinetti, coerentemente con quanto affermato attraverso le parole di Kant, rifiuta.

Dal 1932 si ritira a vita privata nella sua casa di Castellamonte. I primi anni di esilio sono dedicati all’opera che nel 1934 viene edita con il titolo Gesù Cristo e il Cristianesimo; il successivo sequestro per offese alla religione non ne impedisce la furtiva e rapida diffusione tra amici e ammiratori. È un riferimento per molti giovani intellettuali, alcuni dei quali saranno parte attiva del movimento di Resistenza: tra questi Norberto Bobbio, che lo ricorda come «allora per noi giovani non un professore di filosofia, ma un filosofo».

Fino al 1943, anno della morte, Martinetti continua nell’isolamento di Castellamonte la sua produzione filosofica, di cui ricordiamo Ragione e fede (1934) e l’appassionata prefazione all’opera di Francesco Ferrari Il problema della morte e della sopravvivenza (1943). La salma fu cremata al Tempio Crematorio di Torino il 25 marzo 1943 e l’urna con le sue ceneri deposta nella tomba di famiglia a Castellamonte. A testimonianza della singolarità di questo filosofo, ricordiamo il suo corso di vita vegetariano e un lascito di trentamila lire all’Istituto degli Animali.

Articolo pubblicato originariamente in Confini, gennaio 2002, a firma di Walter Tucci.

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